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Italiani, brava gente. Riflessioni sulla nostra storia coloniale

Recentemente, sul numero 7/2020 della rivista “MicroMega” è stato pubblicato un articolo di Valeria Deplano intitolato “I crimini coloniali dell’Italia”, che mi ha stimolato alquanto, inducendomi a fare qualche sintetica riflessione. Sia chiaro. I crimini della nostra politica coloniale sono evidenti, per chi ovviamente con mente libera e senso di obiettività vuole vederli e valutarli per quello che furono realmente. Una scia ininterrotta di violenze iniziò nel 1885, con lo sbarco delle truppe italiane a Massaua e col successivo scandalo Cagnassi-Livraghi. Una ristretta lobby massonico-militare di stampo piemontese cercava di spartirsi le ricchezze di Massaua, facendo qua e là qualche ammazzatina e incarcerando i potenti mercanti locali. Subentrò la violenta repressione di Bahta Agos, che si ribellò ai brutali espropri della terra eritrea effettuati da Baratieri. Niente in confronto con la violenza, spesso ingiustificata, inaudita, che accompagnò la guerra di Libia e la repressione di Graziani in Cirenaica.

L’apoteosi delle violenze avvenne poi con l’invasione dell’Etiopia, che fece ampio ricorso ai gas vietati dalle convenzioni internazionali, fino alla strage di Addis Abeba e al massacro di Debra Libanos conseguenti all’attentato a Graziani. Le violenze italiane non risparmiarono nemmeno la Somalia, la colonia Cenerentola: a parte le belle pagine del Villaggio del Duca degli Abruzzi sullo Uebi-Scebeli, la colonizzazione somala fu accompagnata dalle violenze dei concessionari. Anche durante l’AFIS, che durò fino al 1960, gli italiani fecero di tutto (abusando delle bambine somale, come durante i tempi del madamato in Abissinia) tranne che gestire decentemente il mandato fiduciario a nome delle Nazioni Unite.

Ma quello che ancora lascia a bocca aperta non sono il clima di generale indifferenza, che spesso sconfina nel vero e proprio razzismo, né le banalità dei falsi miti e degli slogan inculcati dal fascismo e che hanno resistito all’Italia repubblicana. “Il fascismo ha fatto anche cose buone, e i treni arrivavano in orario”, si sente ancora dire dalla massa. Sì, risponde la senatrice Liliana Segre, i treni erano sempre in orario, specialmente quelli delle deportazioni che partivano dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano. Quello che fa veramente scalpore è la mancanza di sensibilità culturale delle scuole e delle istituzioni culturali.

Gli italiani non conoscono la storia coloniale, e forse non ne hanno colpa, visto che a scuola nessuno gliela insegna. Anche la storiografia si è dedicata quasi esclusivamente all’avvio della fase coloniale e alla guerra d’Etiopia, dimenticando periodi fondamentali sull’amministrazione coloniale dell’Eritrea e della Somalia. In quegli anni nacquero i drammi del madamato, dei meticci non riconosciuti, in assenza di istituzioni scolastiche dedicate agli indigeni e di uffici di stato civile. Il razzismo nacque per giustificare la “civilizzazione” e lo scramble for Africa. Questa storia coloniale è poi strettamente intrecciata ai grandi temi del Risorgimento incompiuto, ai problemi del Mezzogiorno e del periodo storico post-unitario, che sono rimasti quelli di allora.

Ora questa storia “sospesa” torna continuamente a condizionare il nostro futuro, e a influenzare negativamente il tema della “cittadinanza”. Ecco il delitto più grande. Non fare mai i conti col nostro passato, non riconoscere i nostri errori, e continuare a vantarsi delle nostre gesta in Africa. È stato addirittura elevato un monumento a Graziani, ovviamente coi soldi del contribuente.

“(…) La storia sospesa e dimenticata ritorna continuamente nel modo più minaccioso e distruttivo: nell’universo neutro dominato dalla comunicazione senza memoria in mezzo allo svuotamento telematico e pubblicitario, alla completa assenza di coscienza della storia e della distanza (…), il passato non riscattato e dimenticato ritorna in modo cieco, rovinoso e barbarico. L’assenza della storia fa riaffiorare i miti più orribili, che la storia stessa sembrava aver seppellito per sempre (…). La perfezione tecnica dei media, (…) l’omologazione degli spazi mentali lasciano in realtà campo aperto (…) all’interesse più egoistico, al radicamento miope nel proprio territorio, al particolarismo etnico, al razzismo, al nazionalismo, al culto del clan, (…) al disprezzo e all’odio dell’altro in tutte le sue forme”

Giulio Ferroni, Dopo la fine. Sulla condizione postuma della letteratura, Einaudi, 1996, p.146.

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Alessandro Pellegatta

Fonte foto: dalla rete

 

 

 

 

 

 

Alessandro Pellegatta è uno scrittore appassionato di letteratura di viaggio, storia coloniale e dell’esplorazione. Tra le sue ultime pubblicazioni storiche ricordiamo Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa (Besa editrice, 2019), Il Mar Rosso e Massaua (Historica, 2019) e Patria, colonie e affari (Luglio editore, 2020). Di recente ha pubblicato un volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana intitolato Esploratori lombardi.

 

 

 

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