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Il dovere del ricordo del genocidio degli istriani e dei dalmati

L’esodo di massa dalla Dalmazia, da Fiume, dall’Istria che si verificò al termine della Seconda Guerra Mondiale ha segnato la progressiva sostanziale cancellazione del più che bimillenario insediamento italiano in Istria e Dalmazia, rappresentando un momento epocale e drammatico della storia di queste terre e portando a compimento un processo, ed un progetto, di slavizzazione che era iniziato già in pieno Ottocento sotto l’imperatore Francesco Giuseppe.

Due intere “regioni storiche”, Venezia Giulia e Dalmazia, sono state distrutte con la pulizia etnica, e, considerando come una “regione storica” abbia una sua identità regionale specifica, beninteso all’interno della nazione italiana, si può ben parlare della scomparsa di due membri di ciò che nell’Ottocento era chiamata la famiglia dei “popoli italiani”. Venezia Giulia e Dalmazia un tempo potevano essere fatte rientrare nel novero delle cosiddette “piccole patrie”, mentre ora sono scomparse, fagocitate da stati stranieri. Mutatis mutandis, è come se il Veneto, o la Sicilia, fossero state invase, e gli abitanti tutti scacciati o sterminati. Questo è qualcosa di diverso, e di più grave per l’umanità, di alcuni caduti in guerra. Come le persone, anche le identità culturali possono perire od essere uccise. Nel periodo 1866-1948, dall’epoca di Francesco Giuseppe a quella del maresciallo Tito, sono state uccise due peculiari culture regionali italiane. Si noti che, accanto agli uccisi ed ai deportati, tutti coloro che sono stati resi profughi ed i loro discendenti stessi sono anch’essi vittime del genocidio ordito dal dittatore Tito. Come sempre accade in questi casi, sono numerosi i casi di suicidi, malattie mentali, o semplice dolore incancellabile che hanno colpito numerosissimi esuli, senza dimenticare la rovina economica che ha interessato la maggioranza delle famiglie fuggite. È giusto dolersi della morte degli uccisi nelle foibe e nei gulag, mentre sarebbe sbagliato ritenere che il loro trapasso rescinda la continuità con gli accadimenti trascorsi. Il sultano Solimano osservò che mentre Venezia con Lepanto gli aveva tagliato la barba, che però gli sarebbe ricresciuta, lui invece alla città di S. Marco con la sottrazione di Cipro aveva tagliato il braccio destro, che non gli sarebbe più ricresciuto. Il genocidio compiuto in Dalmazia e Venezia Giulia ha praticamente cancellato due “regioni storiche”, coi suoi abitanti e la sua specifica cultura, amputando una parte d’Italia. Sebbene ciò sia avvenuto in passato, è ancora presente, poiché la suddetta “piccola patria” mai è stata ricostituita ed i suoi esuli e profughi si trovano sparsi in Italia, anzi nel mondo. Non si è trattato soltanto di una perdita di vite umane o di beni, ma della scomparsa di due regioni storiche, con la cultura specifica. Un tessuto stratificato e complesso di relazioni umane, di parentela, amicizia, vicinato, rapporti di lavoro, è stato spezzato e stravolto dalla dispersione di molte centinaia di migliaia di esuli in Italia e nel mondo. La loro cultura specifica ed identitaria, necessariamente collettiva e sociale, è stata in questo modo altrettanto stravolta ed impossibilitata a sopravvivere, essendo i suoi membri costretti ad una diaspora internazionale.

In greco “ritorno” si dice nóstos, mentre àlgos significa “sofferenza”. Il vocabolo “nostalgia” esprime quindi l’idea di sofferenza legata al desiderio del ritorno al passato. Tale termine è poi passato in numerose lingue europee con questo medesimo significato. Talvolta compaiono però anche altri vocaboli analoghi. In tedesco si distingue fra Sehnsucht, che ha la valenza di vagheggiamento indistinto, e Heimweh, che letteralmente significa “dolore di casa” ed è molto vicino al greco nostalghìa. Heimweh è etimologicamente connesso a Heimat, corrispondente all’incirca all’espressione italiana “terra natale”. L’inglese distingue similmente fra nostalgia e homesickness, che indica proprio il rimpianto della propria terra d’origine. Il norreno invece ha i vocaboli söknudur, designante nostalgia in senso generico, ed heimfra, appunto “nostalgia della terra”. Anche l’italiano ed il francese offrono un’analoga distinzione. In italiano esiste il grecismo nostalgia, che però è passato nell’uso ad esprimere un significato generico, ed il più determinato malattia del paese. In francese, allo stesso modo, si ha la separazione fra nostalgie e mal du pays. Si noti come numerosi di questi termini esprimano l’idea di dolore nell’atto stesso del ricordo, poiché designano una separazione appunto dolorosa ed una condizione di sofferenza e malattia. Primo Levi, nella sua opera Se questo è un uomo, esplicitamente rivolta più ad un’analisi dell’essere umano che ad un atto di denuncia dell’Olocausto, si interroga appunto se un essere umano ridotto nelle condizioni dei campi di annientamento continui ad essere un uomo. Una delle analisi giustamente celebri di Levi, citata talvolta anche da antropologi, ricorda le conseguenze dell’operazione di privazione di sé (lavoro, amici, familiari, vestiti, capelli, persino il nome) che hanno subito i prigionieri: “Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga. Noi sappiamo bene che in questo difficilmente saremo compresi, ed è bene che sia così. Ma consideri ognuno quanto valore, quanto significato è racchiuso anche nelle più piccole nostre abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara. Queste cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo; né è pensabile di venirne privati, nel nostro mondo, ché subito ne ritroveremmo altri a sostituire i vecchi, altri oggetti che sono nostri in quanto custodi e suscitatori di memorie nostre. Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno …” (Se questo è un uomo, Primo Levi, pag. 28-29, 1976, Torino 1982). L’esule non si limita a perdere proprietà e beni, ma perde anche i legami sociali, di amici, parenti e conoscenti, che costituivano il suo mondo sociale. Egli smarrisce inoltre i luoghi del ricordo, la casa in cui è cresciuto, la scuola, ecc., a cui è collegata la sua memoria. vedere smarriti quello che Levi chiama “i cento oggetti nostri” che “sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo” non è una perdita meramente materiale, ma psicologica ed esistenziale. L’uomo, insegnava già Aristotele, è un animale sociale cosicché il singolo, pur individuo distinto e separato dagli altri, ha una personalità che non può essere compresa, anzi meglio che non può esistere, a prescindere dall’ambiente sociale in cui si è formato. Questa è stata una ragione senz’altro fondamentale del profondo senso di dolore, appunto nostalghìa o Heimweh o malattia del paese, che ha colpito gli esuli, così forte da portare molti di loro all’infermità mentale. L’esilio è stato infatti un trauma psicologico profondissimo. Se la perdita di una persona cara induce abitualmente dolore per la sua mancanza, la scomparsa improvvisa di tutto il mondo in cui si è vissuti produce il medesimo effetto moltiplicato in misura esponenziale.

La conservazione della memoria di ciò che è avvenuto è stata resa particolarmente difficile dal clima politico e culturale impostosi in Italia sin dal dopoguerra, quando le esigenze diverse ma convergenti d’alcuni partiti politici, che preferivano calasse il silenzio sulla vicenda dei profughi, scacciati dai comunisti ed abbandonati a se stessi dal governo democristiano, hanno condotto ad un sostanziale oblio durato per cinquant’anni. Questo ha contribuito a rendere difficile raccontare la storia degli esuli, perché sono stati dipinti, falsamente, come dei criminali e mentitori. Si è esercitata su di loro una violenza psicologica e verbale ingiusta, e soltanto da pochi anni, lentamente, si tenta di superare questa cappa di piombo. Freud ha detto: “Ciò che non è stato capito, ritorna sempre”. Ciò è vero sia per i soggetti individuali, sia per quelli collettivi. Anche se quel che avvenuto non potrà mai essere cancellato, pure l’unico modo che si ha per superare una così grande tragedia è quella di conservarne la memoria, sia per impedire un suo ripetersi (historia magistra vitae), sia per dare un giusto riconoscimento alle vittime, ed ancora per riuscire a recuperare il trauma vissuto. È per questo che è giusto combattere quelli che, riferendosi all’Olocausto, il filosofo ebreo Abraham Yerushalmi ha definito “assassini della memoria”. Il ricordo può essere lenitivo dello stesso dolore, oltre a rappresentare, credo, un imperativo morale. L’istituzione di una giornata in memoria del genocidio delle foibe è un atto giusto ma non sufficiente. Si rende necessaria la salvaguardia di ciò che rimane della cultura istriana e dalmata, sia in Italia, sia anche all’estero, dove è spesso soggetta a stravolgimenti e distorsioni da parte di chi, dopo aver cancellato la presenza fisica degli Italiani di queste due regioni, vorrebbe ora farne sparire anche la storia ed il ricordo.

Autore: Marco Vigna
Fonte foto: dalla rete

 

 

Marco Vigna è laureato in storia summa cum laude, dottore di ricerca in storia (Philosophiae doctor) ed autore di pubblicazioni nel campo di storia medievale.

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