Sistemi monetari preunitari: l’Augustale di Federico II

L’Augustale di Federico II è stato il primo nominale in oro coniato in Italia dopo la demonetizzazione del metallo giallo operata da Carlo Magno. È così?? Indaghiamo!

Quattro motivi apparivano contraddire questa tesi.

Primo, la demonetizzazione dell’oro decisa da re Carlo Magno riguardava, appunto, solo il suo regno.

Secondo, nella penisola italiana i duchi, poi principi, di Benevento continuarono a coniare Solidi e Tremissi ed a questi si aggiungevano le monete dei De Musco ad Amalfi e degli Aghlabidi, poi Kalbiti, in Sicilia. Così, l’Augustale può sembrare una moneta “strana”, col fino del Solido ed il titolo dell’Iperpero, caratteristiche che le davano un peso che non riuscivo ad inserire né in uno schema basato sulla Libbra Romana né su quella Carolingia.

Terzo, un nominale, per essere tale, è caratterizzato da una ben precisa tariffa per cui può essere speso, e mancavano informazioni al riguardo.

Quarto, per poter essere considerato tale deve essere stato coniato in un numero apprezzabile di pezzi.

Queste considerazioni spingevano a ritenere che l’Augustale, piuttosto che moneta, fosse una sorta di “medaglia commemorativa”. A ben guardare le cose non stanno così.

Il “Manuale di Metrologia” di Angelo Martini rivela come nel Brindisino, sede di una delle zecche dove lo Stupor Mundi faceva coniare i suoi Augustali, per l’oro si adoperava il peso di Napoli. In quella città, prima dell’adozione del Sistema Metrico Decimale, l’oro si misurava in Libbre da 12 once, con l’oncia corrispondente a 26,73 g. Questo valore dell’oncia è sorprendente. Ammettendo, infatti, come valido per l’Augustale un peso pari a 5,25 g il rapporto tra i 2 è pari ad 1:5. Le decisioni di Federico acquistano quindi un valore totalmente diverso e l’Augustale si presenta con un peso tale da poterlo inserire in un sistema di pesi monetari con rapporti basati su numeri interi, caratteristiche queste di una moneta e non di una medaglia.

Si aggiunga che, in “La monetazione Sveva nell’Italia meridionale ed in Sicilia”, Luigi Dell’Erba afferma che l’Augustale poteva essere speso per una tariffa pari ad 1/4 di oncia d’oro.

Questo dato potrebbe sembrare apparentemente in contrasto coi valori ponderali dell’Augustale, ma lo stesso Dell’Erba precisa che durante il regno di Ruggiero II i tarì d’oro siciliani, pur mantenendo inalterato il titolo di 16 carati e 1/3, fino di 49/72, divennero irregolari nel peso tanto da costringere la popolazione a passare dall’uso “a numero” a quello “a peso”. Ruggiero quindi aveva adottato come moneta di conto per il suo regno l’Oncia d’oro, da 49/72 di fino e tariffata a 30 tarì.  Poiché il fino dell’Augustale era di 1/6 di oncia il suo valore è effettivamente pari a 1/4 di Oncia d’oro o 7 tarì e mezzo.

A completare le nostre riflessioni, si inserisce l’opera di Giuseppe Russo intitolata “La monetazione siciliana nell’età di Federico II”. Essa riferisce come i diversi autori che si sono occupati dello studio dell’Augustale indichino valori che vanno da un minimo di 0,5 ad un massimo di 1,5 milioni di esemplari battuti.

Dunque mistero risolto: l’Augustale di Federico II è effettivamente una moneta, il primo nominale in oro a titolo e modulo elevato coniato in Italia dopo la demonetizzazione del metallo giallo operata da Carlo Magno.

 

 

 

 

Autore articolo: Enrico Pizzo, classe ’74, residente sui Colli Euganei. Appassionato di storia veneta e storia dei sistemi monetari preunitari.

Bibliografia: Angelo Martini, “Manuale di Metrologia”, 1883; Giuseppe Russo, “La monetazione siciliana nell’età di Federico II”, 2003; Luigi Dell’Erba, “La monetazione Normanna nell’Italia meridionale e nella Sicilia”, 1927; Luigi Dell’Erba, “La monetazione Sveva nell’Italia meridionale ed in Sicilia”, 1929

Enrico Pizzo

Enrico Pizzo, classe ’74, residente sui Colli Euganei. Appassionato di storia veneta e storia dei sistemi monetari preunitari.

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