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La liberazione di Torino del 7 settembre del 1706

Relazione della liberazione di Torino del 7 settembre del 1706 conservata nel Convento dei Cappuccini alla Madonna di Campagna (A. Manno, autore di Relazione e documenti sull’assedio di Torino nel 1706).

***

Finalmente dopo un lungo e stretto assedio di poco meno di circa quattro mesi fatto da Gallispani sotto la città di Torino, giunse ne Stati di S. A. R. di Savoia li 28 agosto nel luogo d’Isola, vicino al Tanaro, il serenissimo principe Eugenio di Savoia, con un’armata di venticinque mila uomini, la quale passò sopra due ponti di barche detto fiume Tanaro.

Li ventinove di agosto il principe Eugenio fece distribuire in iscritti alli generali la marcia dell’armata, e diede ordine di mandar in Alba i carri con gli infermi e gente inutile e di non ritenere se non quelli che fossero abili a combattere, come pure che dovesse osservarsi un’esatta disciplina per li luoghi dove passavano, indi il detto principe proseguì anticipatamente la sua marcia per unirsi con S. A. R. che s’avanzò per riceverlo sin là di Carmagnola. Questi due principi incontratisi in campagna aperta, si abbracciarono con espressioni inesplicabili di tenerissimo amore e si portarono unitamente alla Motta, ove era il quartiere speciale di S. A. R. poco distante da Carmagnola, avendo poi la sera cenato insieme nel Monastero di Casanova, abazia di detto principe. Avendo poi concertata la marcia dell’armata e trovato che l’acqua era scarsa in quelle parti, stabilirono di farla passare per Villastellone, al cui effetto fu mandato un luogotenente colonello per avvisarne li generali. Li 30 il suddetto colonnello riferì che il signor principe di Anhalt era arrivato con le sue truppe a Villastellone e che il resto dell’armata era in piena marcia per rendersi ivi. Li 31 S. A. R. ed ser. principe Eugenio si portarono a vedere l’armata imperiale nel detto luogo arrivata, quale ritrovarono in buonissimo stato, indi ritornarono al campo della Motta, ove seppero che tutto l’esercito nemico era giunto sotto Torino, sotto il comando del sig. duca d’Orleans e del conte Marcin maresciallo di Francia, consistente, dopo l’arrivo delle truppe di Lombardia in 104 battaglioni d’infanteria e 120 squadroni di cavalleria, che in tutto ascendevano a 47,000 uomini e più, de quali ne avevano mandato una buona parte alla montagna fra li confini dell’Eremo dei Padri Cappuccini. Il 1° di settembre S. A. R. discampò colla sua piccola armata dalla Motta e venne a congiungersi con gli imperiali a Villastellone, al di cui arrivo il sig. principe Eugenio fece fare una triplice salve del cannone e moschetteria in allegrezza della loro unione. Indi S. A. R. diede ordine di costruire due ponti di barche sul Po e di fortificarne li capi ove furono messi i reggimenti di cavalleria Neuburg, Glöckelsberg e Vaubon, con quelli d’infanteria Würtemberg e Canitz.

Il medesimo giorno alcuni disertori de’nemici rapportarono che detti nemici inviavano continuamente truppe alla montagna di Torino e che pareva che il loro disegno fosse di aspettar nelle linee l’arrivo del soccorso che si diceva preparato per liberare dall’assedio Torino.

Il conte di Feltz, maresciallo generale di campo ebbe ordine di rendersi avanti giorno alla diritta con 1700 cavalli, e suoi granatieri.

Li 2 settembre il predetto distaccamento marciò verso Chieri e poco dopo fu rinforzato da 300 cavalli sotto l’ordine del sig. Gebben, luogotenente colonello, e poi da altri 150 comandanti da un maggiore piemontese e di 200 Valdesi delle valli di Luserna. Indi S. A. R. ed il principe, seguitati da una quantità di generali si portarono nel far del giorno per la via di Chieri sopra la maggior altezza della montagna per vedere ed osservare gli andamenti dell’assedio di Torino, e lor situazione del campamento ed esercito nemico, come pure la quantità delle loro linee e trinceramenti, dopo di che i detti principi col loro seguito ritornarono al loro campo di Villastellone, avendo anche riconosciuto che i nemici facevano giorno e notte travagliar alla fortificazione di una cassina in detta montagna al di sopra di Moncallieri e che avevano rinforzato le truppe che custodivano il loro ponte di Cavoretto.

Li 3 essendo ancora l’armata a Villastellone, si attese a provvedersi di viveri con altre cose necessarie, essendosi accorti che i nemici facevano qualche movimento verso la montagna e così si fece marciare sulla diritta del Po il picchetto degli Usseri per osservarli, e fu dato ordine di marciare l’indomani.

Li 4 settembre l’armata dicampò da Villastellone passando il Po sovra due ponti di barche vicino a Carignano, avanzandosi verso Beinasco, ove passato il Sangone accampò la sera. La stessa notte fu comandato il conte di Santena, maresciallo di campo generale delle truppe di Savoia di portarsi a Chieri con quattro battaglioni, due imperiali e due piemontesi, unitamente con un reggimento di Dragoni per ivi unirsi con tre altri battaglioni d’ordinanza e 10 in 12 mila uomini di milizia che andavano attivando in quelle parti del Piemonte; tra quali alcune compagnie franche di cavalleria, levate in questa congiuntura da diverse città dello Stato, come da Savigliano Sotto il comando del conte Diano (!), da Cuneo ed altre città Sotto altri capi, con ordine di attaccare i nemici dalla parte della montagna, a tempi prescrittigli.

Li 5 l’armata marciò verso Pianezza e si ebbe avviso che un gran convoglio di 1500 tra cavalli e muli carichi di munizioni di guerra e da bocca scortati da 1300 cavalli, venivano da Susa per andare al campo nemico, ed in effetto fra poco comparve, marciando verso Pianezza.

Il generale Visconti alla testa della brigata di Falkenstein che si trovava alla sinistra della prima linea, ebbe ordine da S. A. R. e dal principe Eugenio d’attaccarla e sul medesimo tempo fecero pigliar posto al di là della Dora, con alcuni granatieri, affine di sostenere detta brigata in caso di bisogno. Li nemici fecero smontare li loro dragoni per impedire alli nostri il passaggio di detto fiume, ma al dispetto di loro sforzi e gran fuoco, il reggimento de Dragoni di Herbeville lo passò, e fu seguitato dal resto della cavalleria; il che fatto, gli nemici furono assaliti e messi in rotta, essendo costretti a lasciare in abbandono gran parte de suoi cavalli e muli carichi e furono dal restante dei nostri perseguitati sino al castello di Pianezza, ove li nimici si rifugiarono; indi sull’avviso che si ebbe che si volevano ritirare da quel posto, si diede ordine al marchese di Langallerie, luogotenente generale della cavalleria, di passare la Dora con la seconda linea per tagliargli la strada e fargli tornare in detto castello sin tanto che li granatieri avessero passato detto fiume per quale effetto si diede ordine di costruire un ponte sulla Dora per far passare alcuni pezzi di cannoni. Or mentre si attendeva a disporre ciò che si era ordinato, 160 cavalli nemici si avanzarono verso il nostro campo ed obligarono uno dei nostri luogotenenti a ritirarsi. Il che veduto dal conte di Roccavione general maggiore, distaccò il capitano Richa e detto luogotenente con cavalleria ed ussari che ributtarono li nemici sin nelle loro linee, con uccidergli dodici uomini, fatto sette prigionieri e presi alcuni cavalli. La sera poi furono condotti al nostro campo circa 200 prigionieri con un colonnello e molti altri ufficiali con un gran numero di muli e cavalli del suddetto convoglio, del quale però secondo le relazioni avute, appena 200 muli con poche truppe arrivò al campo nemico. Indi la nostra armata accampò vicino a detto castello di quà della Dora, ed il signor marchese di Langallerie, con l’ala sinistra della seconda linea, col marchese Wisconti, passò al di quà di detto fiume.

Li 6 li nostri granatieri entrarono in detto castello di Pianezza per una via sotterranea, ed allor li nemici si resero prigionieri di guerra in numero di 250 soldati e 30 ufficiali, ove si fece un bottino considerabile con due stendardi. Dopo il che S. A. R. ed il principe Eugenio avendo fatto passare la Dora alla loro armata, si fermarono in detto castello, accampando l’ala destra vicino alla Dora e la sinistra verso la Veneria Reale vicino alla Stura ove era il quartiere generale.

Essendo dunque i suddetti principi risoluti di soccorrere Torino, diedere a viva voce e in iscritto tutti gli ordini necessari alli generali per attaccare l’indomani li nemici nelle loro linee, benchè custodite e munite di 120 cannoni fattivi mettere dal Duca d’Orléans tra la Stura e la Dora, e che tutta l’infanteria dovesse fare l’attacco. Inoltre fu comandato a tutti li granatieri di unirsi un’ora avanti il giorno, senza battere il tamburo, alla testa delle truppe prussiane, in modo che tutto fosse pronto per fare la marcia al far del giorno.

L’infanteria ebbe ordine di marciar in otto colonne, cioè quattro alla prima linea ed altrettante alla seconda; e questa marcia doveva farsi di tal maniera che il signor Hagen generale maggiore delle truppe prussiane potesse costeggiare la Stura con la sua colonna; li cannoni di campagna dovevano essere distribuiti tra le colonne dell’infanteria e fu loro dato ordine che ove trovassero fossi o altre cose che impedissero il passaggio del cannone, di prendere la gran strada di Torino, affinchè fossero giunti al posto fuori della portata del cannone dei nemici.

Le quattro colonne della prima linea dovevano spiegarsi a sinistra, acciocchè i Prussiani potessero stendersi sino alla Stura e che gli altri occupassero tutto il terreno che gli fosse possibile, inoltre che si dovesse lasciare fra gli battaglioni da 20 a 30 passi per l’artiglieria.

La seconda linea doveva essere disposta nella medesima forma, a riserva che gli intervalli fra gli battaglioni dovevano essere più grandi, acciocchè potessero in caso di bisogno rimettersi più comodamente. Di più si ordinò che detta linea dovesse seguire sempre il moto della prima; da essi si terrebbe lontana da tre in quattro cento passi; di più che i soldati non dovessero sparare le loro armi se non con l’ordine dei loro ufficiali, che procurassero di avvicinarsi col moschetto sulle spalle all’inimico, tanto che sarebbe possibile; che essendosi resi padroni, coll’aiuto di Dio, dei trinceramenti dei nemici, la prima linea vi si alloggierebbe con farvi apertura per la cavalleria, aspettando nuovi ordini; che la cavalleria si formerebbe anche in due linee, la prima in sei colonne e l’altra per brigata, restando fra essi il medesimo spazio che nell’infanteria per potersi comodamente riunire in caso di bisogno. Che gli ussari dovrebbero esser alla testa e ricevere gli ordini al principio dell’azione; che il restante dell’artiglieria marcierebbe dopo l’infanteria.

Li 7 al far del giorno l’armata cominciò a mettersi in battaglia secondo la precedente disposizione, e cominciò la marcia. Ma essendo di subito entrata in una gran pianura, si fece avanzare la cavalleria per marciare alla testa della fanteria. Il restante poi delle truppe restò nell’ordine prescritto, e l’artiglieria fu distribuita coll’infanteria.

Quando l’armata fu quasi alla portata del cannone dei nemici, fece alto, trovandosi l’infanteria in due linee, e la cavalleria in altrettante, ed allora si riconobbe che i trincieramenti dei nemici erano molto più grandi che non si era creduto.

I nemici essendosi accorti della nostra marcia, fecero subito avanzare le loro truppe verso i suoi trincieramenti e cominciarono nel medesimo luogo a sparare contro di noi il cannone, e mentre che durò questo fuoco, che fu lo spazio di due ore, la nostra armata si mise intieramente in ordine di battaglia con tutti i granatieri alla testa di ciascun colonnello di infanteria, ed avanzandosi a passo a passo con la sinistra verso la Stura in quel miglior modo che gli fu possibile, e con la destra verso la Dora, cominciò allora il cannone della nostra e la sinistra a tirare dalle ore otto e mezzo sino alle undici, tempo in cui fu dato ordine dell’attacco.

Il fuoco d’artiglieria si raddoppiò dall’una parte e dall’altra, ma li nemici avevano maggior vantaggio per essere coperti dai trinceramenti.

Tutti li granatieri dell’Imperatore, sotto gli ordini del colonnello Salms e quelli dei suoi alleati, unitamente con l’infanteria di Prussia, comandati dalli bravi generali maggiori Styllen e Hagen prussiani, trovandosi al lungo della Stura e più vicini al nemico che l’ala diritta, furono i primi a dar l’attacco, mentre i cannoni caricati a cartocelli, con la moschetteria, facevano gran fuoco. Il principe Anhalt, trovandosi alle prese col nemico, fu subito seguito dal duca di Wittemberg e sergente generale Falkenstein alla testa delle loro brigate. Il conte di Königsek ed il principe di Sassonia Gotha, seguitati dalle loro truppe, si mischiarono nella zuffa che fu lungo tempo dubbiosa; finalmente l’ala sinistra superò i trinceramenti con un valor grandissimo, e tutti i granatieri, l’infanteria di Prussia e la brigata del duca di Wittemberg composta di cinque reggimenti imperiali, non ebbero sì tosto avuto questo vantaggio che in conformità dell’ordine avuto vi fecero una gran apertura per poter introdurvi la cavalleria; indi trasportati dal loro ardore, si misero a perseguitar i nimici fuggitivi, scordandosi dell’ordine dato di pigliar posto ivi. Il che visto, il principe Eugenio fece subito distaccare il colonnello Händel col reggimento del conte Massimiliano di Starhemberg, che era nella brigata del generale Ysselbach che faceva parte della seconda linea, ordinandogli di prendervi posto con Voltare il cannone dei nemici contro i medesimi, e di non abbandonar detto posto per qualsiasi cosa che occorresse. Ciò fu fatto sì a proposito che appena fu detto reggimento appiazzato ed essendosi nel medesimo tempo i nemici rimessi, ributtarono ancora parte della nostra cavalleria con l’infanteria di Prussia. Ma il reggimento di Starhemberg avendoli arrestati, e riunitesi le nostre truppe, e secondate dal restante della cavalleria dell’ala sinistra, obligarono un’altra volta il nemico alla fuga.

Mentre ciò seguiva, il barone di Rhebinder penetrò anche nelle trincere nemiche, ma il principe di Sassonia Gotha a cui era stato commesso di attaccare li nemici dalla parte di Lucento, vi incontrò maggiore difficoltà sì per il gran fuoco che fu astretto a soffrire per lo spazio di un’ora e mezzo, come per essere l’armata nemica in distanza tale da poter sostenere più facilmente li nostri sforzi, con difficoltare l’acquisto di quel castello dove si era messo il conte di Marcin maresciallo di Francia, con un nerbo de migliori soldati.

Non ostante però questo disavvantaggio, fu superata valorosamente la cavalleria dei nemici, dalla quale fu assalito; al che contribuì grandemente il rinforzo che gli fu inviato dall’ala sinistra. Il barone di Kirchbaum, il conte di Harrach, il barone Ysselbach ed il conte di Bonneval sostennero e secondarono così bene detto principe col caricare sì a proposito li nemici che non ostante li soccorsi che ad ogni momento ricevevano, si impadronirono di una gran cascina vicino a Lucento situata alla testa di un loro ponte col farvi prigioniero un battaglione che lo custodiva, dopo il che vi si piazzarono in modo che potevano osservare li nemici se facevano venire truppa di qua dalla Dora per impedirli. Ma li nemici avendo trovato il modo di rimettersi e di formare una linea, la nostra cavalleria fece alto, sintantochè tutta l’infanteria e cannoni fossero giunti; dopodichè la nostra ala sinistra si mise a perseguitarli tutto il lungo della Stura sino al Po con forzare li fortini e ridotti che in quel tratto di paese vi erano, dando loro dapertutto la carica, con metterli in disordine e cacciarli dal loro primo trinceramento, indi dal secondo che era fortificato di molte ridotte e cascine custodite da truppe che si resero a discrezione, inseguendoli sino al loro ponte di Po.

La nostra ala diritta fece anche ottimamente sue parti, mentre forzati tutti i trinceramenti nel campo nemico e nel castello di Lucento, respinti i soccorsi che di qua della Dora vi andavano con aver fatto annegare molti nella medesima Dora, molti tagliati a fil di spada, si rese finalmente padrona di tutto il castello e del ponte fabbricatovi dai nemici, indi tutte e due le ale insieme s’impossessarono intieramente del campo loro tra la Stura, Dora e Po; ma perchè i nemici nel fuggire avevano dato fuoco ad un gran magazzeno che avevano nel detto luogo di Lucento di farina, pane e biscotto, non se ne potè salvare che una minima parte che con l’altra del loro campo fu solamente di sacchi 3000 di grano e 2000 di biscotto; e furono trovati nel campo dei nemici tra la Dora e la Stura li loro equipaggi, tende e trentanove pezzi di cannoni di campagna.

Mentre le cose così si passavano di là della Dora, i nemici che erano di qua all’attacco della cittadella, continuarono a batterla con la loro artiglieria, sino ad un’ora e mezzo dopo mezzogiorno; ma ben presto gli convenne abbandonare l’impresa, per mettere in salvo la loro vita, fuggendo precipitosamente dai loro approcci con lasciar tutto ciò che avevano coi cannoni, mortari e munizioni da guerra, con mettere prima il fuoco ai loro magazzini di polvere, bombe e granate, benchè non sia riuscito interamente il loro intento. Il maresciallo de Marcin che difendeva Lucento, fu ivi mortalmente ferito e fatto prigioniero con altri ufficiali e soldati del loro comando, ed il colonnello barone di Proven fu subito comandato per salvaguardia di detto signor Marcin.

Nello stesso tempo che pervenne a notizia del generale conte di Daun e del marchese di Caraglio comandanti generali in Torino, che S. A. R. col principe Eugenio col soccorso si avanzavano in battaglia all’attacco delle nemiche trincere, diedero ordini al corpo di cavalleria, che in tempo dell’assedio era rimasto in Wanchiglia, d’assalire l’inimico dalla parte del Ballone con sei pezzi di cannone fatti uscire da porta Vittoria, seguitati da soldati e volontari, e nel medesimo tempo si fecero uscire da porta Susina otto reggimenti di ordinanza e sette battaglioni di milizia urbana e sparare l’artiglieria della città e cittadella sopra il campo nemico; con avere detta cavalleria e volontari fatto prigione un generale, un colonnello, un tenente colonnello e trenta altri officiali e presi tre stendardi, i quali circa il mezzogiorno furono portati tutto attorno alla città; il che diede impulso ai cittadini di uscir fuori; cioè uomini e donne, piccoli e grandi, di portarsi al campo de nemici, da dove ritornarono carichi delle loro spoglie.

I Gallispani morti sul campo furono dai sei in settemila, oltre molti altri che furono annegati nei fiumi di Stura, Dora e Po. Dei feriti, tra i quali il sig. duca d’Orléans in due luoghi della persona benchè leggiermente, non se n’è potuto sapere il numero preciso. I prigioni tra il giorno dell’attacco ed i tre susseguenti si contano da nove in dieci mila. Tende, bagagli, farine, polveri, bombe, granate, palle, ecc. i cavalli di tredici reggimenti di dragoni, artiglieria, magazzeni con tutto il loro arsenale.

I nemici vedendosi presi ed inseguiti dai nostri, si ritirarono precipitosamente, la maggior parte di là del Po per unirsi con quei della montagna per istradarsi alla volta di Asti, giacchè si vedevano preclusa la strada di far ritorno nel milanese per la via di Chivasso; ma appena giunti a Moncalieri, essendoli riferito che il conte di Santena con il suo corpo d’armata era disceso dalla montagna verso Chieri per impedirgli il passaggio per Asti, furono costretti a prontamente passare il Po ed unirsi con quelli che erano fuggiti di qua della Dora, portarsi ad Orbassano, ove stettero sull’armi tutta la notte, pieni di paura, destituiti di foraggio e di viveri; e la mattina, dato il fuoco a detto luogo, si Salvarono a Pinerolo, lasciando per la strada più segni della loro rabbia, ed anche molti la vita.

L’azione durò sino alla notte, perchè convenne scacciare li uomini da tutti i loro trincieramenti e ridotti, l’uno dopo gli altri, il che fu causa che la notte e la stanchezza dei soldati favorissero molto la loro ritirata.

S. A. R. di Savoia si trovò sempre presente, ed anche ove si faceva maggior fuoco, animando le truppe col suo valore e condotta, e non abbandonò mai l’armata, finchè i nemici furono scacciati di là dal Po. Tutti li generali, officiali e soldati perfettamente di lor dovere animati da un sì illustre esempio. Il principe di Assia-Darmstadt, i marchesi Wisconti e de Langallerie ed il conte Feltz, generale della cavalleria, si segnalarono in quest’azione, e non cedettero in cosa alcuna alli generali dell’infanteria.

Il serenissimo principe Eugenio si trovò per tutto, travagliando di capo e di mani con fare azioni della sua sublime casata degne, e della sua gran riputazione che si è acquistata in molte imprese d’una prudenza e di un perfetto valore.

S. A. R. dopo fugato intieramente i nemici entrò in Torino accompagnato da quattordici principi e molti altri officiali primari con incessanti viva ed acclamazioni dei cittadini liberati, con portarsi addirittura al Duomo, ove fu cantato il Te Deum in ringraziamento de gloriosi successi di questa giornata, e nell’entrare in Torino fu fatta una triplice salve di tutta l’artiglieria.

 

 

Fonte foto: dalla rete

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