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Dalla penna alla spada, il duello tra il conte de Ségur e il generale Gourgaud

L’alba del 16 luglio 1825 è sorta da poche ore quando due vetture, a poca distanza di tempo l’una dall’altra, attraversano di filato la barriera del Maine, lasciandosi Parigi alle spalle per l’aperta campagna. A bordo della prima il generale Georges Mouton conte di Lobau seduto accanto al generale Pierre François Marie Augusteconte Dejean che accompagnano un uomo dal volto teso e determinato seduto di fronte a loro: è PhilippePaul de Ségur, generale anch’egli e conte. Ma non fatevi ingannare dai titoli altisonanti, dei tre il solo de Ségur può vantare legittimamente nobili natali, gli altri due hanno guadagnato galloni e titoli sui campi di battaglia, al fianco di quel grande demiurgo dell’aristocrazia del merito che fu Napoleone Bonaparte.

Alcuni minuti dopo un’altra carrozza sfilava davanti ai gendarmi di guardia alla barriera situata nei pressi dell’attuale place Bienvenüe, a Montparnasse. A bordo altri tre uomini ben vestiti, azzimati e distinti: il generale e conte Pierre Claude Pajol, il colonello Duchamp, e con loro colui che tra i tre appare più assorto, con lo sguardo oltre il finestrino, il generale Gaspard Gourgaud, commendatore dell’ordine della Legion d’Onore.

Una cosa accomuna questi uomini che di prima mattina lasciano la capitale francese per la campagna, sono tutti ufficiali della Grande armée e hanno servito agli ordini dell’imperatore Napoleone Bonaparte, eppure di lì a poco due di loro si sfideranno a duello.

A Sant’Elena il loro comandante in capo è spirato solo quattro anni prima, ma da un decennio è terminata ormai l’epopea napoleonica per questi reduci, ed ognuno di loro ha intrapreso una strada diversa, benché quella gloriosa esperienza li abbia segnati in maniera indelebile. Ma per capire come mai due di questi ex compagni d’arme stanno per incrociare le lame in una singolar tenzone bisogna fare un passo indietro.

Le radici di questa controversia affondano nelle sterminate steppe russe e in un libro, un libro che voleva raccontare quella grande e terribile campagna militare che portò il fior fiore degli eserciti d’Europa fino a Mosca.

Se c’è un’opera che ha influenzato in maniera determinante tutta la storiografia coeva e successiva riguardante gli ultimi anni di regno dell’imperatore Napoleone Bonaparte, questa è senz’altro l’ Histoire de Napoléon et de la Grande armée pendant l’année 1812 del conte Philippe-Paul de Ségur. Pubblicata nel novembre 1824 si consacrò immediatamente come un grandissimo successo editoriale tanto da arrivare già nel maggio dell’anno successivo alla quinta ristampa.

L’opera dedicata all’epopea russa fu immediatamente accostata, per alcune inconfondibili scelte stilistiche, ad illustri archetipi classici, a cominciare dall’Anabasi di Senofonte con la quale il confronto parve subito imprescindibile. Il testo di de Ségur si basava su un buon impianto di memorialistica generale, compresi i ricordi dello stesso autore, aggregato allo Stato maggiore di Napoleone durante la campagna, con un apparato retorico che doveva principalmente coinvolgere, tra i lettori, tutti coloro che in un modo o nell’altro potevano aver vissuto quella tragica esperienza, ed in particolare proprio i reduci dell’Armée. Eppure, tranne in alcuni momenti in cui si concede enfasi a richiamare l’attenzione dei “commilitoni”, chi scrive sceglie uno stile impersonale che doveva idealmente garantire una maggiore obiettività nella descrizione degli eventi. La validità storiografica, ancor oggi riconosciuta, veniva accompagnata da una narrazione colta, raffinata, a tratti poetica, tanto da attribuire un valore letterario all’opera che non venne mai messo in dubbio nemmeno da chi volle criticarne l’attendibilità storica. Stendhal in una sua corrispondenza pubblicata sul London Magazin nel luglio 1825 giudicava l’opera di de Ségur troppo enfatica e sicuramente con uno stile più vicino a quello letterario di Hugo che non a quello che si conviene a chi si propone una cronaca di fatti storici, eppure considerava l’autore uno “scrittore sui generis” e il suo libro “comunque un capolavoro”.

Come detto, l’opera fu grandemente apprezzata pressoché in tutta Europa, tutti volevano leggere di quell’impresa e benché le memorie dei reduci in circolazione fossero già diverse quella di de Ségur aveva il pregio di una esposizione organica che si elevava al di sopra del particolare per gettare una luce sul quadro generale della campagna, sull’antefatto politico che ne fu la causa scatenante e sulle sue conseguenze.

Ma non tutti si fecero affascinare dal fluido e sicuro incedere della penna del conte de Ségur. Tra i tanti lettori ce ne furono diversi che si mostrarono piuttosto critici sugli eventi narrati e sul modo di raccontarli, e di questi censori il più animoso fu senz’altro Gaspard Gourgaud.

E Gourgaud non era propriamente un critico qualsiasi. Allievo d’artiglieria in quella École polytechnique fiore all’occhiello dell’armata francese rivoluzionaria e fucina di alcuni tra i suoi migliori ufficiali, combatté praticamente tutte le grandi battaglie dell’impero a cominciare da Ulm, passando per Austerlitz e Jena, ancora a Friedland, l’assedio di Saragoza, fino a Essling e Wagram. Per i suoi meriti, dal 1811 venne inquadrato nello Stato maggiore di Napoleone come ufficiale d’ordinanza. Entratovi capitano ne uscì generale. Era un fedelissimo dell’imperatore e lo seguì in tutte le sue campagne militari anche dopo la Russia, salvandogli persino la vita durante la battaglia di Brienne quando con un tiro di pistola preciso abbatté un cosacco che si era lanciato al galoppo contro Napoleone. D’altronde Gourgaud non si rassegnò a lasciare il grande còrso nemmeno dopo Waterloo: seguì infatti Napoleone nel suo esilio di Sant’Elena e gli rimase accanto per altri tre anni prima di rientrare in Europa per denunciare le condizioni misere in cui il conquistatore d’Europa veniva tenuto dagli inglesi. Nel 1823 aveva fatto pubblicare Mémoires pour servir a l’histoire de France sous Napoleon e tra il 1822 ed il 1827, insieme al conte Charles Tristan de Montholon, farà uscire l’opera in otto corposi volumi intitolata Memorie per la storia di Francia sotto Napoleone, scritte a Sant’Elena dai generali che hanno condiviso la sua cattività.

Dunque Gourgaud non solo aveva vissuto le vicende narrate da de Ségur, ma lo aveva fatto da una posizione privilegiata, molto vicina a Napoleone, impiegando il resto del suo tempo, dopo essere stato forzatamente destituito dall’esercito, a raccontarne la storia. A lui il libro del suo compagno d’arme non piacque nemmeno un po’. Le critiche che Gourgaud rivolse al testo di de Ségur furono talmente tante ed articolate che finì per scriverci un libro a sua volta. Nei primi mesi del 1825 videro così la luce i tre volumi del suo Napoléon et la Grande armée en Russie ou examen critique de l’ouvrage de M. le comte de Ségur. Una vera e propria invettiva contro quella che a suo giudizio era un’opera che in ogni sua parte non faceva che screditare la Grande armée e lo stesso Napoleone. Il testo di Gourgaud riprende quello di de Ségur punto per punto, capitolo dopo capitolo, e ne confuta quelli che ritiene errori marchiani ed inesattezze, sia sulla conduzione militare della campagna che sugli aspetti più intimi della vicenda bellica.

Innanzitutto contesta uno degli elementi chiave della narrazione di de Ségur, quello secondo cui Napoleone, evidentemente afflitto da invalidanti problemi fisici, si dimostrò incapace di condurre la campagna militare con la stessa lucidità e prontezza che aveva dimostrato sino ad allora. Per intaccarne la presunta autorevolezza Gourgaud non esita a mettere in dubbio la validità del punto d’osservazione di de Ségur, mero maresciallo d’alloggio del palazzo, praticamente poco più che un maggiordomo la cui spada restava per lo più comodamente adagiata nel fodero, e che aveva a che fare solo con l’intendenza di Napoleone nel momento in cui doveva prepararne le stanze. Come avrebbe fatto egli dunque a cogliere tanti aspetti dell’intimità dell’imperatore?

«L’autore che non vedeva l’imperatore, che allorché traversava l’anticamera; che non lo ascoltava che qualche volta nelle udienze pubbliche; dove prende egli le sue parole allorché lo fa parlare? Nella sua immaginazione o nella sua memoria. Perché le prendesse nella sua memoria bisognerebbe che fossero state dette in pubblico, cosa che non esiste». […] «Il maresciallo d’alloggio del palazzo, che ha forse qualche volta da lontano veduto la porta esterna del gabinetto, avrebbe potuto scorgere queste belle cose, mentre che nessun altro le ha vedute?».

Al di là della questione legata al ruolo di de Ségur che era ben lontano dalla cerchia ristretta degli uomini più fidati di Bonaparte e che dunque non poteva aver udito l’imperatore nei suoi colloqui privati con essi, Gourgaud contesta anche gli aspetti più propriamente militari, a cominciare dai numeri. Il primo considera l’armata guidata direttamente da Napoleone all’ingresso in Russia forte di 445.200 uomini, ed il secondo replica a queste cifre: «Lo stato che dà delle forze dell’armata è inesattissimo. Risulta dai documenti ufficiali che possediamo, e che sono anche ricoperti di note vergate dalla mano di Napoleone che l’armata contava al passaggio del Niemen 325.900 uomini […] di cui 155.400 francesi e 170.500 alleati […]». Secondo Gourgaud l’errore di de Ségur sta nell’aver riportato un dato che è quello dei «copri supposti al completo» senza contare inoltre le perdite nelle loro marce di avvicinamento al confine russo.

Sotto la lente d’ingrandimento del solerte ufficiale napoleonico finiscono, riga dopo riga, non solo i dettagli tecnici, ma anche e soprattutto gli eventi che vengono narrati, a giudizio di Gourgaud, con un’enfasi che finisce spesso per travalicare i fatti. Come nell’occasione di uno degli episodi che segnano l’ingresso della Grande armée in territorio russo, quando secondo de Ségur un impaziente Napoleone, a causa di un ponte rotto che rallentava l’avanzata, avrebbe ordinato ad uno squadrone di cavalleggeri polacchi della guardia di attraversare a nuoto la Vilia e questi, malgrado la violenza della corrente, facendo a gara per mostrare la propria fedeltà all’imperatore, finirono per annegare quasi tutti. «Questo sviluppo del melodramma fa succedere l’odioso al ridicolo», esclama senza mezzi termini Gaurgoud prima di fornire dettagli volti a dimostrare di saperne certamente molto di più del conte: «Era il primo squadrone comandato dal capo di squadrone Kozietuski, e composto dalla prima compagnia, capitano Zaluski, e dalla quinta, capitano Szeptycki». E’ vero dunque che il generale Krasinski, comandante del reggimento, si gettò nel fiume per salvare uno dei suoi soldati, ma a correre un serio pericolo di vita fu unicamente il capitano Zaluski che venne però prontamente tratto in salvo dagli zappatori che avevano già compiuto la traversata. Una versione che per usare un eufemismo è un tantino differente.

Dunque per Gourgaud ecco l’esempio, uno dei tanti, che de Ségur finisce per piegare la realtà storica alle sue esigenze narrative.

Non è vero dunque che Napoleone aveva pensato inizialmente di fermarsi a Vitepsk, «non sarebbe mai venuto in mente ad un militare che Napoleone avesse voluto prendere i quartieri d’inverno nel mese di luglio». E più avanti, non è affatto vero che Murat pregava Napoleone di attaccare immediatamente Smolensk mentre l’imperatore mostrava esitazione. E qui Gourgaud fa pesare anche la sua posizione privilegiata all’interno dello Stato maggiore: «D’altronde avendo noi passato una porzione di quella notte presso il re di Napoli e nella tenda dell’imperatore, possiamo assicurare che le riferite conversazioni non sono vere».

E poi c’è uno dei momenti salienti della campagna giudicato in maniera totalmente differente dai due ufficiali. De Ségur sottolinea più volte nella narrazione della battaglia di Borodino la ritrosia di Napoleone nel voler impiegare la Guardia, in particolare quando gli sforzi congiunti di Murat, Ney e Davout avevano scompaginato il fronte dei russi al centro e un’ultima spallata avrebbe potuto consegnare la vittoria totale alle truppe francesi. Napoleone, ancora condizionato dal suo stato fisico, non avendo potuto seguire direttamente lo scontro, avrebbe commesso un errore di valutazione rifiutandosi di mandare la riserva a sostegno dei suoi marescialli che ne richiedevano l’intervento, o almeno questo è quanto lascia intendere de Ségur. Niente di più falso, gli risponde Gourgaud.

«[Napoleone] aveva in mano una riserva per parare gli avvenimenti imprevisti, ma questa non ha avuto luogo di agire perché la vittoria non è mai stata indecisa. Tutti i militari sono d’accordo su questo principio, che in una battaglia, la riserva generale non deve essere impegnata, se non che quando vi è assoluta necessità, cioè a dire per evitare una disfatta. Fu per non aver riconosciuto questo principio che il generale Melas quasi vincitore a Marengo perdé l’armata, e con essa tutta l’Italia. Credendo egli assicurata la vittoria, fece impegnare la sua riserva per renderla più decisiva, ma la divisione Dessaix arrivò, e l’armata nemica fu distrutta perché non poté riunirsi. […] Napoleone aveva inoltre dei potenti motivi per non mancare a questa gran legge della guerra. Avendo a fronte un nemico appoggiato alla sua capitale, e nel caso di ricevere dei rinforzi; e trovandosi esso all’opposto distante ottocento leghe dai suoi stati, cosa sarebbe mai succeduto se la battaglia avesse ricominciato l’indomani, che tanto era nell’idea di Kutusoff? Le truppe francesi malgrado la loro vittoria, e forse per cagione di questa potevano essere respinte. Un solo corpo fresco di ventimila uomini di truppa scelta avrebbe potuto vincere la battaglia».

C’è poi un altro elemento chiave che viene messo in discussione dalla trattazione di Gourgaud. Secondo quest’ultimo le truppe francesi in ritirata da Mosca a Smolensk poterono contare su buone condizioni atmosferiche almeno fino al 6 novembre, cioè per sedici o diciassette giorni da quando si erano varcate le porte della capitale religiosa della Russia, con un freddo decisamente più sopportabile di quello che si era avuto nelle precedenti campagne di Prussia e di Polonia, ma persino di quello della campagna castigliana del 1808. «L’autore abbondantemente provveduto dei più cupi colori per dipingere questa memorabile spedizione, anticipa già la pittura dei disastri cagionati dal rigore del freddo. Egli contenga pure la sua impazienza, che non gli mancheranno argomenti né si affretti a dire che l’inverno aveva sorpreso l’armata tre giorni dopo la sua sortita da Mosca». Quella da Mosca non fu dunque una fuga, perché «l’armata francese non è mai fuggita davanti ai Russi: da Mosca essa poteva recarsi sopra  Pietroburgo e certamente questa marcia non sarebbe stata chiamata dall’autore una fuga. L’imperatore preferì di portarsi sopra Smolensko per passare l’inverno in Lituania, ed avendolo eseguito volontariamente, neppure questa marcia potrà chiamarsi una fuga. Non erano i Russi che cercavamo di evitare, ma bensì l’inverno in mezzo alla Russia».

Gaurgoud lancia inoltre un’altra accusa sanguinosa all’indirizzo dell’autore de l’Histoire: de Ségur starebbe tra le righe tentando di compiacere i russi mostrandoli sempre sotto una luce più favorevole rispetto a quella che gli eventi reali poterono loro attribuire.

«Se le conversazioni che egli ha riferite non avessero bastantemente dimostrato che non ha veduto ciò che racconta, noi ne troveremmo una nuova prova nella descrizione romantica che egli fa del campo di battaglia [di Borodino] al nostro ritorno. Ma noi non gli invidiamo il piacere che egli prova a supporre sulla sua strada “trentamila cadaveri mezzi divorati” che non vi erano. Se il viaggiatore di cui egli parla lo prende un giorno per Cicerone corre gran rischio di smarrirsi», chiosa caustico Gourgaud.

E dunque con codesto Cicerone, per Gourgaud chi volesse intraprendere la ricerca dei fatti della campagna di Russia come fosse un viaggio, rischierebbe di smarrire la via.

Benché l’opera di Gourgaud abbia venduto nel 1825 appena 1500 copie contro le 22.000 di de Ségur, le accuse aspre e dirette intaccano l’onore stesso di veterano della Grande armée di de Ségur, oltre alla sua attendibilità di storico, tanto più che la disputa aveva animato subito i salotti di tutta Europa. Impossibile lasciarle cadere, soprattutto in un’epoca in cui per molto meno veniva lanciato un guanto di sfida. E difatti de Ségur per le accuse ricevute chiese immediatamente soddisfazione. Come avrebbe detto Balzac, in quel periodo per uno scrittore la spada ed un paio di pistole erano altrettanto indispensabili che la penna, a maggior ragione se lo scrittore era anche un generale. È così che arriviamo a quella mattina del 16 luglio del 1825.

Per la verità i due contendenti si erano dati appuntamento con i loro testimoni per il giorno prima, 15 luglio, ma l’intervento della gendarmeria aveva fatto fallire l’incontro. Per nulla scoraggiati ci avevano riprovato il giorno successivo e questa volta erano riusciti ad eludere i controlli usando maggiore discrezione all’uscita delle barriere di Parigi che delimitavano la zona urbana dalle campagne. Gourgaud scelse la spada. Ora lui, 42 anni, fronteggiava armi alla mano il conte de Segur, quasi coetaneo con i suoi 45 anni, entrambi reduci ed orfani dell’imperatore. La contesa era dunque passata dalla penna alla spada.

E’ così che un articolo pubblicato sulla Gazzetta di Milano del 4 agosto 1825, e dunque poche settimane dopo il duello, a testimoniare l’interesse alla vicenda che travalicava i confini francesi, descriveva i due contendenti:

«I modi del sig. di Segur sono quelli d’un uomo di mondo, eleganti e politi; la sua conversazione, vivace, spiritosa, animata; egli è assai magro; meno che mezzana la sua statura, ma i suoi tratti spirano l’acutezza e la grazia del suo spirito. […]

Il  generale Gourgaud è di picciola statura; gli occhi suoi sono grandi, vivi, il suo corpo esile ed asciutto. Non si deve ricercare in esso né i gusti né le abitudini di un uomo di mondo; aspri sono i suoi modi e risoluto il suo dire, ma sotto un carattere bollente ed impetuoso, con piacere si scorge un gran fondo di bontà, di dolcezza e di sensibilità naturale, di cui gli antichi suoi commilitoni nell’infortunio provarono sovente gli effetti».

A raccontarci l’esito dello scontro è il parigino Journal des débats del 16 luglio. I due si affrontano, le lame si incrociano. Una stoccata di Gourgaud va a segno ferendo l’avversario sul braccio. Ma si va avanti. Ancora qualche scambio e questa volta è de Ségur a ferire all’addome il suo rivale. A questo punto intervengono i testimoni. Il sangue versato è abbastanza. L’incontro viene interrotto, e come chiosa lapidario il giornalista, i garanti stabiliscono che «le combat était fini, et que cette affaire ne devait pas avoir d’autre suite». La questione è chiusa.

La querelle tra i due generali, tra i due storici, tra i due ex compagni d’arme, finiva con quelle due ferite, altri due segni su quei corpi già segnati da tante battaglie. Quella sulla attendibilità del testo di de Ségur è ormai una questione che riguarda i posteri ai quali ovviamente spetta l’ardua sentenza.

 

 

 

 

Autore articolo: Giuseppe De Simone, laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, presso la Sapienza – Università di Roma, con una tesi in Storia Militare su “L’esercito francese e la Guerra d’Algeria”, è studioso di storia del Mezzogiorno d’Italia.

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: G. Gourgaud, Napoleone e la grande armata in Russia ossia Esame critico dell’opera del sig. conte Di Ségur, 1825; Gazzetta di Milano, giovedì 4 agosto 1825, n. 216; Journal des débats, venerdì 15 luglio 1825 ; Journal des débats, sabato 16 luglio 1825.

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