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La presa dell’Arsenale di Venezia

Il 22 marzo del 1848, Daniele Manin, alla testa delle guardie civiche, si impadroniva dell’Arsenale di Venezia. Il brano che segue è tratto da A. Errera, Daniele Manin Venezia (1804-1853).

***

….Intanto i migliori cittadini non prevedendo questo lugubre fatto, preoccupandosi del modo migliore di acquistare l’indipendenza, nella notte dal 21 al 22 si eran raccolti a tale scopo in casa del Manin. Questi disse che conveniva gridare Viva San Marco e proclamare la Repubblica, dal che parecchi dissentirono. Taluno propose di chiedere un’amministrazione italiana coll’Impero costituzionale austriaco o un Governo provvisorio: e il convegno si sciolse dopo lunghe discussioni, alle quali presero parte l’avvocato Benvenuti, il Mengaldo, il Tommaseo, l’Avesani, il Bernardi, il Bragadin, il Pincherle e qualche altro, dicendo, i più, che se il Manin reputava utile e necessario il proclamare la Repubblica, ciò si dovesse fare per operare tutti d’accordo. Il Manin, ritiratosi dagli amici (scrive sua figlia), passò la notte inquietissimo, combattuto da diversi sentimenti; il giorno appresso si recò da lui all’improvviso l’uffiziale di marina Salvini, dicendogli: – Se volete, l’Arsenale è nelle vostre mani. – Gli Arsenalotti uccisero Marimovich !… – Allora il babbo (scrive ancora sua figlia), colto da subita risoluzione, mandò a chiedere che senza ritardo la Guardia Civica venisse riunita. Chiamò poscia sua moglie a parte, e le disse: non alterarti se qualche bomba verrà gettata sopra Venezia. Commosso e più non potendo reggere all’inquietudine, e pensando: – avverrà quel che potrà, – col figlio Giorgio si pose in cammino, risoluto di impadronirsi dell’Arsenale. Pochi, ma eletti cittadini (e i più in male arnese) lungo la via si accompagnarono a lui. Entrato nel temuto recinto dell’Arsenale, egli sfidò imperturbato la morte, e la storia registrerà nelle sue pagine gloriose quest’atto di coraggio civile, che invano i malevoli hanno cercato di offuscare. Noi chiediamo ai facili irrisori del Manin, se l’inerme cospiratore non corresse pericolo di essere trafitto da uno fra que soldati stranieri, abituati ad ubbidire al cenno de’ propri capi; se contro di lui e del figlio Giorgio non potevano irrompere per ordine del De Martini le attonite, ma irate scolte dell’Arsenale; se i trecento della Guardia Cittadina, che presero parte all’ingresso, avrebbero bastato a difendersi….. E non si dimentichi inoltre che il Manin entrò nell’Arsenale coll’audacia di chi vuole tutto arrischiare per tutto ottenere, che impose al De Martini di dargli la chiave della sala delle armi, facendolo arrestare perché vi si rifiutava. Fu il Manin ad ordinare che si suonasse a stormo la campana, la quale chiamava al lavoro gli operai, gridando: se fra cinque minuti non ho la chiave, atterro la porta, e con l’orologio alla mano rimaneva in attesa febbrile! Era per trascorrere il tempo, quando le chiavi gli furono consegnate: il Manin affidò alle guardie civiche la custodia dei punti più importanti dell’Arsenale: incaricò provvisoriamente del comando il colonnello Graziani, il quale, combattuto fra il dovere ed il patriottismo, implorò dal De Martini di essere sciolto dal giuramento di fedeltà, Ora, nel mentre le guardie civiche e tutti con patriottismo previdente e sagace operavano d’accordo col Manin, un fatto fruttuoso svelò le subdole trame degli Austriaci. Il maggior Boday, fingendo di non addarsi di ciò che accadeva, attese con istudiata indifferenza che le guardie ci viche fossero a tiro del fucile de’ suoi soldati, e allora con furore gridò: fuoco! L’amore alla patria vinse l’abitudine del servaggio, e i soldati rivolsero a terra la bocca delle armi, ed un sergente non rattenendo la vendetta ferì di spada il Boday. Allora un grido di gioia uscì irrefrenato dai petti di quei soldati, e divelte le antiche insegne si fregiarono di una coccarda tricolore e s’affratellarono coi cittadini. Un entusiasmo frenetico agitò tutti gli animi: i granatieri e i soldati di Wimpffen e perfino le guardie di polizia e di finanza, plaudenti, si mescolarono tra il popolo, e i cari nomi di Venezia e d’Italia echeggiarono dovunque. Mentre all’Arsenale si erano così eroicamente sfidate le armi austriache, nel palazzo del Governatore l’avvocato Mengaldo, inconsapevole di ciò, aveva chiesto a nome del Municipio al conte Palffy e allo Zichy; alla presenza del Consiglio di Governo e del vice-ammiraglio De Martini, che fosse fatto sgomberare l’Arsenale dai Croati e posti in mano dei cittadini tutti i mezzi di offesa è di difesa, il che, come gli fu osservato, era volere un’abdicazione. Avutone un diniego, il Mengaldo si recò al Municipio eccitandolo, per consentimento dello stesso Governatore, ad esprimere il voto del popolo, senza di che la effusione del sangue sarebbe stata inevitabile. Allora fu eletta una Deputazione a questo scopo; e con maggiore speranza di riuscita si affrettò a chiedere al Palffy la capitolazione del Governo austriaco, tanto più che i gravi fatti dell’Arsenale erano già a notizia di tutti. La Deputazione composta dei signori conte Correr podestà; conte Luigi Michiel e Dataico Medin, assessori municipali; P. Fabris deputato centrale; avvocato Avesani; Leone Pincherle e avvocato Mengaldo, fu introdotta negli appartamenti del Palffy che era circondato dal Consiglio del Governo. E qui avvennero quelle memorabili trattative, che dimostrarono il coraggio civile di tutta la Deputazione e dell’Avesani in particolare, e per le quali fu deciso: che il Governo civile e militare di terra e di mare cessasse in quel momento e le truppe s’imbarcassero alla volta di Trieste, rimanendo a Venezia le truppe e gli ufficiali italiani e tutto il materiale di guerra. Intanto che ciò accadeva nel palazzo del Governatore, il Manin era ritornata dall’Arsenale in mezzo alle grida del popolo esultante, e giunto sulla piazza pronunciava commosso il seguente discorso: “Noi siamo liberi e possiamo doppiamente gloriarci di esserlo, giacchè lo siamo senza aver versato goccia nè del nostro sangue, nè di quello dei nostri fratelli, perchè io considero come tali tutti gli uomini. Ma non basta aver abbattuto l’antico Governo, bisogna altresì sostituirvi un nuovo, e il più adatto ci sembra quello della Repubblica, che rammenti le glorie passate, e… le libertà presenti. Con questo non intendiamo già di separarci dai nostri fratelli italiani, ma anzi formeremo uno di que’ centri che dovranno servire alla fusione successiva, e a poco a poco, di questa Italia in un sol tutto, Viva dunque la Repubblica! Viva la libertà! Viva San Marco!”

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