Il 15 marzo del 1856, 101 colpi di cannone annunciarono ai parigini che era nato Eugenio Bonaparte, figlio di Napoleone III ed Eugenia de Guzman. Per l’imperatrice fu un scoppio di felicità inaspettata, dopo tre aborti spontanei.

Parigi offre la culla al piccolo principe che, a sei mesi, venne incorporato nel primo reggimento granatieri della Guardia Imperiale. Nel 1862 era caporale dei ganatieri. A Palazzo reale occupava il piano rialzato del Padiglione dell’Orologio dove studiò prima sotto la direzione di Monnier poi del generale Frossard.

Di spiccata intelligenze, mostrò da subito abilità nell’apprendere le lingue e nel disegno, ma il padre lo voleva indiscutibilmente soldato. Apprese a cavalcare, ad usare la spada, a sparare. Quando il 28 luglio del 1870 Napoleone III partì per seguire le sorti del suo esercito entrato in guerra con la Prussia, lui lo seguì, in divisa di ufficiale di fanteria. Di lì a poco ebbe il suo battesimo del fuoco a Sarrebruck, ma non fu un giorno fortunato.

Le armate francesi conobbero altri disastri, a Forbach, a Reichshoffen. Le ripetute sconfitte francesi portarono malumore e disordine tra i soldati. Il 23 agosto di quell’anno assistette ad un consiglio di ministri e generali al quartiere di Courcelles capendo che tutto era perduto. Il nemico avanzava ed il principe non potè che seguire suo padre che si ritirava a Tourteron, poi Napoleone III volle allotanarlo da sé in quel momento di angoscia.

Il 3 settembre il “petit prince” era ad Avesnes. Fu svegliato nella notte e condotto immediatamente a Maubeuge. Qui ricevette un telegramma dal padre. Lo lesse: “Sono prigioniero del re di Prussia”. Non ebbe tempo per le lacrime, si travestì e salgì su una carrozza che lo condusse a Namur, al castello di Chimay, poi ad Ostenda e da lì si imbarcò per l’Inghilterra.

Stabilitosi con la madre a Camden-Place, sulla strada che da Douvres conduce a Londra, riprese i suoi studi, rincuorato dai tanti emigrati francesi che gli rendevano meno duro l’esilio. Finalmente nel gennaio del 1871 potè riabbracciare il padre. Napoleone III ottenne per lui il permesso della regina Vittoria affinchè fosse accolto nell’Accademia Reale di Woolwich. Il principe completò qui la sua formazione, superò gli esami ed al termine dei corsi si ritrovò solo, unico erede del nome e della tradizione napoleonica.

Divenuto maggiorenne il 16 marzo del 1874 fu fatto visita da ottomila francesi, molti ex-prefetti dell’impero, bonapartisti della prima ora, reduce delle guerre, deputati, ex-ministri, tutti gli giurarono fedeltà. Due anni dopo intraprese un lungo viaggio in Europa, fu a Roma, a Napoli, a Copenaghen, a Stoccolma. Poi, di ritornò in Inghilterra. Sognando la gloria militare si propose a Vienna per prendere parte all’Occupazione della Bosnia-Erzegovina. Ricevette un cordiale diniego ed allora si decise ad andare a combattere nel Zululand, sotto la bandiera inglese. I bonapartisti ne furono terrorizzati. Quaranta rampolli delle illustri famiglie bonapartiste francesi si offrirono per accompagnarlo ma il governo inglese non lo permise.

Si imbarcò per il Natal il 27 febbraio del 1879 sul Danubio che issò la bandiera francese. Fu ricevuto ed ospitato dal capitano Baynton. Pochi giorni dopo fu incorporato allo Stato Maggiore di Lord Chelmsford. La sera del 31 maggio ricevette l’ordine dal colonnello Harrison di effettuare, all’indomani, una perlustrazione dell’area. Così fece. Accompagnato dal tenente Carey, dal sergente Willis, dal caporale Grubb, dai soldati Cochrane, Abel, Letocj e Rogers, e da una guida africana pratica del luogo, si mosse lungo le rive del fiume Tyotyosi. Si fermò a circa 300 metri dal villaggio di Donga, per far riposare i cavalli e qui il piccolo distaccamento fu sorpreso da una quarantina di zulu.

Gli indigeni si avventarono su di loro, colpirono il principe con le lance. Eugenio Bonaparte sparò e finite le munizioni impugnò la spada. Poi, estenuato dalle sanguinose ferite, una delle quali gli trapassava l’occhio destro, cadde morto. Il suo cadavere fu ripetutamente colpito, gli furono strappate le viscere. Due soldati inglesi furono uccisi e gli altri fuggirono. Chi trovò scampo informò una pattuglia del 17° reggimento Lancieri del generale Marshall. Fu questi a rinvenire il corpo del principe.

Il rapporto del capitano Molyneux, del 22 d.C., affermava: “Il corpo portava diciassette ferite, tutte di fronte, e i segni sul terreno, come sugli speroni, indicavano una resistenza disperata”. Il Parlamento britannico pianse il giovane principe, ancor più lo piansero la madre ed i bonapartisti. Non mancarono le polemiche e chi accusò gli inglesi di aver pianificato la morte del pretendente al trono imperiale francese. Il tenente Carey, che aveva abbandonato il principe, fu posto sotto inchiesta per la sua condotta, ma poi reintegrato.

I bonapartisti accorsero a Londra in diecimila per partecipare ai suoi funerali, mentre la truppa faceva ala e presentava le armi, e la musica suonava la marcia di Beethowen: “La morte di un eroe”.

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

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