La mancata presa di Torino

Le Guerre d’Italia furono una serie di otto conflitti, combattuti prevalentemente sul suolo italiano dal 1494 al 1559, tra la Francia e la Spagna, per la supremazia nella Penisola. La sesta di queste guerre, che durò dal 1535 al 1538, portò Francesco I di Francia a impadronirsi nel 1536 della Savoia e del Piemonte, cacciando da quelle terre il Duca Carlo II “Il Buono”, assieme al figlio fanciullo Emanuele Filiberto. I territori piemontesi che appartenevano ai Savoia, tra i quali Torino, rimasero dunque per vent’anni annessi al Regno di Francia, e ciò durò fino a quando, nel 1559, la pace di Cateau-Cambrésis li restituì a Emanuele Filiberto.

Dunque, Torino fu per un ventennio una città francese, con dei governatori francesi. Durante questo periodo, la città prosperò economicamente, ma non furono anni tranquilli: le armate spagnole condussero inutilmente contro di essa varie operazioni militari per riprenderla. Di una di queste, condotta nel febbraio del 1543 senza successo dal capitano di ventura Cesare da Napoli (detto anche Cesare De Majo, Cesare Maggio o Cesare Maggi), per conto del comandante in capo dell’armata spagnola durante la Settima Guerra d’Italia (1542-1546), il Marchese del Vasto Alfonso d’Avalos d’Aquino d’Aragona, resta memoria nel diario di viaggio del veneziano Andrea Minucci.

Il Minucci, medico e poi arcivescovo di Zara, nell’ottobre 1549 compì un viaggio da Venezia a Parigi, per accompagnare il patrizio Alvise Corner, cavaliere commendatore dell’Ordine Sovrano dei Cavalieri Ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme, detto di Rodi, poi di Malta. I due viaggiatori, giunti a Torino con il loro seguito, furono ospiti del governatore Giovanni Caracciolo, che mostrò loro un cimelio di guerra: un carro da fieno, utilizzato come un cavallo di Troia dalle truppe di Cesare da Napoli, per introdurre con l’inganno entro le mura della città un manipolo di soldati, che ne avrebbero aperto le porte.

Nessuna meraviglia che Cesare da Napoli fosse un capitano di ventura: quello fu il secolo dei lanzichenecchi e dei soldati di ventura, che guerreggiavano per tutta Europa. Ma chi era Cesare da Napoli? Era un uomo d’armi, che aveva dapprima combattuto al soldo dei veneziani, poi era passato al soldo del Papa, indi era passato al soldo dei Medici, e quindi si era posto definitivamente al servizio di Carlo V, imperatore della Spagna e del Sacro Romano Impero. Dunque, si trovava nel campo avverso al maresciallo di Francia Charles de Cossé de Brissac, nominato nel 1550 governatore e luogotenente generale del Piemonte.

Cesare da Napoli, distintosi per le sue capacità militari, era stato preposto nel 1536 dall’Imperatore Carlo V al castello di Volpiano, e nel 1538 anche al castello di Moncrivello (che egli elesse a propria dimora). Da questi luoghi, Cesare condusse la guerra ai francesi, attaccandone le guarnigioni, e non esitando a compiere scorrerie e incursioni, saccheggi e violenze. Il castello di Volpiano, di grande importanza strategica, sorgeva sull’estrema propaggine sud-est della collina morenica della Vauda, e permetteva di tenere in scacco la strada per gli approvvigionamenti di Torino. Esso si dimostrò così pericoloso, che i francesi decisero di assediarlo, riuscendo a espugnarlo e distruggerlo alla fine del 1555. Ma torniamo al fatto del 1543.

Andrea Minucci, scrise: «Ci fu mostrato uno dei carri, coi quali il signor marchese del Vasto tentò gli anni passati di pigliare quella città. Erano i carri adattati in modo che parevano carichi di fieno, e avevano dentro sei o otto uomini armati per ciascuno: i due ultimi si dovevano fermare l’uno sul ponte, che non si potesse levare; l’altro sulla porta, che non si potesse serrare; e quelli ch’eran nascosti nei carri dovevano saltar fuori e difendere la porta, finchè arrivasse il soccorso che marciava dietro. Volle la sorte che uno dei primi carri urtò in certo luogo e si aperse innanzi tempo, e furono costretti gli uomini, essendo scoperti, a saltar fuori; i quali, con poca fatica, furono chi morti e chi presi, e gli altri serrati di fuori: e così fu la prova vana». L’episodio viene anche riportato da Michele Rabà, nel suo Potere e poteri. “Stati”, privati e comunità nel conflitto per l’egemonia in Italia settentrionale (1536 – 1558).

Riassumendo ciò che leggiamo in quest’ultimo testo, apprendiamo che gli strateghi di Carlo V giudicavano la Torino francese imprendibile dalle forze imperiali presenti in quel momento in quel teatro, sia per le sue formidabili mura (che, si noti, ancora non comprendevano la futura Cittadella), sia per la perfetta intesa che intercorreva tra cittadinanza e amministrazione francese. L’unica possibilità di impadronirsi di Torino, era l’inganno.

Il piano concepito dalle forze del Marchese del Vasto si ispirava al Cavallo di Troia e prevedeva di far penetrare all’interno della città quattro carri di fieno, condotti da finti contadini, che avrebbero occultato al loro interno una ventina di soldati. Una volta dentro, questi avrebbero dovuto eliminare il corpo di guardia, ed aprire le porte della città a un secondo più nutrito gruppo di soldati, guidati dai capitani Francisco de Guevara e Francesco Dell’Isola. Subito dopo, si sarebbe mosso il capitano Francesco d’Ischia, con cento uomini, e alla fine, alla guida di Cesare da Napoli, sarebbe entrata la massa dei 3.000 tra lanzichenecchi e spagnoli. Ma il tutto venne compromesso dall’incidente occorso al primo carro, che scoprì le carte; i difensori abbassarono rapidamente la saracinesca, e catturarono i malaccorti invasori: Emanuele Filiberto, per riavere Torino, avrebbe ancora dovuto aspettare ancora vent’anni, i francesi avrebbero lasciato la città solo nel dicembre 1562 e lui vi sarebbe entrato solo nel febbraio 1563.

Cesare da Napoli, sarebbe poi stato da lui ricompensato, per il suoi servigi, con l’investitura a Marchese di Moncrivello e Conte di Annone. Ma tornando al nostro fatto d’armi, una cosa messa in evidenza da Michele Rabà nel suo libro è che molte città italiane, poste sotto assedio in quel periodo, venivano prese tramite quello che gli strateghi, nel loro linguaggio dell’epoca, definivano «trattato». Che cos’era, il «trattato»? Era il tradimento interno. All’interno della città assediata, veniva fatto penetrare un “agente segreto”, il quale prendeva contatti o con i soldati disposti a vendere il presidio, o con quanti conoscevano i punti deboli o sguarniti delle fortificazioni, distribuendo denaro, promesse di prebende, e tante belle parole. Se l’agente aveva ben lavorato, l’armata attaccante avrebbe potuto anche muoversi all’interno della città sotto la guida esperta dei locali, portando anche alla possibilità di cogliere il nemico tra due fuochi. Ma questo «trattato», nella Torino del 1543, era impossibile: sia il popolo, sia i maggiorenti, solidarizzavano con l’amministrazione francese. Già nel 1536, quando Carlo II di Savoia era stato costretto a fuggire da Torino, gli storici ci dicono che i francesi avevano occupato Torino con facilità, bene accolti dagli abitanti; mentre nel 1548 il re Enrico II di Valois (successore di Francesco I), era entrato trionfalmente in città, tra l’esultanza generale dei torinesi. D’altronde, quando nel 1581 Michel de Montaigne visitò Torino sotto il regno di Carlo Emanuele I di Savoia, annotò nel suo Journal du voyage en Italie par la Suisse et l’Allemagne: «On parle ici communément françois et tout les gens du Pays paroissent fort affectionnés pour la France. La langue vulgaire n’a presque de la langue italienne que la prononciation, et n’est au fond composée que de nos propres mots».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Paolo Benevelli

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