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Il Giudizio Statario e la lotta ai briganti ad Este

Il brigantaggio nella Bassapadovana è sempre stato, fino agli anni Quaranta del secolo scorso, endemico. Forse questa condizione fu favorita dalle dure condizioni di vita di allora e dalla sua particolare conformazione geografica, una terra ricca di paludi ed acquitrini, che si estendevano fino al confine con il Ducato di Ferrara. Un malvivente che vi si fosse rifugiato diventava virtualmente impunibile, nessuna forza di polizia poteva setacciare metro a metro quei pantani ed il brigante avrebbe avuto vita facile.
Durante il periodo della dominazione austriaca sul Veneto, il brigantaggio veniva combattuto con due metodi:

  • distribuzioni gratuite di grano alle fasce di popolazione più povera durante le annate scarse;
  • periodiche retate dei briganti, che venivano coattamente arruolati nell’esercito e destinati a avamposti lontani dell’impero asburgico, Carpazi, Ucraina, etc.

Nel 1849 tuttavia la politica nei confronti del brigantaggio subì un brusco cambio. Con proclama del 10 marzo il feldmaresciallo Radetzky, governatore militare del Lombardo-Veneto, stabiliva che tra i crimini da punirsi secondo le leggi militari rientravano anche rapine e furti.

Il 3 Giugno 1850 si insediò ad Este la Commissione Inquirente presieduta dal giudice Giuseppe Chimelli.

La commissione di Este si dimostrò da subito molto efficente, tanto che al 18 giugno erano già stati giudicati diciassette detenuti tutti condannati a morte. Sette condanne furono commutate in venti anni di carcere duro. Le pene di morte erano da eseguirsi tramite forca o, in mancanza del boia, tramite polvere e piombo.

Fino al primo maggio del 1854, giorno in cui con Sovrana Risoluzione veniva abrogato lo Stato d’Assedio, la Commissione Inquirente esaminò secondo le regole del Giudizio Statario, procedimento breve e nessun appello, complessivamente 1204 imputati, emettendo 414 condanne a morte, 781 al carcere duro e 9 assoluzioni. È difficile al giorno d’oggi valutare se si trattò effettivamente di atti necessari, seppur dolorosi, o di uno spargimento di sangue gratuito.

È tuttavia possibile fare una piccola analisi statistica, utilizzando i dati riportati da Tarcisio Caron nel suo “Villaggi Ultramillenari”.

Su una popolazione totale di circa 2100 persone, Solesino ha avuto quattordici imputati al Giudizio Statario. Contro questi vennero emesse complessivamente nove condanne a morte, delle quali tre graziate e commutate in parecchi decenni di carcere duro.
Ma i reati contro la persona, erano solo tre, e di un caso possiamo pure essere dubbiosi.

Il rapporto condanne a morte/procedimenti totali, per Solesino è pari a 0,428, leggermente superiore alla media totale. Sono, quindi, portato a pensare, con relativa sicurezza, che almeno la metà di quelle condanne a morte furono eseguite senza giustificato motivo e che il Giudizio Statario, ed il bagno di sangue che ne segui, furono un tentativo del governo di riavvicinarsi alla borghesia agraria che, non dimentichiamolo, era stata il principale “sponsor” del Quarantotto.

Il processo all’epoca ebbe l’entusiastico avvallo di gran parte della società borghese di allora, il vicentino Arnaldo Fusinato, universalmente noto per “L’ultima ora di Venezia”, compose per l’occasione la ballata “Giaello l’omicida”, che descrive i briganti massacrati ad Este come dei sanguinari che non scelgono i loro bersagli attaccando indiscriminatamente poveri e ricchi, e delle autorità religiose.

Anche se giudicato inizialmente “importante opera di salute sociale” nel corso degli anni iniziarono a levarsi delle voci discordi che ritenevano il Giudizio Statario un’inutile e crudele spargimento di sangue.

Per difendersi dalle accuse il giudice Chimelli pubblicò ad Este, nel 1887, un libro intitolato “Storia del grande processo di Este contro ladroni”. Nel libro Chimelli difendeva la correttezza del suo operato ed analizzava le cause scatenanti del brigantaggio che, secondo lui, erano: scarsità di precedenti condanne; isolamento delle abitazioni rurali; il gran numero di taverne; l’omertà dei padroni delle taverne; la scarsa congrua dei parroci, che quindi non potevano adeguatamente seguire le loro pecorelle smarrite; l’eccessiva libertà nel Lombardo-Veneto; la bassissima paga corrisposta ai lavoratori nelle campagne, unica affermazione sensata in tutto quel monumento di scempiaggini.

E’ interessante poi notare l’atteggiamento di uno dei quattro religiosi che assistevano gli imputati, un certo Fra Bonaventura da Maser. Questi scrisse un libro sul procedimento, intitolato “Fatti storico-morali avvenuti nell’Imperial Regio Giudicio Statario in Este negli anni 1850-51 in causa di furti e assassinii” e fu un personaggio quantomeno ambiguo. Fra Bonaventura, infatti, aveva in precedenza aderito entusiasticamente al Quarantotto, ma col ritorno degli austriaci era cambiato diventando profondamente reazionario. Dalla lettura del suo libro si viene a sapere, anche se indirettamente, che la Commissione Inquirente ad Este adoperava la tortura come mezzo per estorcere le confessioni e che il buon frate riportava agli inquirenti ciò che gli imputati gli riferivano durante la Confessione. Personalmente ritengo che la svolta reazionaria di Fra Bonaventura da Maser fosse motivata dal desiderio di ricostruirsi una “verginità” agli occhi delle autorità austriache.  Il suo lavoro per la Commissione e il libro in cui ne loda l’operato potrebbero essere stati motivati da questo scopo. Infatti le autorità non preserò nessun provvedimento contro di lui per il suo passato di quarantottino confermandolo nel ruolo di assistente spirituale nelle Regie Carceri.

 

 

 

 

 

Autore articolo: Enrico Pizzo

Fonte foto: dalla rete

 

 

 

 

 

 

 

 

Enrico Pizzo, classe ’74, residente sui Colli Euganei. Appassionato di storia veneta e storia dei sistemi monetari preunitari.

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