Con un sottile lavoro di ricostruzione degli eventi attraverso carteggi ufficiali (in parte inediti), memorie e alcuni importanti studi, Milton Finley ripercorre in La più mostruosa delle guerre, la guerriglia napoleonica nel Mezzogiorno d’Italia tra il 1806 ed il 1811 la campagna francese per assoggettare la Calabria (1806-1811), una campagna militare che iniziata come la più classica delle guerre contro regolari eserciti nemici (Borboni e inglesi) si trasformerà ben presto in qualcosa di completamente diverso da quello che le addestrate truppe francesi avevano dovuto affrontare sui campi d’Europa fino ad allora. Guidati dall’esperto generale Jean Reynier, i francesi si troveranno a combattere quella che lo stesso comandante, in una lettera a Lamarque datata 22 febbraio 1807, definirà “un nuovo tipo di guerra, la più mostruosa delle guerre”, il primo esempio in Occidente di una moderna guerra di guerriglia, anticipatrice di quella esperienza spagnola che infliggerà qualche anno più tardi un colpo durissimo al sistema napoleonico.

Uno degli elementi centrali che condizionerà molto il giudizio dei contemporanei su questo particolare conflitto sarà certamente la grandissima brutalità dello scontro. Sia gli ufficiali francesi che quelli inglesi resteranno talmente colpiti dalla violenza dei guerriglieri calabresi da inorridire al solo pensiero di dover avere a che fare con quelli che consideravano alla stregua di veri e propri selvaggi.

Eppure la rivolta che esplode in Calabria con la discesa dell’esercito francese è un fenomeno complesso. Se da un lato i Borbone sconfitti ed esiliati cercarono immediatamente di sobillare la popolazione calabrese in funzione antifrancese, nella speranza di replicare il fenomeno sanfedista del 1799, la risposta dei calabresi fu tutt’altro che scontata. La quasi indifferenza con cui le popolazioni locali assistettero ai primi scontri tra francesi e truppe borboniche evidenziava una sorta di disillusione seguita proprio alla sanguinosa esperienza di repressione della Repubblica Napoletana. I contadini calabresi dopo avere animato entusiasticamente le truppe sanfediste, avevano visto infrangersi dietro le esigenze della restaurazione monarchica tutte le promesse che il cardinale Ruffo aveva fatto loro per il miglioramento della vita e della gestione delle risorse nelle campagne. Osservavano quindi con indifferenza questa nuova guerra.

Con la battaglia di Campo Tenese dunque Reynier si sbarazzava facilmente dell’inconsistente esercito borbonico, ed entrava nel contesto calabrese. Cosa mosse però i contadini calabresi, da lì a poco, a scatenare contro i francesi una feroce guerra di guerriglia?

Finley grazie alla meticolosa raccolta delle memorie e dei dispacci ufficiali, nel narrare gli eventi, indaga le cause della sollevazione calabrese rilevandole in alcuni specifici fattori: da un lato l’antica insofferenza verso un sistema politico centralizzato dello Stato, dall’altro l’orgogliosa resistenza alle servitù (col corollario di depredazioni e saccheggi) che il transito di un esercito aveva necessariamente provocato su quel territorio già molto impoverito, il tutto condito dal tradizionale fanatismo religioso.
Lo stesso comandante francese, già dalle prime operazioni nelle Calabrie si rende conto che, mancando un efficace sistema infrastrutturale capace di alimentare le truppe in maniera continuativa, l’approvvigionamento del cibo sarebbe ricaduto interamente sulla comunità civile, provocando una inevitabile reazione. Quello che Reynier non poteva aspettarsi sarebbe stata però una feroce guerra di guerriglia con decine di bande organizzate composte da centinaia di uomini, alimentata dai contadini dell’area e dagli inglesi che controllavano il mare, capaci di assaltare convogli e guarnigioni isolate, compiendo spesso e volentieri scempio dei soldati francesi con atti di tale ferocia che in alcuni casi rasentavano il cannibalismo. Qualcosa dunque a cui i soldati non erano affatto abituati.
Altro elemento che giocò un ruolo fondamentale nella sollevazione, secondo Finley, fu l’atavico scontro tra la borghesia cittadina, generalmente filofrancese ed aperta alle idee innovative della Rivoluzione, ed il contado. “L’odio di classe in Calabria era della più primitiva e brutale natura, avendo molto in comune con le rivolte contadine altomedievali”.
Quindi la volatilità delle gelosie di classe, il fanatismo religioso ed una persistente tradizione al brigantaggio saranno la triplice miccia capace di far esplodere il conflitto generalizzato in tutto il territorio calabrese.

Personaggi come Fra Diavolo, Pane di Grano, Parafante, Orlandino, Benincasa, Muscato, Genialitz, inizialmente sostenuti dagli alleati inglesi, cominciarono a guidare bande sempre più numerose ed aggressive, capaci di infliggere alle truppe francesi colpi durissimi. La vista dei cadaveri straziati dei soldati francesi provocava molte volte nei loro compagni reazioni violente che si ripercuotevano inevitabilmente sulla popolazione civile accusata di sostenere i guerriglieri. Questa escalation renderà la guerra generalizzata, il conflitto diffuso, evidenziando alcuni di quegli aspetti che canonizzati da studi successivi serviranno a definire la moderna guerra di guerriglia.

La sconfitta francese a Maida (luglio 1806) ad opera di un corpo di spedizione inglese provocò una recrudescenza nelle attività delle bande partigiane “Atrocità si aggiunsero ad altre atrocità, con i destini peggiori riservati a quei calabresi che osavano fornire appoggio ai francesi. A Nicastro il comandante della Guardia Civica calabrese che aveva ufficialmente salutato Giuseppe Bonaparte durante la sua visita in loco, fu crocifisso in pubblica piazza. Il 15 agosto nel villaggio di Acri, una folla diretta da un capo brigante chiamato Spaccapitta depose gli amministratori comunali nominati dal governo francese, arrostendoli vivi in pubblica piazza; lì prese un pezzo di pane, lo passò sul corpo arrostito di una delle vittime e lo addentò per la gioia della folla. Nonostante questo spesso citato evento possa sembrare venato di sensazionalismo, esso è tuttavia sciaguratamente caratteristico degli eventi che si verificarono durante l’insurrezione.

Reynier che aveva fama d’essere tra i più magnanimi comandanti francesi, note le sue particolari simpatie per i contadini egiziani durante la spedizione in oriente, pur essendo convinto assertore delle idee di libertà, eguaglianza e fraternità, in Calabria cambiò completamente atteggiamento finendo, pur riconoscendo le responsabilità dell’esercito francese, per considerare gli insorti come le persone più abominevoli sulla terra, ed adottando di conseguenza misure sempre più repressive. Ma una volta riguadagnato il controllo militare della regione, espulsi gli anglo-borbonici dalle loro basi di Amantea, Scilla, Reggio, il comando francese tornò a studiare una strategia che oltre alla repressione militare considerasse anche di guadagnare il favore della popolazione. E’ su queste basi che si diede mano ad un’ opera di intervento sulle infrastrutture, che da un lato garantiranno un più fluido approvvigionamento delle truppe, evitando di pesare sulle comunità locali, e dall’altro di controllare meglio scorte e convogli impedendo gli attacchi dei guerriglieri.

Come riuscirono dunque i francesi ad avere ragione, ridimensionare e tenere sotto controllo, il fenomeno della guerriglia in Calabria? Occorsero diversi eventi prima che si cominciasse ad ottenere risultati efficaci contro le bande di guerriglieri (le “masse”). In primis, senz’altro, il mancato appoggio inglese. I comandanti inglesi, incaricati di tenere sotto controllo la Sicilia, non avevano alcuna fiducia né nei Borbone né tanto meno nelle bande di guerriglieri, odiate particolarmente anche dai soldati inglesi, per la loro selvaggia ferocia. Progressivamente dunque l’Inghilterra fece mancare il proprio appoggio, sia in uomini, che in mezzi, alle bande che combattevano in Calabria. Ma quello che veramente riuscì a scardinare lo strapotere dei guerriglieri calabresi sul loro territorio furono le tattiche di controguerriglia che pian piano i comandi francesi cominciarono ad adottare, prima con Reynier e poi in maniera decisamente più efficace, dopo l’avvento di Murat al trono, con Charles-Antoine Manhès.

Già nel’autunno del 1807 Reynier otteneva i tanto agognati rinforzi con l’arrivo di circa dodicimila uomini che portarono le forze impegnate in Calabria a circa venticinquemila uomini, consentendo al generale francese di impiegare parte delle truppe per migliorare il sistema infrastrutturale.

Dal 1809 un ufficiale napoletano, Giuseppe Jannelli, ottenne il comando delle truppe in difesa dell’entroterra calabrese e cominciò a contrastare i guerriglieri innanzitutto sfruttando la conoscenza della realtà calabrese ed in particolare le ataviche faide familiari, giovandosi così dell’appoggio di una parte della popolazione per reprimere le bande. Jannelli costituì agili reparti mobili composti da unità di esperta cavalleria leggera e dalla Guardia Civica calabrese, inserendo tra le proprie truppe in particolare quegli uomini che avevano patito soprusi da parte dei guerriglieri.
Manhés, forte dell’esperienza di repressione della rivolta negli Abruzzi e sulla scorta delle indicazioni ricevute confrontandosi proprio con Jannelli, approfondì il solco tra la popolazione civile e le bande di guerriglieri prima di tutto con il terrore, dimostrando loro di dover temere molto di più i francesi di quanto temessero i briganti, ed in secondo luogo intervenendo sul cibo. Promulgò nuove leggi che impedivano a chiunque di farsi trovare fuori città con del cibo, organizzò presidi in ogni villaggio, e obbligò a recintare e custodire il bestiame impedendo dunque ai ribelli di approvvigionarsi nei villaggi. I trasgressori venivano presto individuati e puniti. Vennero organizzati falsi convogli di viveri che invece celavano reparti di truppe pronte ad intervenire in caso di attacco. Quando gli affamati guerriglieri, spinti dalla necessità, decidevano di assaltare un convoglio, si ritrovavano a dover combattere con numerose ed agguerrite truppe pronte a respingerli. A volte i convogli erano seguiti a distanza da cacciatori a cavallo che alle prime avvisaglie di scontro si lanciavano sulle bande di briganti. Le operazioni delle colonne mobili di Jannelli stanavano, grazie alle informazioni che ora ricevevano sempre più spesso dalla popolazione, i piccoli gruppi di resistenti che decimati si rintanavano nelle montagne, ed infine li annientavano.
Entro il 1811 quel fenomeno che in alcune fasi aveva rischiato di compromettere la presenza francese nelle Calabrie veniva ridotto ai minimi termini, ad un mero fastidio che poteva essere tenuto sotto controllo dalle autorità locali. Ci erano voluti però 5 anni ed enormi risorse per reprimerlo.

Dal canto suo Napoleone prese nota della situazione calabrese ma senza mai comprenderla realmente. Trattò sempre le vicende belliche del sud Italia con i paradigmi della guerra regolare che egli conosceva e dominava benissimo, senza rendersi conto di avere a che fare con qualcosa di completamente diverso. “Aveva ragione nel sostenere che le misure militari fossero essenziali per eliminare i gruppi di guerriglieri, ma non realizzò mai che le soluzioni politiche devono accompagnare quelle militari in modo da rendere le soluzioni permanenti”.
Napoleone continuò ad esortare suo fratello prima e suo cognato poi a concentrare le proprie forze e a piombare sulle posizioni controllate dagli inglesi per porre fine alla guerra. “Pressare il nemico implacabilmente, cacciarlo dalle isole [Capri] riprendere Scilla, Crotone e Reggio” con lo stesso atteggiamento che adottò poi in Spagna e cioè credendo che i generali francesi potessero annientare la guerriglia con campagne di pochi mesi.
In questo modo Napoleone, a differenza dei suoi stessi comandanti impegnati sul campo, mostrava di non aver compreso affatto il fenomeno della guerriglia. Reynier, Verdier, Manhès e Jannelli impararono, in un modo o nell’altro, sulla loro pelle a trattare questo nuovo tipo di guerra, abbandonando per questo gli strumenti convenzionali ed adottando nuove tecniche per contrastarlo, mentre Napoleone mostrava di non riuscire a ragionare se non nei termini di un conflitto convenzionale.
Come chiosa Finley, “il Napoleone del 1808 pensava di non poter perdere contro nessuno, […] non imparava più dai suoi errori; se avesse studiato attentamente la situazione in Calabria, è indubbio che non avrebbe affrontato la situazione spagnola allo stesso modo”.

Alcuni elementi emersi durante lo studio della questione calabrese della prima metà XIX secolo consentono interessanti parallelismi con esperienze di guerriglia a noi molto più vicine. In particolare il fanatismo religioso che rese così feroci i guerriglieri calabresi trova senz’altro eco in contesti come quello afghano, siriano o iracheno del XXI secolo.
La religione utilizzata come elemento catalizzante e propulsore della guerra di guerriglia, come efficace elemento ideologico e di disumanizzazione dell’avversario (“i diavoli francesi”, “gli infedeli”, etc.) se da un lato richiamava le Jacquerie medievali, dall’altro apriva nuovi inquietanti scenari sul futuro dei conflitti basati su una forte ideologizzazione dello scontro.

In definitiva il testo di Finley è interessante per comprendere alcune dinamiche che torneranno centrali nel contesto della guerra civile postunitaria nel Meridione, per spiegare la resistenza al centralismo politico, e il conseguente fenomeno del brigantaggio, ma soprattutto aprono una stimolante finestra di studio ed approfondimento su quella che è a tutti gli effetti la prima vera esperienza di guerra di guerriglia moderna affrontata da un esercito regolare in Europa.

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Giuseppe De Simone

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: Milton Finley – La più mostruosa delle guerre, la guerriglia napoleonica nel Mezzogiorno d’Italia tra il 1806 ed il 1811, Società Napoletana di Storia Patria, Napoli 2020

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppe De Simone, laureato in Scienze Politiche – indirizzo storico, presso la Sapienza – Università di Roma, con una tesi in Storia Militare su “L’esercito francese e la Guerra d’Algeria”, è libero professionista, collaboratore della pubblica amministrazione.