Storia del Cristianesimo: I padri Balducci e Turoldo

01Certamente quando si dice “il Sessantotto” non si indica un anno misurato con il calendario, ma una stagione che dura più di un decennio, almeno fino al rapimento di Aldo Moro. Non si parla neppure di un universo omogeno di protagonisti inquadrati negli stessi schemi ideologici del gruppuscolarismo di destra e sinistra. I giovani del Sessantotto vissero un movimento di liberà esploso all’interno di ogni gruppo sociale e religioso, nelle famiglie, nei partiti, nella Chiesa. La cappa dell’ideologismo soffocò l’utopia, l’entusiasmo, le speranze e portò a sanguinose lotte e stragi colorate di nero o rosso. Tuttavia non pochi protagonisti di quelle vicende mantennero viva una cultura libera confluendo nel volontariato cristiano di base. Punto di riferimento per tanti giovani in quegli anni divennero padre Ernesto Balducci, a Firenze, e padre David Maria Turoldo, a Milano.

Balducci e Turoldo furono uomini di grande cultura, di teologia, di filosofia, di politica eppure restarono sempre umili e legati alle loro origini: Balducci figlio di cavatori di pietre, Turoldo figlio di poverissimi contadini friulani. Il primo parlava un italiano finissimo, il secondo portò la parola ad alta poesia, eppure usaronò il dialetto per esprimersi con gli altri, con la gente più semplice e seppero rispettarla, non abbassandosi ma innalzandola alla loro altezza. Erano voci di tempi nuovi, di un cattolicesimo nuovo.

Ne Il lume alla finestra, padre Balducci scriveva: “Siamo in molti a dire che il cristianesimo sociologico sta per finire e che, tutto sommato, questa fine non deve sgomentarci perchè la fede  si fa tanto più viva e feconda quanto più si affida alla libera scelta della coscienza personale. Ma non possiamo disconoscere quando si pensa a Papa Giovanni, la fecondità di un costume cristiano tenuto da un intero popolo, retto da antiche abitudini di devozione ingenua, ma fresca…”.

“Noi eravamo troppo poveri – scriveva Turoldo in Mia infanzia d’oro -. In quel Friuli del primo dopoguerra, quella guerra stupida ancora più stolta di tante altre. Prima dunque, la terra così povera, poi la guerra, poi la grande crisi mondiale: come parlare di minestre? Noi eravamo troppo poveri. E parlare di minestra, per me, è come parlare di leccornie. Tuttavia, dirò che anch’io ho una minestra dentro le mie memorie. La minestra che più ricordo era una forte e umile minestra dal sapore di campo: la mia quotidiana, amata e odiata minestra di orzo! Era orzo grezzo, neppure raffinato, perchè non bisognava scartare nulla. Ed era così buona e sostanziosa! Solo che era sempre la stessa minestra. Cittadini della civiltà dei consumi, voi non sapete cosa era quella nostra minestra di poveri; com’era buono il nostro orzo. E non ci umiliava che lo mangiassero anche i cavalli, ci pareva anzi di poter diventare pure noi forti come i cavalli. E ci pareva di essere tanto in comunione con la natura quanto voi non sognate neppure. Bisogna essere poveri (non miserabili, ma poveri: miserabile può essere anche il ricco); dice che bisogna essere poveri per sentire la fraternità delle cose; e sentire quanto sia buona l’acqua, quella che tu bevi avidamente dalla conca della tua mano; quanto sia profumata la polenta, guadagnata con la tua fatica, cotta con la tua legna sul grande focolare. E ul pane, quel raro boccone di pane allora gustato come fosse una torta. Dunque: viva la mia minestra di orzo che era come un altare nel centro della casa. Nuova, ogni giorno, era la cura con cui tua madre la preparava. Ora ci metteva qualche pizzico di aglio in più, e anche del pepe ci metteva; poi qualche radice che sapeva lei, ora qualche patata con carote e altri legumi, ma sempre orzo.  Appena accorgimenti semplici per darle un sapore che non ti disgustasse mai. Nei giorni di maggior fatica ci metteva dentro di tutto; specialmente qualche costina di maiale e anche qualche salsiccia che si fondesse con l’orzo: un sapore da allungarti il collo. E di domenica faceva addirittura un minestrone con i fagioli migliori, quelli color castagna, fagioli che parevano di cioccolata; fagioli conservati apposta per la domenica: ‘Dio che minestra!‘”.

Balducci destò scalpore per la sua difesa dell’obiezione di coscienza, poi quella per il disarmo. Fu uno dei nomi del dialogo col Partito Comunista, ma restò deluso del mancato rinnovamento ecclesiale e religioso. Morì prematuramente in un incidente d’auto. Turoldo, già attivo nella resistenza antifascista, curò la casa d’ospitalità Casa di Emmaus e guidò numerosi “viaggi della memoria” nei luoghi della Shoah, spegnendosi a Milano nel 1992. Tutti e due mostrarono un rapporto profondo con la gioventù del Sessantotto, seppero parlare alla povertà della ricchezza dell’anima distogliendola dall’estremismo di quegli anni.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

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