Cattaneo sulle Cinque Giornate di Milano

Nel 1848, Carlo Cattaneo fu presidente del Consiglio di guerra di Milano fino alla caduta della città in mano degli Austriaci. Qui di seguito, ricostruisce ripercorre gli errori di Carlo Alberto e descrive la debolezza Radetzky.

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L’esercito di Radetzky si travagliava… a trarsi fuori di Milano. Uscito all’alba del 23, si trascinò quel giorno fino al ponte di Marignano sul Lambro e lo trovò rotto. Una mano di giovani, si dice che fossero quarantacinque, osò fargli fronte; e sulle prime avevano messo le mani sul generale Wratislaw; ma poi la soldatesca empì d’ogni parte il paese, incendiò molte case, scannò, saccheggiò; rimise il ponte. Vivendo essa ormai da una settimana a cielo scoperto, sotto dirotte piogge, tratto senza pane, funestata notte e giorno dal furore dei popoli, appena toccò Lodi, appena vide salvo il ponte dell’Adda, si sdraiava in terra, appiè delle case, rotta di fatica e di fame. Li officiali erano avviliti; udendo della fuga di Metternich, dello sconquasso delle finanze, dell’agitazione universale in Boemia, in Polonia, in Ungarìa, perfino nel santuario di Vienna, credevano disfatto l’imperio, pensavano allo scampo; molti abbandonavano i loro battaglioni. Nel basso Bresciano i sollevati presero uno stuolo di sessanta officiali fuggitivi con due colonnelli e uno dei fratelli Schönhals, prussiani di nascita, credo, e predicatori all’esercito di furibonda teutomania. Mi si fece dimandare se si potesse per avventura assicurare una pensione vitalizia a certi officiali dello stato maggiore, ch’erano disposti a fare qualunque nostro desiderio. La somma richiestami poteva equivalere al capitale di un mezzo milione; ma si dimandava che la promessa fosse firmata da tre membri del governo provisorio. Non mi riescì d’ottener e se non l’assenso di un solo; li altri mi significarono che quelle mie sollecitudini erano inopportune: l’esercito del re stava per arrivare; pareva, a giudicio loro, poca cortesia l’averlo invitato a guerra del tutto finita. – Il Radetzki lo prenderemo ugualmente, diceva il Durini. Il Casati poi riputava che sarebbe stata una vittoria immorale; Casati, il facendiero della “fusione”. Non intendevano che il momento era fugace. In verità Radetzki aveva perduto in Milano una vera battaglia; tant’è quando un esercito è costretto a cedere il terreno, a vendo molti morti e feriti, e ritirandosi in disordine per insolite strade. Trovando interdette le tre vie militari di Lecco, Brescia e Cremona, era costretto a sfilare stentatamente da Cremona verso Orzinovi e Leno, sopra una sola linea di tortuose e sconnesse vie provinciali, chiusa fra terre irrigue, palustri, ingombre di piante e di fossi. In quelle continue strette, una colonna lunga ventisette miglia, assalita di fianco, non avrebbe potuto concentrarsi; né alcuna sezione dar pronto soccorso ad un’altra, per l’impiccio infinito dei carri, delle carrozze, dei feriti, delle donne, dei prigionieri, delli ostaggi, dei soldati italiani anelanti alla diserzione o alla rivolta, e delli altri diversi di lingua, tutti nemici fra loro, spaventati, famelici, derelitti dalli officiali. La caduta d’un cavallo, la rottura d’un carro, bastava a fare inciampo e disordine. L’urto d ‘un esercito regolare, e anche solo il fragore improviso e notturno del cannone, avrebbe potuto cagionarvi una confusione da Beresina. Se i comandanti piemontesi avessero avuto facoltà di risolvere, e impeto militare, avrebbero potuto lanciar e i loro reggimenti per la via ferrata a Treviglio, al momento medesimo del loro arrivo che fu al 26. Ma il Casati, per fare dimostrazione di servile ospitalità, non badò al nostro consiglio; e ci ordinò di farli alloggiare nel Castello; inutile impaccio, perché i nemici avevano lasciato quel luogo in un disordine indescrivibile. Così si consunsero ventiquattr’ore.

Credo la avanguardia avesse quattromila fanti, quattrocento cavalli e qualche artiglieria. A Treviglio poi v’erano già tremila volontari con due cannoni. Si sarebbero dunque trovati la sera stessa del 26 sul fianco di Radetzki, alla distanza d’una marcia; potevano minacciargli il ponte dell’Ollio; continuare almeno a turbargli i sonni. E siccome era privo di can noni, e non aveva molta cavalleria; né il luogo pieno di fossi e di piantagioni era agevole a quell’arme, non correvano molto pericolo nell’avvicinarsi. Anche il dì seguente, trovandomi alla via ferrata per dare alcune disposizioni di loro servigio, non mi feci riguardo di sollecitarli a profittar del felice momento; ma pur troppo quelli officiali non erano avvezzi a stimar parola che non venisse da uomini dell’arte loro, che poi così poco avevano praticata. E la guerra non era più nostra.

La retroguardia austriaca stava ancora in Crema al mattino del 28; era il sesto giorno dacch’era uscito di Milano…. In quel momento di fortuna, Carlo Alberto avrebbe potuto inoltrarsi velocemente su l’uno o l’altro fianco dell’impacciato nemico, per le due libere strade militari di Brescia e Cremona, e per una via ferrata; aveva un’altra strada affatto sicura per Piacenza sulla destra del Po; poteva giovarsi dei molti attiragli che il lusso della città e l’agricoltura opulenta delle basse, in quel momento di fervore non ancora guasto, gli avrebbe fornito; finalmente le vaporiere del Po potevano, in dodici ore, trasportare tremila uomini dalla foce del Ticino a quella del Mincio; potevano rimorchiare all’ingiù quante barche si volessero raccogliere dai nostri Canali. Gli era dunque agevole precorrere sotto Mantova, e anche sotto Verona, un nemico che appena si trascinava come serpe ferita. Non faceva più di cinque o sei miglia al giorno. Dando animo e braccio all’intestino moto delle agitate cittadinanze, poteva Carlo Alberto sorprendere un’entrata in quei vasti e mal difesi claustri. Infine, nel sollevamento universale d’Italia, e nella impotenza momentanea del nemico, poteva per qualche tempo far base di guerra ovunque, sull’Adda, sul Po, sulla Laguna, trovar pane e ospitali dappertutto. Ma lo ripeto, del Macedone, al quale li adulatori lo paragonavano, altro non aveva avuto mai che l’odio della libertà.

 

 

Fonte foto: dalla rete

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