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Il campo di Ravensbruck

Ravensbruck, a ottanta chilometri da Berlino, in una proprietà personale del Reichsführer delle SS, Heinrich Himmler, era l’unico campo essenzialmente per donne e bambini, aperto il 18 maggio 1938 con 860 prigioniere tedesche e 7 austriache, comuniste, socialdemocratiche e testimoni di Geova. Il 29 giugno di quell’anno vi arrivò un convoglio con 440 zingare coi loro bambini, destinati in maggior parte a morire per malnutrizione e freddo. Subito dopo l’aggressione della Polonia, arrivarono anche prigioniere polacche. Alla fine del 1939 risultavano nel lager 1168 donne, 4433 ad agosto 1940. Alla fine del 1943 le prigioniere erano 30.000.

Il primo trasporto di deportate italiane giunse il 30 giugno 1944. V’erano 14 donne, tra i sedici ed i cinquant’anni, provenienti dalle Carceri Nuove di Torino. Un nuovo trasporto di quarantacinque italiane si ebbe il 5 agosto, da Verona, con prigioniere provenienti da Fossoli di Carpi. Un altro trasporto arrivò l’11 ottobre da Bolzano, erano circa 110. Le prime ebree italiane erano arrivate il 5 agosto del 1944, da Verona, ma non è stato mai possibile conoscere quante fossero, si sa di sole 18 di esse. Altre ancora giunsero da Auschwitz, in particolare al momento dell’evacuazione definitiva di questo lager. Tra di esse c’era Liliana Segre.

All’interno una megalopoli di baracche ripetitiva e compressa, completamente priva d’erba e di alberi, con gli edifici essenziali: cucina, ospedale da campo, prigione e crematorio e le due grandi aree industriali periferiche.

Nel giugno del 1941, le SS fecero arrivare dal campo di Dachau trecento deportati che costruirono, all’interno del campo, uno stabilimento per il confezionamento di divise militari, la fabbrica sartoriale TexLed. L’anno dopo la Siemens-Halske trasferì una sua filiale in capannoni costruiti appena all’esterno del muro di cinta del campo per usufruire della manodopera dei detenuti coi loro orari di lavoro infernali. I massacranti turni di lavoro giornalieri erano due, di dodici ore ciascuno: il primo dalle 6 di mattina alle 6 di sera; il secondo, quello di notte, fino alle 6 della mattina successiva.

Le deportate non furono però solo vittima della durezza del lavoro, ma anche di esperimenti chirurgici di vivisezione. Il campo di fornì anche circa il 70% delle donne impiegate come prostitute nei bordelli interni di altri campi di concentramento; nel 1942, ad esempio, i tedeschi inviarono circa cinquanta prigioniere politiche in vari bordelli di campi di sterminio tra cui Mauthausen e Gusen. Molte di loro erano partite volontarie per sfuggire alle terribili condizioni di vita del campo.

Le detenute che si ribellavano, tentavano di evadere o compivano atti di sabotaggio vero o presunto, venivano rinchiuse nella prigione del campo, il bunker, un edificio a due piani con molte piccole celle alcune senza finestra; bastava assai poco per finirvi dentro. Le detenute destinate al bunker subivano gravi sevizie morali e fisiche e molte finivano uccise o non sopravvivevano alle violenze. Nel bunker si effettuavano interrogatori, processi sommari, torture e condanne a morte.

Nell’aprile del 1943 fu costruito un forno crematorio. All’inizio del 1945 anche Ravensbruck era divenuto un vero e proprio campo di sterminio. Deportate russe, polacche e francesi venivano quotidianamente fucilate e fu costruito un secondo crematorio. Fu pure allestita una camera a gas. Delle 35.000 prigioniere d’inizio 1945, ad aprile se ne contavano solo 11.000. Si stima che in diecimila furono assassinate col gas.

La notte del 26 aprile una parte del lager andò in fiamme e le prigioniere dovettero evacuare affrontando una marcia di più di 200 chilometri senza una meta precisa. Un colpo di fucile alla nuca era il destino di chi si fermava. Furono liberate dai russi nei pressi di Schwein, altre dagli americani. Il campo di Ravensbruck fu liberato il 30 aprile del 1945 dalla 49° unità della 2° Armata Sovietica del fonte bielorusso.

Le più recenti ricerche calcolano non meno di 92.000 deportate uccise a Ravensburck, su un totale di 120.000.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: A. Pavia, A. Tiburzi, I Giorni del Sole Nero

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