La Battaglia di Antrodoco descritta dal generale Guglielmo Pepe nelle sue “Memorie”.

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“Non era possibile ch’io difendessi le frontiere estese degli Abbruzzi con le poche truppe e guardie nazionali che avevo ; quindi gli Austriaci vi sarebbero potuti entrare ad ogni momento… Volevo formare una colonna di 6.000 uomini di truppa e 6.000 di guardie nazionali, scelte tra le 18.000 che aveva meco, e con essa, seguendo la cresta degli Appennini , per Norcia, Visso, Camerino, Fabbriano, entrare nel bolognese, e, avanzandomi tra le provincie di Modena e della Toscana, recarmi in Piemonte. Ero pur certo che i Piemontesi, vedendomi giungere nell’Italia subalpina, seguito da quanta gioventù italiana avrei potuto raccogliere per istrada, il loro esercito si sarebbe infallantemente unito al mio, e le cose d’Italia avrebbero cangiato di aspetto. Pochi giorni dopo, il sempre bravo esercito piemontese gridò libertà, si avanzò a combattere gli Austriaci e fu respinto. Ma ove io fossi colla mia colonna giunto in Piemonte, forse le cose avrebbero preso miglior piega. E che cosa mai avrebbe fatto l’esercito austriaco in mezzo a popoli del mezzogiorno che tenevano gli occhi volti verso i loro fratelli subalpini? Ma la mancanza di biscotti (vettovagliamenti), di muli, di danaro, e soprattutto di esatte nozioni sul modo col quale il nemico teneva ordinate le divisioni del suo esercito da Bologna alle nostre frontiere, mi costrinse con sommo mio rincrescimento a smettere quel pensiero. Deposta così l’idea di recarmi in Piemonte, io non potevo appigliarmi se non ad uno dei tre partiti seguenti, tenermi, cioè sulla difesa colle mie forze spicciolate lungo una estesa frontiera, o dare le spalle al nemico, o affrontarlo in luogo a me vantaggioso, per avvezzare i miei a combattere senza rischiare una sconfitta. Il generale Russo era convinto che l’oste austriaca stanziata in Rieti sommava a soli seimila uomini. Per ogni rispetto mi parve quindi acconcio assalire gli austriaci in quella città ed in quei campi sarei stato libero di inoltrarmi o retrocedere, senza punto rischiare di essere sopraffatto dal nemico, dappoichè se mi avesse assaltato alla sua volta con forze superiori, in breve tempo mi sarei riparato tra le gole di Antrodoco. Così deliberai cogliere a Rieti il destro opportuno per avvezzare i miei a combattere. Ecco come io disposi il di 5 di marzo le poche forze insino allora giuntemi. La brigata del general Verdenois, composta di 5 battaglioni ad Ascoli. Il tenente colonnello Pisa era a guardia, con due battaglioni nazionali, di alcuni passi tra Arquata e Visso. Il colonnello Liguori con 3 battaglioni era stabilito tra Leonessa e Piediluco. Il colonnello Manthonè con due battaglioni presiedeva Tagliacozzo. Otto battaglioni di linea, dugento cavalli, due compagnie di zappatori e quattordici battaglioni nazionali erano stati divisi da me in tre brigate, comandate dai generali Montemaior e Russo e dal colonnello Casella. Le suddette brigate trovavansi sotto i miei ordini immediati lungo la strada di Cittaducale. I quattordici battaglioni nazionali provenivano dalle provincie abruzzesi, da Avellino, da Foggia, dalla Calabria. Non solo gli Abbruzzi divennero oggetto primario della guerra, ma bensì oggetto unico, dacchè gli Austriaci non avevano, nemmeno per salvar le apparenze spiccato dalle loro divisioni, con le quali circondavano gli Abbruzzi, un solo squadrone verso il corpo di Carrascosa, sicuri che quello non avrebbe fatto alcuna mossa contro di loro; e perciò, secondo quanto mi aveva scritto l’ambasciatore di Spagna, pensavano a rivolgere tutte le loro forze contro di me soltanto.

La mattina del 6 marzo io mi trovava col mio quartier generale in Antrodoco vicino a Cittaducale quando giunse il maggiore Ciaciulli, inviatomi dal reggente, e riferivami il consiglio di Carrascosa di riunire tutte le forze del mio corpo d’armata in Aquila porgendo agli Austriaci l’opportunità di assediarmi in quella città invece di forzarli a combattere tra le montagne abbruzzesi. Gli Austriaci, assediandomi in Aquila, a capo a non molti giorni mi avrebbero fatto prigioniero con tutti i miei. Pertanto, abbandonato da coloro che dovevano accorrere in mio aiuto, non incoraggiato in modo veruno dal congresso nazionale, mal sicuro di provvedere alla sussistenza dei miei pel domani, con milizie nuovissime, con soldati inesperti ed in poco numero, m’era impossibile prendere altro partito fuor quello di tentar la fortuna degli assalti, per conseguire qualche vantaggio sul nemico ed avvezzare i miei ad affrontarlo, senza però esporli ad una disfatta. Quindi decisi di assaltare il nemico in Rieti. Se mi fosse riuscito di scacciarlo da lì, avrei fatto valere grandemente nell’immaginario dei miei quel vantaggio momentaneo, e sotto quell’egida morale avrei potuto, senza che i miei si perdessero d’animo, dietreggiare fino alle Calabrie. Se in vece fossi stato respinto, sarei rientrato nelle montagne col vantaggio d’aver dato un primo insegnamento al mio corpo d’armata, ma non credevo però mai che soldati, militi e legionari si sarebbero di poi sbandati. La sera del 6 marzo io aveva trasferito il mio quartier generale in Cittaducale. Le brigate di Russo e Casella erano con me e due battaglioni di linea dovevan giungermi a momenti da Aquila. La brigata di Montemaior trovavasi dalla parte di Rieti sulla sinistra del Velino; era composta di quattro battaglioni tra militi e legionari, e uno di eccellenti bersaglieri comandato dal maggiore La Porta. Le istruzioni scritte che diedi a Montemaior erano minutissime, indicandogli persino l’ora in cui doveva lasciare il suo bivacco affin di giungere, all’alba del giorno 7, in faccia a Rieti, a distanza di tiro di moschetto, presso al ponte di pietra sul Velino. La sua incombenza non era di assaltare il nemico, ma di minacciarlo soltanto, attirarne le forze in quel punto ed informarmi del numero approssimativo. Il colonnello Liguori, la sera del 6, doveva fare a Piedilugo, senza punto compromettere la sua colonna, una dimostrazione atta a chiamare su quel punto l’attenzione degli Austriaci. Prima dell’alba del 7 marzo, io era ai miei posti avanzati, a mezza strada fra Cittaducale e Rieti, e, scacciando un picchetto austriaco sulla collina dirimpetto ai Cappuccini (Colle di Lesta), la feci occupare dai miei. Era giorno ben chiaro, e attendevo con impazienza che Montemaior, dalla sinistra del Velino, si fosse, per le Casette, avvicinato a Rieti, e che i suoi avamposti fossero venuti alle mani con quelli degli Austriaci. Dalla resistenza ch’essi avrebbero opposta a quel generale ed a me, avrei potuto giudicare se fosse stato conveniente di assaltare quella città, per tentare di scacciarne il nemico e occuparla. Ma la colonna di Montemaior si mostrò solamente alle dieci del mattino, e il nemico, giovandosi del tempo che il ritardo di quella colonna m’avea costretto a dargli, chiamò e ricevè poco dopo aiuti dai corpi stanziati nelle vicinanze di Rieti. La non scusabile lentezza di Montemaior nocque grandemente, dacchè mi fece perdere il vantaggio di poter forzare gli Austriaci a uscir fuori da Rieti, senza che avessero il tempo di apparecchiarsi alla difesa e di aumentare le loro forze. Quindi fui costretto a modificare il mio disegno, sfruttando i luoghi eminenti, dove il nemico non poteva far muovere la sua cavalleria, mentre i suoi fanti, in vece di inoltrarsi con manovre serrate, dovevan combattere alla spicciolata. Io con quattro battaglioni delle milizie di Capitanata e di Avellino ed un battaglione di linea, occupavo una elevata collina dirimpetto ai Cappuccini. Da quella posizione scoprivo tutti i miei, compresi i battaglioni di Montemaior, e scoprivo anche tutte le schiere nemiche, delle quali non isfuggivami nessuna mossa.

Il generale Russo ed il colonnello Casella con le loro brigate stavano sulla mia diritta in una pianura talmente tagliata e sparsa di vigneti, che sembrava fatta a bella posta per nuovi soldati contro agguerriti combattenti. M’erano giunti i due battaglioni di linea comandati dai bravi maggiori Cirillo e Beaumont. Dirimpetto a me il nemico che occupava i Cappuccini, fece più volte avanzare i Tirolesi i quali, essendo respinti, limitavansi con le loro carabine rigate ad eseguire vivi fuochi sopra i miei militi. Le truppe leggere nemiche che avanzavano contro la mia diritta non erano più fortunate dei Tirolesi; per la qual cosa il nemico spinse innanzi la sua bella cavalleria, la quale eseguì molte e molte cariche, ma invano sempre, e sempre costretta a ritirarsi con perdita. Io dalla collina vedeva gli Austriaci verso il ponte sul Velino combattere contro Montemaior senz’alcun vantaggio; vedevo i Tirolesi a fronte di me starsene sulla difesa, vedevo le brigate di Russo e di Casella sulla mia diritta, senza dietreggiar d’un passo incalzare i fanti ed i cavalli nemici. Nella brigata di Russo un battaglione di milizie di Foggia, comandato dal maggiore De Luca, emulava la fermezza d’un battaglione di linea.

Da più di quattro ore duravan così le cose, quando la lentezza del nemico m’indusse ad ordinare l’occupazione di alcune colline sull’estrema diritta (i Colli dell’Annunziata), per mezzo di due battaglioni di linea comandati dal colonnello Casella, mentr’io preparavami a raccogliere il resto dei miei in una sola colonna, fiancheggiata da truppe leggere e preceduta sulla strada postale da sei bocche da fuoco, per così gettarmi in Rieti. Mi spinse a questa risoluzione l’avere osservato che le bagaglie del nemico sgomberavano la città. Il vedere le truppe e le milizie con pari intrepidezza respingere costantemente la cavalleria nemica, mi animava ognor più ad assaltare Rieti, quando mi accorsi che otto battaglioni e forse altrettanti squadroni austriaci, avanzavansi di buon passo verso le colline che doveva occupare Casella. Questi non poteva essere sostenuto dal generale Russo che aveva a fronte forze nemiche maggiori delle sue. Gli aiuti dell’avversario giungevano da Vicenti non lungi da Rieti. I cinque battaglioni che erano con me bastavano appena a far testa ai nemici che occupavano i Cappuccini, ed i due battaglioni di linea in riserva eran poca cosa per sostenere la mia diritta, contro la quale gli Austriaci facevan marciare forti colonne di fanti e di cavalli. Io rifuggiva dal pensiero di battere la ritirata. Ma il maggiore Cianciulli ripetevami sovente che, se l’audacia del nemico fossa stata in proporzione della sua superiorità numerica, avrebbe potuto rompere la nostra linea, ed attingere (arrivare a) Cittaducale, tagliandoci così la ritirata. Ma già sulla diritta della mia linea i miei erano incalzati tanto dappresso, che senza tempo di mezzo mi convenne cedere. Inviai l’ordine di ritirarsi a Casella, a Russo ed al Montemaior. Sulla strada postale feci agire le mie artiglierie, con rara maestria dirette dall’intrepido ed avveduto capitano Ruiz. Adunque, fino al momento della ritirata, tutto andò bene, e al di là delle mie speranze e la cavalleria austriaca in tutte le sue cariche, che furon molte, era stata respinta da soldati inesperti e da guardie nazionali armate di moschetti da caccia. Ma, come prima si principiò la ritirata, parve che un tristo genio, mutando repentinamente l’animo di tutti, li spingesse a romper le righe e sparpagliarsi. Più volte feci sosta per richiamare i molti smarriti fra i pochi che rimanevano ordinati. Cittaducale era troppo vicina, perch’io sperassi poterveli riunire, quindi mandai gli ufficiali ad Antrodoco, affinché adoperassero a ritenerli. Il generale Russo con i suoi militi rimasti sotto le bandiere, potè chiudere così bene la ritirata che, giunto alle prime nostre posizioni del mattino, vi si tenne. Gli austriaci non oltrepassarono la frontiera, non fecero un solo prigioniero, non si impadronirono di una sola bocca da fuoco. In quel momento dalla capitale mi giunse l’aiuto di un solo squadrone comandato dal tenente colonnello Ruffo Scilla, ch’io lasciai alla retroguardia del generale Russo. Così ebbe fine quella triste giornata i cui risultati furono immensi, poiché scorarono gli amici della libertà e, per colmo di sventura, nell’animo dei deputati al parlamento distrussero quel pò di coraggio che ancora serbavano per sostenere la santa causa dei popoli da essi rappresentati. Le milizie costituzionali, benché nuove alle armi, furono salde durante sei ore continue contro schiere agguerrite e ben capitanate, la di cui cavalleria fu più volte respinta. Le voci di tradimento di che parla Colletta (ministro della guerra), non s’intesero mai. L’alba degli 8 marzo mi oscurò l’animo oltre ogni dire; rimanevano intatti i soli trecento cavalli e due compagnie di zappatori; di tutti gli altri battaglioni di guardia nazionale e di linea restavano appena due mila uomini., compresi i residui della colonna di Montemaior. Lasciai il generale Russo in Antrodoco alla testa di trecento cavalli e di circa mille fanti in tutto, raccolti da corpi di linea sbandati, con l’incarico di riunire, se fosse possibile, i soldati dispersi nei vicini monti. In quello stesso giorno, giungendo in Aquila, vi trovai un battaglione di militi comandato dal maggiore Alvino. Feci partire Alvino col suo battaglione per Antrodoco affin di rafforzare il generale Russo; ma, dopo un cammino di poche miglia, quel battaglione si sbandò intieramente. La mattina del 10 mi scrisse il generale Russo che, assaltato dagli austriaci in Antrodoco con grandi forze, dopo avere con poche centinaia di uomini difeso quel passo quanto più lungamente gli era stato possibile, aveva indietreggiato e fatto sosta sulle gole dei monti, fra Antrodoco e Aquila. Da rapporti ch’ivi ricevetti si rilevava che al generale Russo rimanevano cinquecento fanti e dugento cavalli”.