La morte dell’ammiraglio Horatio Nelson

“England expects that every man will do his duty” è il motto che l’ammiraglio Horatio Nelson fece innalzare sull’albero maestro della HMS Victory come segnale di incitamento alla sua flotta schierata a battaglia a Trafalgar. E pare proprio che le ultime parole dell’ammiraglio, prima di spirare, siano state: “Grazie a Dio, Ho fatto il mio dovere!”. Colpito da una palla di moschetto francese sul ponte della HMS Victory agonizzò per diverse ore prima di morire. Era il 21 ottobre 1805. Di quei drammatici momenti abbiamo un dettagliato resoconto scritto dal medico di bordo dell’ammiraglia inglese, il dottor William Beatty.

 

Questo testo curiosamente compare tra i documenti a supporto di un’opera pubblicata a Napoli tra il 1863 ed il 1864 da un certo Alexandre Dumas. Dal 1861 al 1864 infatti a ricoprire l’incarico di Direttore degli scavi e dei musei è proprio l’illustre romanziere francese, nominato direttamente da Giuseppe Garibaldi. Arrivato a Napoli al seguito delle truppe garibaldine vi resterà per quattro anni durante i quali dirigerà l’indipendente, un quotidiano garibaldino da lui stesso fondato.

E’ proprio per i lettori di questo giornale che Dumas inizierà una certosina ricerca negli archivi della ex capitale, allo scopo di realizzare quell’ opera in più volumi intitolata Borboni di Napoli che uscirà come inserto al quotidiano.

Come sappiamo, l’ammiraglio Nelson fu tristemente protagonista delle vicende legate alla drammatica fine della Repubblica Napoletana del 1799, e il suo nome ritorna spesso nella corrispondenza dei sovrani borbonici esiliati in Sicilia, in particolare in quella della regina Maria Carolina. Fu lui a tradire gli accordi stipulati dal Cardinale Ruffo, e dai comandanti dei contingenti russo e turco che avevano sostenuto i ribelli calabresi nell’abbattimento della fragile Repubblica partenopea, i quali avevano garantito un passaggio sicuro per gli ultimi resistenti repubblicani asserragliati in Castel Sant’Elmo, e a dare avvio di fatto a quella brutale repressione che segnerà in maniera indelebile la storia del regno. Fu lui a fare impiccare come un brigante al pennone della Minerva l’ammiraglio Caracciolo, reo di aver abbandonato il fronte borbonico per quello repubblicano e di aver tenuto orgogliosamente testa alle navi da guerra inglesi con le sue poche cannoniere. Fu lui a farne gettare il corpo in mare senza esaudire l’ultimo desiderio del condannato di avere una cristiana sepoltura.

Di un tale personaggio dunque certamente gli archivi di Napoli, e non solo, dovevano avere numerose tracce. E’ tra quelle carte che colui il quale diventerà uno dei maggiori romanzieri della storia, evidenzierà il resoconto del dottor Beatty e lo trascriverà per i lettori dell’Indipendente. 

Beatty ci dice subito che il colpo mortale inferto all’ammiraglio inglese arrivò dalla nave di linea francese da 74 cannoni, Redoutable.  

Verso l’ una e quindici minuti p.m. [dunque circa a sette ore dall’inizio dei combattimenti]  nel più forte della pugna , passeggiava a prua accompagnato dal capitano Hardy ed era per tornare verso , ‘ il timone avendo di faccia a sé la poppa del Victory, allorché il fatale projettile partì dalle sartie dell’ albero di Misena del vascello nemico. Il luogo donde parti il colpo per la posizione de’ due vascelli vicinissimi l’ uno all’ altro, era posto un poco indietro e al di sotto della grande antenna del Victory , e non era distante dal punto dove passeggiava Sua Signoria che di cinquanta iarda circa. Il proiettile forò la spallina sinistra e penetrò il petto. Cadde bocconi sul ponte.  

Lo stesso Dumas annotava in calce al testo come diversi storici asserissero che l’uomo che aveva esploso il colpo mortale verso Nelson era stato individuato dal quartiermastro inglese, «che due aspiranti di marina, Signor Colliugood e Pollard videro partire un colpo dalla sartia di Misena del Redoutable, e che mentre uno dei due francesi che stava lì, cercava di fuggire, scendendo, gli fu tratta una fucilata addosso dal Signor Pollard, e cadde sulla poppa che quando il quartiermastro, esclamando “Eccolo lì, Eccolo lì!” e prese di mira l’altro francese che si mostrava per far fuoco, esso quartiermastro ricevette la palla in bocca e cadde morto. Allora i due aspiranti spararono ad un tempo ed il francese cadde giù dal luogo ove si teneva. Allora si impossessarono della presa, cioè del Redoutable, si recarono nelle sartie di Misena e trovarono il suo cadavere, trafitto il capo ed il petto dalle due palle da lor direttegli». Dunque a quanto riferisce Dumas chi aveva sparato verso Nelson fu a sua volta ucciso dai marinai britannici. 

Il capitano Hardy che trovavasi alla destra di lui (e quindi più lontano del nemico) a pochi passi innanzi la Signoria Sua, si volse e vide il sergente maggiore Secker, il quale accompagnato da due marinai, rialzavano lord Nelson dal luogo ov’era caduto; luogo dove pochi momenti prima giacea ferito, ed aveva reso l’ultimo anelito il segretario di Sua Signoria, e il cui sangue era schizzato sull’uniforme dell’ammiraglio. Il capitano Hardy manifestò alla Signoria Sua la speranza che non fosse gravemente ferito; ma il valoroso capo replicò:

-Tutto è perduto per me, Hardy.

-Spero di no, rispose il capitano.

Ah si! Soggiunse la Signoria Sua, ho rotta la schiena!

 Immediatamente venne dato ordine di portarlo in infermeria.

 Nel mentre lo stavano calando sulla scala la quale trovavasi in mezzo al ponte, s’accorse che le corde del timone erano rotte e non ancora erano state supplite da altre; dirigendosi quindi ad un aspirante di marina, di guardia colà egli manifestò il desiderio che si recasse a poppa, per far presente quella circostanza al capitano Hardy, chiedendogli alle corde rotte far sostituire corde nuove. Appena dato l’ordine, Sua Signoria trasse il fazzoletto da tasca e se ne coprì il volto, acciò potessero trasportarlo in mezzo all’equipaggio senza che la grande sventura gli fosse nota. 

Coprendosi il volto Nelson voleva impedire all’equipaggio di rendersi conto che il loro ammiraglio era stato colpito, per evitare un eventuale scoramento tra i marinai che potesse ripercuotersi sull’esito dello scontro a fuoco che proseguiva.  E’ in questo momento che l’attenzione del chirurgo Beatty, intento a curare i numerosi feriti, viene richiamata sul nuovo arrivato.

 Il Reverendo Dottore Scott che fin allora, era stato occupato in altra parte dell’ambulanza, a somministrare limonata ai feriti, corse immediatamente vicino alla Signoria Sua, e nell’eccesso del suo dolore, unendo le palme, esclamò:

-Ohimè! Beatty, qual profeta siete voi!

Alludendo così ai timori espressi dal chirurgo circa la sicurezza di Sua Signoria prima del combattimento.

Dumas afferma di aver rinvenuto una nota a margine del testo che narrava come al principio del combattimento Beatty avesse avvertito Nelson di togliere dal petto le sue decorazioni onde evitare di farsi bersaglio per i nemici. A questa esortazione pare che Nelson rispondesse laconicamente: «troppo tardi!».

Informando il medico della gravità della ferita, Nelson si raccomandò:

Dottore, ve lo diceva ben io; dottore vado via – e dopo un momento soggiunse sotto voce: – Deggio rimanere Lady Hamilton, e mia figlia d’adozione Orazia, qual lascito al mio paese.

Allora, il chirurgo esaminò di bel nuovo la ferita, affermando a Sua Signoria che non la farebbe soffrire nel seguire il corso della palla; tosto scoprì difatti essere dessa entrata nel petto, e probabilmente essersi fermata nella schiena: tali osservazioni essendo state riferite a Sua Signoria, disse che era piucchè certo d’avere spezzate la rena. Allora il chirurgo esaminò esternamente quelle, e non poté scorgervi lesione di sorta; laonde chiese a Sua Signoria di farle noto tutto quanto provava. Sua Signoria rispose che in ogni minuto secondo sentiva come un flusso di sangue nel petto, che le sue membra inferiori aveano perduto ogni sensibilità, e che gli era difficile il respiro; che finalmente provava grandissimo dolore nel punto della spina dorsale , dov ‘ era sicuro aver colpito la palla : – Poiché , soggiunse ancora , mi sento le rena spezzate.

Questi sintomi, ma viemmaggiormente quel flusso di sangue del quale dolevasi la signoria Sua, di unito alle irregolarità del polso, indicarono al chirurgo la situazione disperata del ferito; ma finché non fu assicurata la vittoria, e fatta nota a Sua Signoria, la vera natura della costei ferita , non fu fatta conoscere dal chirurgo a nissuno a bordo, tranne il capitano Hardy, il dottore Scott, il sig. Burke ed i signori Smith e Westemburg, i due aiutanti del chirurgo. […]

Della limonada, vino, acqua, erano somministrati all’Ammiraglio quando faceva richiesta di rinfreschi e d’aria. Ei dimostrava una grande ansietà per l’esito della battaglia ed il massimo timore per la salvezza del suo amico il capitano Hardy.

[…]Il sig. Burke gli disse essere il nemico compiutamente disfatto e che sperava Sua Signoria vivesse ancora tanto tempo, da poter essere essa stessa apportatrice della felice notizia alla patria sua. Lord Nelson replicò:

-E’ stoltezza M. Burke, il supporre ch’ io possa vivere; le mie sofferenze sono grandi; ma tosto termineranno.

Un’ora e dieci minuti trascorse dal momento che sua Signoria fu ferita fino al momento in cui ebbe il primo abboccamento tra lei ed il capitano Hardy. […]

Si strinsero la mano affettuosamente, e lord Nelson disse:

-Bene, Hardy, come va la battaglia? Come è la fortuna per noi?

-Benissimo milord, replicò il capitano Hardy – abbiam preso dodici o tredici vascelli nemici, ma cinque vascelli della loro vanguardia han voltato bordo e mostrato di voler venir incontro al Victory; ho chiamato però due o tre de’ nostri legni a noi dintorno e non dubito di dar loro al peggio.

-Spero, disse sua Signoria, che nessuno de’nostri legni ha ceduto, Hardy?

-Nissuno, Milord, replicò il capitano, ciò non è da temersi.

Lord Nelson disse allora:

Sono un uomo morto, Hardy. Me ne vado presto presto. Fatevi più vicino a me. Vi prego recare i miei cappelli e tutto quello che m’appartiene alla mia cara lady Hamilton…

Nelson dopo che Hardy si fu congedato per tornare sul ponte chiese di vedere di nuovo il chirurgo e all’arrivo di Beatty esclamò:

-Ah, M. Beatty […]io v’ho mandato a chiamare per dirvi cosa che avevo dimenticato dirvi prima, cioè che ogni movimento e ogni sensibilità si estingue in me, principiando dal mio petto: e voi sapete bene, proseguì egli, quanto poco tempo mi rimane da vivere.

Il modo enfatico con che profferì queste ultime parole, non lasciarono nello spirito del chirurgo, nessun dubbio che sua Signoria alludesse al caso di un uomo il quale pochi mesi prima avea ricevuto a bordo del Victory una ferita mortale, nella spina dorsale, ed era stato similmente privato di sensibilità e di movimento nei membri inferiori del corpo. Questa singolarità avea fatto grande impressione su lord Nelson; egli s’era informato con ansietà della causa di tali sintomi, causa che gli venne spiegata; ed in quel momento sembrava prendere per sé la sorte di quell’uomo.

 Nelson pensava continuamente a cosa avrebbe fatto lady Hamilton nel sapere della sua sorte, e raccomandava ai suoi uomini di prendersi cura di lei e di sua figlia Orazia, poi Hardy tornò dall’ammiraglio.

Lord Nelson ed il capitano si strinsero la mano, ed in quella stretta, Hardy congratulossi finanche quando sua Singoria fu nelle braccia della morte, della clamorosa vittoria da lei riportata – «Vittoria, soggiunse, ch’era completa; quantunque non conoscesse quanti erano i vascelli nemici catturati, essendo impossibile discernere distintamente ogni vascello. Nondimeno era certo che quattordici o quindici legni eran venuti a patti.

Sua Signoria rispose:

-Sta bene, ma io avea fatta la scommessa per venti.

Ed allora esclamò con enfasi:

-L’àncora, Hardy, l’àncora

Alla qual cosa il capitano replicò:

Io suppongo, Milord, che l’ammiraglio Collingwood prenderà ora su di se la direzione degli affari.

-No, fintanto sarò in vita, spero, Hardy, – gridò il morente Capo; e ciò dicendo, si sforzò a sollevarsi sul letto:

-No, soggiunse, gittate l’ancora, Hardy!

Il capitano Hardy disse allora:

-Volete che io dia il segnale, Signore?

Sì, dappoichè se vivo, gitterò l’ancora!

Come destato da un’improvvisa apparizione nell’agonia Nelson, sottovoce rivolse una supplica ai suoi uomini:

-Non mi gettate a mare, Hardy.

Oh no! Certamente no, rispose il capitano.

Allora, replicò sua Signoria, voi sapete quel che avete a fare – e… proseguì – prenderete cura della mia cara lady Hamilton – Un bacio Hardy!

 

Dunque nei suoi ultimi istanti si preoccupava che il suo corpo non fosse affidato al mare e chissà cosa avrebbe pensato di quelle parole, di quel desiderio, l’ammiraglio Caracciolo a cui quella richiesta che lui stesso aveva invocato per il suo copro esanime dopo la iniqua condanna a morte, era stata impietosamente negata proprio dall’ammiraglio britannico.

 

Ma egli, sempre con evidente aumento di dolori, fece il maggiore sforzo di mezzi vocali ancora in suo potere e pronunziò distintamente queste ultime parole:

-Grazie a Dio! Ho fatto il mio dovere; e tal detto ripeté finché glielo permisero i suoi muscoli

Alle 15:48, come riporta il medico, l’ammiraglio perdeva l’uso della parola ed alle 16:33 Horatio Nelson, l’eroe di Trafalgar, tre ore e mezza dopo essere stato colpito, esalava il suo ultimo respiro.

 

 

 

 

 

Autore articolo: Giuseppe De Simone

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: A. Dumas, Borboni di Napoli, Regni di Carlo III e Ferdinando I, documenti curiosi autentici tratti dagli archivi di Spagna e di Francia, e dagli archivi secreti di Napoli, Napoli, 1863

 

 

 

 

Giuseppe De Simone, laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, presso la Sapienza – Università di Roma, con una tesi in Storia Militare su “L’esercito francese e la Guerra d’Algeria”, è studioso di storia del Mezzogiorno d’Italia.

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