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L’assedio di Ancona del 1174

Nel 1173 alcuni emissari di Manuele Comneno giunsero ad Ancona concordando nuovi trattati e affari. Federico Barbarossa, che provava a sottrarre la penisola alle influenze bizantine, inviò le sue truppe ad assediare Ancona. Era la terza volta che l’Impero tentava di sottomettere la città nel giro di 50 anni: nel 1137 era stata assediata dall’imperatore Lotario II, nel 1167 dallo stesso Federico Barbarossa.

Così prende le mosse la storia dello scontro tra l’Imperatore Federico Barbarossa e la città di Ancona, protetta da Bisanzio.

Carico di rabbia, voleva infliggere agli anconetani un castigo che fungesse da esempio per le città italiane che ancora intrattenevano rapporti con Bisanzio. Il Barbarossa si accordò allora con Venezia, che voleva liberarsi di una rivale, e ordinò al suo luogotenente Cristiano di Buch, Arcivescovodi Magonza, di attaccare Ancona da terra, mentre le navi veneziane ne occupavano il porto.

Il primo aprile del 1174, le truppe germaniche si apprestarono alla città ed una flotta veneziana, con macchine da guerra, entrò nel porto d’Ancona completando l’assedio. Il territorio fuori le mura fu tutto devastato, le viti distrutte, ogni albero da frutta svelto. Gli anconetani non poterono uscire in campo aperto per impedire tale iniziativa e si videro, inermi, bruciare i campi. Quando i tedeschi si approssimarono alle mura, gli anconetani, però, richiamati dal suono delle campane, s’affrettarono alla difesa della città, respingendo ogni assalto. Le milizie cittadine erano invece state posizionate al porto per respingere tentativi di sbarco veneti. Gli arcieri riuscirono pure ad appiccare il fuoco alle macchine d’assedio venete. Gli anconetani, poi, approfittando del forte vento, fecero tagliare dai loro palombari le gomene delle ancore venete e s’impadronirono di sette navi portate dal vento sulla spiaggia. Malgrado questi piccoli vantaggi, l’assedio era terribile, mancava cibo e gli attacchi nemici erano continui.

La leggenda vuole che una vedova chiamata Stamira, con gran ardimento, uscì dalle mura cittadine e con un’ascia spezzò una botte contenente resina e pece, appiccandovi poi il fuoco. La botte era stata lanciata dai suo concittadini per bloccare agli imperiali l’ingresso in città, ma nessuno aveva avuto il coraggio di accenderla. L’esplosione distrusse parte delle macchine degli assedianti e lasciò senza vita la stessa Stamira. Grazie a questo suo sacrificio, gli anconetani poterono uscire per un breve periodo dalle mura, in modo da potersi rifornire di cibo e proseguire la resistenza della città. Stremata dalla fame e dai ripetuti attacchi per terra e per mare, Ancona non sembrava poter resistere a lungo.

L’Arcivescovo di Magonza pretese che fossero loro consegnati gli emissari dell’Imperatore Manuele in cambio della libertà. Ancona si oppose a questa richiesta e si preparò a sopportare un lungo assedio, reso ancora più duro per il fatto che la città era completamente isolata ed impossibilitata a richiedere soccorsi a Ragusa, a Ravenna ed allo stesso imperatore Manuele Comneno. Nonostante questo Ancona volle resistere ed anzi riuscirono ad inviare richieste d’aiuto a Ferrara e Bertinoro.

Colpiti da tale fedeltà e coraggio, gli emissari imperiali promisero che ogni sforzo per resistere sarebbe stato ripagato da Manuele. L’imperatore avrebbe rimborsato quanto speso ed esortarono gli anconetani a continuare a resistere. Intanto sopraggiunsero soccorsi da Ferrara armati dal Conte Guglielmo degli Adelardi di Marchisella e dalla contessa di Bertinoro dei Frangipani di Roma. Accampatisi su Monte Conero, attaccarono di notte con pochi lumi per apparire più numerosi al nemico. Dopo quattro mesi d’assedio, le truppe dell’Arcivescovo di Magonza levarono l’assedio scappando precipitosamente. I veneziani, vedendosi abbandonati dalle truppe del Barbarossa, s’allontanarono dal porto. Ancona restò inespugnata.

L’imperatore elogiò gli anconetani per il loro comportamento, li insignì della cittadinanza romana e concesse loro tutto ciò di cui avevano bisogno, inoltre inviò una quantitò di oro di molto superiore a quella versata al nemico. Secondo una tradizione non confermata da documenti, Manuele donò in questa occasione alla città la bandiera rossa con una croce d’oro che è ancora oggi il vessillo della città.

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra
In copertina: Il Giuramento degli Anconetani, di Francesco Podesti. Fonte foto: dalla rete
Bibliografia: C. Censi, Stamira. L’eroina di Ancona tra storia e leggenda; A. Leoni, Storia di Ancona; G. Testa, Storia della guerra di Federigo Primo contro i comuni di Lombardia; C. Mini, Geografia e storia militare dell’Italia

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2 commenti

  1. Mauro Fiorentini

    Buongiorno, scusate ma la datazione al 1174 è da rifiutare secondo J. H. Leonhard, A. A. Settia ed altri.
    Inoltre nessuna cronaca dell’epoca fa menzione dell’impiego di palombari da parte degli Anconetani.
    Come mai mancano accenni alla leggenda del prete Giovanni da Chio? Una precisa scelta editoriale?
    Grazie mille e buon lavoro!
    Mauro

    • In effetti, ci sono aspetti dibattuti e altri che sentano ad uscire dall’alone della leggenda. Si può tornare sull’argomento sicuramente.

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