La “traslatio” del corpo di San Fidenzio

La tradizione vuole che il corpo di San Fidenzio, terzo vescovo della città di Padova, sia stato ritrovato casualmente a Polverara nel 964 dal vescovo Gauslino Transalgardo, su segnalazione di due contadini che avevano sentito una voce proveniente dal sottosuolo.

Giunto nel luogo indicato dai due contadini il Vescovo stava recitando la messa quando il terreno sottostante tremò e vennè alla luce un sarcofago riportante l’iscrizione “Corpus beati Fidentii episcopi et confessoris”.

Gauslino intendeva far trasportare l’arca via fiume fino a Padova, in modo da aumentare il prestigio della cattedrale, ma durante la notte la barca su cui era stata caricata aveva rotto gli ormeggi e risalito la corrente fino a fermarsi ad Este.
Al porto di Este era in attesa un contadino che con autorevolezza fece caricare l’arca sul suo carro, poi, senza bisogno di alcuna indicazione, le giovenche aggiogate al carro si diressero verso le campagne della Scodosia.

Giunti di fronte alla chiesa di Megliadino San Tommaso, le bestie non si vollero più muovere, il contadino piantò a terra il pungolo, che improvvisamente germogliò, e poi sparì misteriosamente. Gauslino comprese che il misterioso carrettiere era in realtà un angelo e che quello doveva essere il luogo dove avrebbe riposato per l’eternità il corpo di Fidenzio.

Il sarcofago fu deposto nella cripta della chiesetta che fu poi ingrandita e la sua dedicazione cambiata da San Tommaso a San Fidenzio. Fin qui la leggenda.

Personalemente credo che effettivamente nel 964 sia stato sterrato un qualche sarcogago a Polverara.
Il territorio era attraversato dalla Via Annia e in epoca classica era comune farsi seppellire ai lati delle strade.
Gauslino ha poi, consapevolmente o meno, attribuito i resti alla figura semi-leggendaria di Fidenzio e ha deciso di traslarli nella Scodosia, estremo limite della sua giurisdizione e terra soggetta all’infiltrazione della Diocesi Veronese, chiesa di San Zeno a Montagnana, in modo tale da ribadire la propria autorità su quel territorio.

Prova ne sia il fatto che Gauslino, oltre a ingrandire ed a cambiare la dedicazione dell’originaria chiesa di San Tommaso, fece costruire li vicino un castello il cui mastio secoli dopo sarebbe stato riutilizzato come torre campanaria.
La Chiesa, ancora ad inizio XX secolo, era abbellita dalla presenza di un gigantesco albero di rovere probabilmente millenario, chiamato localmente Roversanto, sufficientemente grande da ospitare al proprio interno il laboratorio di un calzolaio. La leggenda lo voleva nato dal bastone piantato nel terreno dall’angelo durante la fase finale della “traslatio”.

Purtroppo nel 1912 il Roversanto venne colpito da un fulmine che spaccò il tronco a metà. Negli anni seguenti la metà esposta a sud cominciò a seccare, mentre la metà esposta a nord continuava a vegetare. Questo causava una distribuzione non omogenea del peso della pianta che ad inizio 1919 minacciava di spezzarsi.
L’arciprete di allora, Don Fumiano Dorin, tento di salvarla interpellando il prof. Trentin, della Cattedra Ambulante di Agricoltura, l’ingegnere Pierluigi Pomello ed il parroco di Mestrino, all’epoca noto agronomo, Don Angelo Candeo.
Purtroppo prima che la “commissione tecnica” potesse raggiungere un parere su come effettuare il salvataggio, la pianta si spezzò sotto il proprio peso l’8 marzo 1919…

All’arciprete non restò altro da fare che ordinare la sfrondatura ed il taglio del fusto, lavori che richiesero complessivamente sette giorni ed una spesa complessiva di 619.75 lire, circa 915 euro moderni, e fruttarono alla parrocchia centoquindici quintali di legna da ardere. Le peripezie del povero Roversanto non erano ancora finite…

Dopo il taglio si aprì un contenzioso tra il comune e la parrocchia su chi fosse il proprietario della legna.
Solo il 30 aprile il consiglio comunale deliberò che la pianta, anche se cresciuta su terreno del comune, era da considerarsi “bene della Parrocchia” ed era a questa che andavano attribuiti i centoquindici quintali ottenuti.

 

 

Autore articolo: Enrico Pizzo

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: R. Galiazzo (a cura di), San Fidenzio e la sua chiesa

 

 

 

 

Enrico Pizzo, classe ’74, residente sui Colli Euganei. Appassionato di storia veneta e storia dei sistemi monetari preunitari.

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