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Malta vista dal fascismo

Questo breve estratto di Ezio Maria Gray, Le terre nostre ritornano, mostra come il fascismo guardasse a Malta, alla sua italianità, al controllo inglese dell’isola.

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Piazzaforte, base aeronavale e caserma, Malta era predestinata a costituire normale obbiettivo per la nostra aviazione; e infatti dall’11 giugno al giorno in cui scriviamo, molte incursioni dei nostri bombardieri, cercando di evitare ogni offesa ai centri abitati, hanno martellato inesorabilmente gli impianti bellici dell’Isola, da Burmota a Miccaba, ad hal Far.

Ma anche se inevitabili danni avranno segnato il nobile volto dell’Isola italianissima, essa saprà inorgoglirne e sorriderne nella traboccante gioia di vedere esaudito per vittoriosa potenza delle armi d’Italia, l’antico voto di rientrare nel grembo della Patria senza avere mai ammainato la bandiera della razza, della lingua e della fede.

Del resto per cancellare anche l’ultima traccia dell’odiosa usurpazione ben poco occorrerà. Se è vero, come afferma il critico olandese Potgieter, che “l’architettura costituisce uno specchio severo dal quale un popolo può apprendere se ha realizzato un successo o subìto uno scacco, e ciò per intere generazioni”, è certo che l’aspetto e lo stile di Malta documentano la totale sconfitta inglese. Dopo un secolo e più di dispotica dominazione, gli oppressori di Malta non vi lasciano che testimonianze superficiali del loro reggimento. Essi che a Cipro spianarono gli spalti Veneziani per farne campi di tennis, a Malta hanno concesso ad un mercante dei loro di macinare gli antichi marmi romani per trarne un ingrediente di fabbricazione delle acque gassose. I due episodi in sé modesti rivelano la mentalità di una gente. Privi di quell’orgoglio veramente imperiale che portava la Roma dei Cesari e porta la Roma di Mussolini ad imprimere col proprio sugello di costruttori grandiosi ogni terra acquistata per Diritto o per vittoria, gli inglesi a Malta si sono limitati ad ampliare i bacini marittimi, a fabbricare caserme, a ingrandire l’Arsenale, ad accrescere cioè la capacità offensiva e difensiva della piazzaforte aeronavale. In più – dice Ojetti – qualche chiesina protestante di un gotico intirizzito villette in serie per famiglie di ufficiali. Aggiungiamo pure il marmoreo monumentino della Regina Vittoria in poltrona e il nuovo Teatro dell’Opera, tanto meno bello del Teatro settecentesco del De Vilhena. Lo sforzo immaginativo degli inglesi – se pure l’anno tentato – si è fermato lì. Nelle ore libere della vita di guarnigione, il polo, il bridge, il tennis bastarono a soddisfare le esigenze della loro epoca e torbida umanità. Di questa incapacità costituzionale ad essere, in terra altrui, qualche cosa di più e di diverso che forestieri spiritualmente inacclimatabili possiamo in realtà ringraziarli, perché ad essa dobbiamo se la Valletta ci ritorna – più animata per cresciuta popolazione – qualche la definitiva nel 1801 Alessandro Ball primo governatore inglese in un rapporto col suo Governo: “La più tranquilla città italiana”.

 

 

Fonte foto: dalla rete

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