L’opera di Francesco Malaguzzi Valeri, intitolata La corte di Ludovico il Moro. La vita privata e l’arte a Milano nella seconda metà del Quattrocento, resta fondamentale per comprendere lo splendore della corte sforzesca.

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Con l’avvento alla signoria di Lodovico il Moro, il lusso diventa la nota predominante della vita di corte a Milano. Lodovico amava circondarsi di cose belle e rare. Il castello rigurgitava di ori e di argenti, nella cappella abbondavano i candelieri, gli arredi, le figure sacre in argento, le stoffe preziose; nella sala da pranzo facevan bella mostra molteplici vasellami, che eran costati al duca somme rilevani e cure speciali: essi eran così famosi in tutta Italia, che si mostravano agli ospiti come cose uniche al mondo. E’ noto che allora le corti si arricchivano con entusiasmo di oggetti di oreficeria fabbricata secondo i nuovi gusti: le credenze e i forzieri erano pieni di candelieri ornatissimi, di bacili d’argento stemmati, di rinfrescatoi da vino in forma di coppe romane, di vasi di cristallo, d’argento e d’oro ornati di frutti, viticci, stemmi, di saliere bizzarre sorrette da serpi, con uccelli e scimmiette sul coperchio, di navicelle d’argento per la mensa, di coppe argentee e di calcedonio, di scatole, smalti, nielli, agnusdei, placchette, borchie.

Le feste, come in quasi tutte le corti signorili d’Italia in un tempo nel quale parevan risorti, sotto forma più cortese, i circenses antichi, godevano il massimo favore alla corte sforzesca. Tutto era pretesto agli spassi: si festeggiavano le vittorie del principe e quelle degli alleati, l’elezione del pontefice, l’arrivo di personaggi di gran conto, le nozze, gli avvenimenti più importanti.

Principi, artisti, letterai si applicavan con tale serietà a organizar feste, che non si saprebbe dedurne se trionfasse una gran dose di leggerezza in fondo a quel rinnovamento generale dei gusti che informa il nostro Rinascimento, o, al contrario, una serietà così generale in tutte le cose che consentisse di dare importanza grande anche alla frivolità. Alla corte di Milano, lo spirito irrequieto e un po’ leggero di Beatrice, contribuì certo a portare alle maggiori altezze il desiderio degli spassi; essa trovò nel carattere gioviale della popolazione il maggiore incoraggiamento alle proprie tendenze. Lo stesso Leonardo da Vinci – spirito riflessivo per eccellenza, che alternava studi scientifici propri del più instancabile autodidatta ai lavori idraulici e alle applicazioni d’ingegneria militare – non può sottrarsi a tutto quel fermento festaiolo che lo circonda. Egli è indotto a diriger feste, a ideare macchine colossali per cortei nuziali, a disegnar costumi per maschere e per ballerini, a preparare ingegnosi automi per l’arrivo del re di Francia; e per quei sollazzi il Bellincioni, il poeta che vanta il maggior grido nel ducato, scriverà i versi d’occasione.

la corte sforzesca si prendeva molti spassi anche con le composizioni letterarie, con la musica, con le rappresentazioni di cui quasi tutte le corti signorili italiane allora si dilettavano. Il numero degli artisti, dei dotti, dei poeti alla corte sforzesca nella seconda metà del Quattrocento fu veramente grande. L’arte, la grande arte, era sovranamente rappresentata da Leonardo da Vinci – adoperato, potremmo per dire sfruttato, dal Moro più quale meccanico, ingegnere, idraulico che quale pittore; precisamente perchè sotto quei primi aspetti l’attività sua era più utile, nel significato volgare della parola – , da Bramante – il più fortunato e il meglio trattato dal principe appunto per la natura dell’arte da lui rappresentata e data la mania edilizia rinnovatrice del Moro -, dal De Predis che ci appare il ritrattista ufficiale di corte, da Bernardino dei Conti, altro e più meticoloso ritrattista piuttosto dell’aristocrazia che della corte sola, da uno stuolo di maestri minori, scultori, orafi, miniatori, ricamatori, armaioli.

I tornei – se non forse in altre corti italiane più disposte anche per tradizione ai passatempi guerreschi – eran qualche volta rappresentati con gran dimostrazione di lusso alla corte… Il Quattrocento, per virtù dei nuovi più umani costumi, li volle incruenti, ma più fastosi e belli. Anche a Milano dunque si torneava molto per spasso nel Quattrocento ed era diffuso l’amore per le armi da parata e per i cavalli.

 

 

 

 

In copertina: Ritratto di Ludovico il Moro, opera di Giovanni Ambrogio de Predis. Fonte foto: dalla rete