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Garibaldi e la Battaglia di San Fermo

Garibaldi ricorda, in queste righe delle sue memorie, il combattimento contro gli austriaci a San Fermo col suo ingresso a Como il 27 maggio del 1859.

***

Io sono in dubbio, se fu il 25 o il 26 maggio, il giorno del combattimento di Varese, il certo pare però, che il 27 fu quello in cui si marciò su Como. Io sapevo quanto vale attaccare un nemico sconquassato per forte ch’egli sia, e non ne volevo perdere l’occasione. Marciammo dunque per Como, da Varese nella mattina del 27 maggio per la strada di Cavallasca, e giunsimo in questo paese dopo mezzogiorno. La gente aveva marciato molto ed eran stanchi i miei poveri giovani! Ma l’ora era propizia… all’avvicinar della notte si può attaccare una forza superiore, in posizioni come quelle che dovevan servire al teatro del combattimento.

Lasciai dunque riposare la gente, e cominciai a prendere tutte l’informazioni possibili sulle posizioni occupate dal nemico, la sua forza, ecc. Dopo di ciò, avendo notizia che il nemico occupava la forte posizione di S. Fermo, ch’io stimai subito essere la chiave di tutte le altre, destinai alcune compagnie agli ordini del bravo Capitano Cenni, per girare tale posizione sulla destra. Il 2° Reggimento attaccherebbe di fronte subito che le compagnie fiancheggiatrici avrebbero avuto il tempo di portarsi sul fianco del nemico. E così fu. Passato il tempo determinato, il Colonnello Medici fece attaccare colla solita bravura il fronte della posizione, mentre Cenni colle compagnie suddette l’attaccava di fianco.

Il nemico sostenne intrepidamente i nostri attacchi, e si batté con ostinatezza e valore; la posizione era forte, ed il combattimento durò accanito per circa un’ora, ma finalmente avvolto da tutte le parti cominciò a cedere, prender la fuga, ed una parte ad arrendersi. Questo primo successo ed importante ci rese padroni di tutte le posizioni dominanti, e ben valse, perché gli Austriaci avanzavano grossi dalla Camerlatta e da Como in soccorso delle loro alte posizioni.

Il colonnello Medici alla destra, ed il Colonnello Cosenz alla sinistra, appoggiati pure da alcune compagnie del terzo Reggimento, guidato dai prodi Maggiori Bixio e Quintini, respinsero il nemico su tutti i punti. Il fuoco dei bravi bersaglieri Genovesi contribuì non poco all’effetto co’ ben diritti tiri delle loro carabine di precisione. I nemici eran molti, ed i nostri bravi Cacciatori non ebbero che la superiorità del terreno, guadagnata col loro primitivo slancio. Eran respinti gli Austriaci; però con un terreno accidentato, come quello su cui si combatteva, trovavan loro sempre una posizione da tenersi fermi, e qualche volta da respingere i Cacciatori delle Alpi, che da troppo presso l’incalzavano. La stessa configurazione del terreno impediva di poter scorgere uno spazio grande del teatro della pugna e spesso si aveva notizia d’un impegno parziale dalle fucilate che si udivano.

Dall’alto si vedevan le forti riserve del nemico, schierate in buon ordine nel piano sottostante e le artiglierie: 12 pezzi che non gli servirono a nulla.

Dopo i combattimenti e venendo la notte, io procurai di riunire le nostre forze, che dai tanti motivi suaccennati erano ben sparse.

Riunita la gente, si marciò immediatamente per lo stradale che scende verso la città; ed il nemico retrocedeva a misura che avanzavamo noi. Nel borgo S. Vito, si fece alto per prendervi notizie; ma era difficile trovarvi abitanti, scomparsi naturalmente dal timore d’essere maltrattati.

Finalmente fu deciso l’ingresso nella città.

La popolazione impaurita da principio, non sapendo che truppa fosse l’invadente, si manteneva a finestre chiuse e non si vedeva un’anima; ma quando conobbero che eravamo noi, Italiani! Fratelli! Fu lo scoppiare d’una mina. In un lampo la città fu illuminata, le finestre gremite di popolazione, e le strade piene. Le campane tempestarono a stormo, e non contribuirono poco, io credo, a spaventare i fuggenti nemici.

 

 

 

Fonte foto: dalla rete

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2 commenti

  1. In quale libro Garibaldi fa questo racconto?

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