Storia del Cristianesimo: la tomba di San Vito a Marigliano
Il convento dei Frati minori di Marigliano, in provincia di Napoli, custodisce la tomba di San Vito sigillata da un marmo con una iscrizione precisa.
Il culto di San Vito è molto antico ed il santo è tra i più venerati dalla Chiesa. Sin dal V secolo si ha notizia di una chiesa a lui dedicata nella Roma di papa Gelasio I; lettere di San Gregorio Magno ci informano di monasteri dedicati al santo in Sicilia ed in Sardegna; la sua festa era già inserita nel Sacramentario Gelasiano, nel Martirologio geronimiano, nei sinassari bizantini e nel Calendario Marmoreo di Napoli. Le sue reliquie sono diffusissime in Europa: sono circa centocinquanta le città che vantano resti sacri del santo.
Vito nacque sul finire del III secolo d. C., a Mazara del Vallo, in Sicilia, da una donna cristiana di nome Bianca e da un senatore pagano di nome Ila. Rimasto presto orfano di madre, Vito ebbe come nutrice la cristiana Crescenzia e, successivamente, un pedagogo, anch’egli cristiano, di nome Modesto. Nei testi più antichi, San Vito compare da solo, più tardi fu invece accostato a queste due figure che non trovano unanime credito tra gli studiosi e per molti sono invenzioni.
Sin da bambino furono attribuiti a Vito segni miracolosi ed esorcismi d’innanzi ai quali il padre provò a dissuadere il figlio dalla religione ancora contrastata nell’Impero. Non riuscendovi consegnò il bambino al prefetto Valeriano che sottopose Vito ad un interrogatorio. Valeriano non ottenne la conversione sperata e, mentre si apprestava a pronunciare la sua sentenza di condanna, fu colpito da un grave malore che proprio Vito, pregando, placò. Il prefetto, una volta guarito, liberò Vito, allora il padre, disperato, scelse di rinchiudere suo figlio in casa privandolo della compagnia della nutrice e del pedagogo. A sera, mentre se ne stava intento a spiare il figlio, Ila vide sette angeli a fargli compagni e fu colpito da improvvisa cecità. Anche stavolta le capacità guaritive di Vito si misero in luce, ma la prigionia paterna non ebbe termine e, solo grazie ad un angelo, Vito conobbe la fuga. L’angelo lo condusse, coi due compagni di fede, sul litorale siciliano e, con una imbarcazione, li traghettò a San Vito lo Capo, altra località siciliana, dove Vito continuò a compiere miracoli ed esorcismi. Avvisato in sogno da un angelo dell’apprestarsi del padre, Vito si imbarcò di nuovo raggiungendo la Basilicata. Qui si accampò presso il fiume Sele, in un luogo detto Alectorius, identificato con Eboli nella zona in cui sorge la Chiesa di San Vito al Sele, dove battezzò molte persone.
Intanto a Roma, il figlio di Diocleziano divenne vittima d’un demonio e l’essere dichiarò tramite il ragazzo che solo Vito il lucano poteva fargli abbandonare quel corpo: “Si non venerit Vitus Lucanus, hinc non exibo”. Alla domanda dell’imperatore su dove si trovasse Vito, il demonio rispose: “In territorio est Tanagritano juxta flumen Siler”. Soldati furono dunque spediti al Tanagro, affluente del Sele, trovarono Vito e lo condussero a Roma. Qui il Santo liberò il figlio di Diocleziano dal demonio davanti a molti spettatori. L’imperatore allora volle colmare Vito di doni invitandolo ad adorare gli dei pagani, ma il Santo respinse sia i doni sia l’invito all’apostasia. Fu così che Vito e Modesto finirono insieme in carcere, legati con una catena di ferro con un peso di ottanta libbre in una cella chiusa col sigillo dell’anello di Diocleziano affinché nessuno potesse portar loro nemmeno un po’ d’acqua. In carcere Vito ricevette la visita di Gesù Cristo che lo spronò a farsi forte: “Vito, alzati e consolati; e sii forte: ecco Io sono con te tutti i giorni”. Diffusasi questa voce, Diocleziano fece condurre Vito nell’arena davanti a bestie feroci al cospetto di oltre cinquemila spettatori. Vito non fu toccato dalle bestie e quando fu fatto immergere in una caldaia con piombo e pece fusa apparve un angelo che raffreddò i liquidi. Diocleziano fece allora condurre davanti a Vito un leone, ma anche quest’animale si ammansì. Si ordinò allora la tortura ma un nuovo intervento angelico riportò Vito e Modesto presso il fiume Sele.
Nuovamente in Basilicata, Vito invocò Dio: “Signore Gesù Cristo, figlio del Dio vivente, esaudisci il desiderio del cuore di quelli che nel tuo santo nome vogliono gloriarsi della passione del mio martirio. Preservali, o Signore, da tutti i pericoli di questo mondo, e conducili alla grazia e alla gloria della tua magnificenza. E non appaia in questo luogo del mio martirio, nei quattro giorni del mio martirio, la mosca che è immagine del diavolo”. Terminata questa preghiera una voce rispose: “O Vito, la tua preghiera è stata esaudita”. Le anime dei tre martiri allora volarono in cielo come colombe bianche. Vito e i compagni avevano 7, 12 o 14 anni.
A questo punto è riportato che i corpi furono custoditi per tre giorni dalle aquile, il terzo giorno una donna di nome Fiorenza, che era stata salvata da Vito mentre rischiava di annegare nel fiume, spalmò unguenti sui corpi e li seppellì in un luogo detto “Marianus”, appunto Marigliano, nei pressi di Nola, dove esiste un’antica chiesa dedicata al Santo e retta da frati minori. Nella chiesa una lastra di marmo indica la tomba del santo. Questo marmo, ricoperto un tempo da pietre preziose, reca incise la frase “Hic Vito Martiri Sepultura Traditur”.
Autore articolo: Angelo D’Ambra
In copertina foto di Angela Greco ritraente la tomba di San Vito a Marigliano
