Il Tanzerloch nelle leggende dei Sette Comuni

Nel territorio di Roana (Robàan), sui Sette Comuni vicentini, esiste una voragine con un diametro di circa quaranta metri e una profondità di ottanta che in lingua cimbra è chiamata Tanzerloch – «Stinsarloch» a Camporovere (Kamparube) –, che significa «buco della danza». Sulle origini di questa depressione ci sono due leggende, una appartiene agli abitanti di Roana e l’altra a quelli di Camporovere.

Nel primo comune citato si racconta che due pastorelli, fratello e sorella, custodissero il gregge di famiglia su un pendio ripido; la madre gli aveva ordinato di non superare alcuni alberi, da cui in certe notti si sentivano provenire rumori simili a cigolii di catene e ululati di belve. Ciononostante, alle luci dell’alba, la zona pareva tranquilla, e un giorno di primavera la bambina pensò bene di infrangere il divieto materno; si inoltrò tra la boscaglia, non fece più ritorno e tutti la dettero per morta. Disperato, il fratello continuò a cercare la piccola e un giorno decise di addentrarsi nella selva, portando con sé solo un crocefisso di legno, che aveva ricevuto da un sacerdote nella vicina chiesetta dell’Holl.

Verso sera, dopo aver perlustrato a lungo quel misterioso tratto di foresta, il ragazzo fu preso da un gran sonno e si addormentò sotto un albero, ma a un tratto fu svegliato da una confusione infernale e una scena orribile apparve davanti ai suoi occhi: il diavolo impugnava il tridente come uno scettro e la sua sagoma brillava illuminata dalla luce della luna piena. Ai piedi del maligno giaceva il corpo tramortito della sorellina smarrita, circondato da fattucchiere danzanti, perverse come quelle descritte da Apuleio ne Le Metamorfosi. Sconvolto, il pastore invocò San Michele Arcangelo e lanciò la croce nel cerchio delle streghe: in quel momento si aprì il Tanzerloch, che inghiottì Belzebù e le donne in un vortice terrificante, ma la pastorella fu salva e poté tornare a casa tra le braccia dei genitori.

Ancora più caratteristica è la storia che si racconta a Camporovere: si dice che nel bosco che si estende tra quel paese e la Val d’Assa esistesse un tempo una radura in cui i pagani si ritrovavano per festeggiare gli dei con danze e sacrifici. Quando i cristiani giunsero sull’Altopiano rimasero disgustati da questi spettacoli e furono soggetti agli attacchi degli adoratori delle antiche divinità, ma la notte del 24 giugno (festa di San Giovanni Battista) i seguaci di Cristo, guidati dai loro sacerdoti, si mossero in processione verso il prato maledetto.

Pronti a colpire gli indifesi, i guerrieri pagani corsero in armi presso quello spiazzo, ma sotto i loro piedi, tra lapilli e saette, si aprì una grande fossa che li cancellò.

Esposte le due storie, si possono avanzare delle interpretazioni; innanzitutto, è palese che considerare questi racconti fiabe o favole è fuori luogo. Scolasticamente i due generi sono distinti tra loro da una schematizzazione rigida: la favola è molto breve, i suoi protagonisti sono solitamente animali che agiscono come uomini e la conclusione rivela una morale, mentre la fiaba presenta elementi magici e termina con un lieto fine (è il «dono d’amore» di cui parla Carroll in Attraverso lo Specchio). La fiaba, inoltre, ha molto in comune con il mito e spesso è un suo derivato. Nel suo saggio Il mondo incantato (1977), tuttavia, lo psicologo Bruno Bettelheim (1903-1990) ha notato che «nella maggior parte delle culture non c’è una linea netta che separi il mito dalla novella popolare o dalla fiaba; esse costituiscono nella loro totalità la letteratura delle società preletterate». E si deve osservare che illetterati erano certamente la maggioranza degli abitanti dei Sette Comuni, popolo di semplici boscaioli e allevatori.

La genesi del racconto di Roana è abbastanza semplice; esso, come tanti altri miti, spiega l’origine di un luogo e in seconda istanza ha per protagonisti due fanciulli e si rivolge soprattutto ai bambini: è teso ad insegnargli ad evitare un’area impervia e pericolosa, quale è il burrone del Tanzerloch, nonché a metterli in guardia dalle insidie del diavolo.

La leggenda di Camporovere, invece, è più avvincente e si ricollega alla credenza secondo la quale le popolazioni germaniche dei Sette Comuni discenderebbero dai cimbri sconfitti da Mario, rifugiatisi sui monti vicentini e poi cristianizzati da missionari giunti dalla pianura. Seguendo questa teoria, i timori degli ipotetici coloni cristiani sarebbero piuttosto comprensibili: nella Geografia, Strabone scrive che tra i cimbri esistevano crudeli sacerdotesse indovine, donne anziane, coi capelli canuti, scalze e abbigliate con tuniche bianche, sopravvesti di lino e cinture di rame, che attraversavano i campi di battaglia impugnando dei coltelli. Quando queste donne catturavano un nemico lo trascinavano sino a un grande vaso di rame, dalla capienza di venti anfore, e lì lo sventravano da sopra un pulpito, traendo previsioni sulla fortuna degli eserciti dal sangue e dalle viscere delle vittime. Insomma, non proprio una bella prospettiva per un prigioniero di guerra!

Sempre il Bettelheim afferma che in Europa la Bibbia forniva i «prototipi» per l’immaginazione dell’uomo, e quest’ultima leggenda ne è la conferma: essa è un mito fondativo che – riflettendoci – riprende il modello dell’Esodo. Nella fantasia popolare, i cristiani che procedendo dalla direzione di Rotzo (Rotz) volevano stanziarsi sull’Altopiano, guidati dai religiosi, attraversarono indenni il pericolo, similmente agli ebrei che varcarono il Mar Rosso, mentre la terra inghiottì i pagani, come il mare annegò le armate del faraone. Il 24 giugno, il giorno del solstizio d’Estate, quando le giornate cominciano ad accorciarsi, è associato a San Giovanni e a Gesù che trionfano sulle forze del male: il Battista è ricordato in quella data poiché egli, «chiamato profeta dell’Altissimo» (Luca 1,76), si abbassò sino a scomparire davanti al sole che sorgeva: il Cristo, «sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Luca 1,78-79).

Occorre però spiegare che, da un punto di vista storico, la narrazione dell’incontro-scontro tra i missionari e i selvaggi germani – per quanto paia affascinante e pregna di significati – non sta in piedi.

Si usa ripetere che ogni leggenda possiede un fondo di verità, ma in questo specifico caso non ve ne è nessuno: gli antichi cimbri, quelli contro cui si batterono i romani, non hanno alcun legame con i cimbri dei Sette Comuni, si tratta solo di una credenza germogliata secoli fa nella fantasia di poeti e scrittori, ed entrata nella cultura collettiva. È ormai provato, infatti, che gli altopianesi sono in massima parte i discendenti dei coloni tedeschi che raggiunsero le montagne venete dopo il Mille, portandosi dietro il loro idioma e i loro costumi: essi erano chiamati «Tzimber», cioè carpentieri, e da qui sorse l’equivoco del nome. Questi boscaioli germanici giunsero sulle Alpi italiane già cristiani, e per altro furono proprio le autorità ecclesiastiche a chiamarli in quelle zone abbandonate, affinché le ripopolassero. Cattolico significa «universale», e prima della nascita del concetto moderno di nazione l’aspetto fondamentale dell’appartenenza di un individuo a uno Stato era la Religione; la lingua e la cultura erano elementi identitari di secondo piano. Il fatto che i montanari parlassero tedesco e avessero usi peculiari non faceva alcuna differenza, ciò che contava ai fini del loro perfetto inserimento nella loro nuova Patria era la loro cattolicità.

I cimbri vicentini e veronesi non furono convertiti al cristianesimo dai preti inviati dalla pianura, bensì arrivarono già cattolici, invitati dai vescovi.

Alla “saga” del Tanzerloch, però, va aggiunto un ulteriore capitolo. Un tempo i popolani credevano che nel misterioso pozzo – in cui nessuno si era mai calato – dimorassero le Seileghem Baiblem (le Beate Donnette), una razza di piccole fate benigne simili a vecchie signore, che donavano matasse inconsumabili, destinate ad esaurirsi solo a causa di qualche sgarro verso le loro indicazioni. Si stimava persino possibile che la cavità fosse collegata a una fossa che si incontra a tre chilometri di distanza, nel territorio di Cesuna (Kan Züne), il Giacominerloch, al cui interno si pensava si scatenassero le anime dei morti irrequieti, con un gran frastuono di bare e di gemiti.

Solo il 15 maggio 1893 un gruppo di alpini, diretto dal tenente Ruzzenenti e dal capitano Satta Semidei, raggiunse il fondo del Tanzerloch. Attratti dalla mole di sinistre superstizioni, i militari scesero nel “buco della danza”; l’esplorazione venne condotta magistralmente, ma non fu coronata dal rinvenimento di alcun reperto storico. In quel sito, rimasto sino ad allora ignoto, non c’erano «né streghe, né fate; nemmeno la comunicazione sotterranea [col Giacominerloch]» annunciò il 1° giugno 1893 il Frugolino, un giornale per bambini edito a Milano, e il redattore aggiunse indispettito: «malgrado tutte queste belle prove, io so pur troppo che c’è ancora qualche frugolino che ha paura…Ditegli a nome mio che si vergogni!»

 

 

 

 

Autore articolo: Riccardo Pasqualin, insegnante, si dedica allo studio della Storia Veneta. Prossimamente sarà pubblicato il suo nuovo libro “Il paesaggio rurale storico nel Comune di Candiana”.

Fonte foto: dalla rete

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