Risaie e manifatture del Ducato di Lucca

Questa lettera di Carlo Massei a suo fratello Giovanni, datata “Lucca, 22 maggio 1840”, fu pubblicata sul Giornale Agrario Toscano e ci regala una preziosa descrizione dell’economia del Ducato di Lucca sotto Carlo II di Borbone-Parma.

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La tua lettera intorno la Porretta che ti piacque intitolarmi, mentre conteneva assai cose risguardanti cotesta terra, e in special modo quanto si appartiene a quei celebrati bagni di acque termali, discorreva puranche varj argomenti che toccano alla pubblica amministrazione della provincia Bolognese, tua seconda patria, e alle produzioni di quel suolo ferace che sì bene risponde alle cure dei suoi coltivatori. Fralle quali, come era da aspettarsi, volesti assegnare posto onorevole, se non la primazia (che questa spetta a buon diritto alla canapa) al riso che in tanta copia lussureggia sulle terre basse e palustri di cotesta regione. E desideroso come sempre fosti di vedere resa ognor più felice la condizione del tuo paese natìo, facevi voti perchè il Principe saggio e benevolo, che a nostra gran ventura qui regna, ammettesse anche nel Ducato lucchese questa coltivazione, togliendo via le leggi proibitive, che come di antica data, così erano figlie degli antichi pregiudizi. Or cotesti tuoi voti ottennero qui quel favorevole accoglimento che non ti fu dato di ottenere in Bologna per le riforme sulla Beneficienza, ove dovesti tenerti contento di aver voluto giovare alla umanità, ben sapendo che la verità si combatte ma non si vince e la ragione finisce sempre coll aver ragione.

E non si tosto la provvidenza Sovrana ebbe aperto il campo a questa nuova industria, che parecchie persone si unirono in società e si accinsero all’ opera. Vuolsi dare la dovuta lode al marchese Sampieri, che primo diè il segno della mossa, e come proprietario bolognese solerte ed abilissimo volle qui portare quella bolognese cultura, ed inanimò altri a seguitarlo, fra i quali fui pur io unico fra i miei concittadini. Di che finora mi ho colto cosi amari frutti, che avrei ben dovuto tormi del mio proposito, se o natura mi avesse dato animo men costante contro le avversità, o se non mi fossi trovato al coperto dai dardi della malignità e della calunnia sotto l’usbergo del sentirmi puro; e insiem cogli animosi compagni mi diedi con tutto ardore a cercar modo di superare gli ostacoli che passo passo s’incontravano per acquistare quelle terre che facevano all’ uopo. Ed ecco nuova serie di amarezze, perchè or ti vedevi negata la locazione dei fondi sotto colore che da noi si voleva scavar la tomba agli abitatori di quel contorno; or ti sentivi chiedere guarentigie, perchè al termine dell’affittanza si dovessero rendere quelle terre nel pristino stato. Dandosi a credere quella goffa gente che le risaie, lungi dal bonificare quei terreni, dovessero invece subissarli; e così esigevano la promessa insensata che si dovessero restituire al termine dell’affittanza con quelle acque fetide e limacciose da cui ora sono allagati. Tutti poi, o quasi tutti, pretendevano un fitto superiore del quadruplo al frutto che ne ritraevano ed anche di questo volevano se ne anticipasse lo sborso. Adunque dovemmo contentarci di poca quantità di terra, qual ci fu conceduta dalla discretezza di qualche onesto proprietario, fra cui dobbiamo a cagione d’ onore nominare il Duca regnante, il quale, mentre come Sovrano apriva ai lucchesi questa nuova sorgente di pubblico bene, l’aiutava poi e la secondava come possessore di terre, concedendole alla Società a condizioni al tutto favorevoli e mitissime. Del qual segnalato benefizio egli avrà il meritato premio (e non andrà molto) nella riconoscenza eterna di questi abitatori, quando ammaestrati dalla esperienza, e posti da banda gli antichi pregiudizi, vorranno i frutti della sua saggezza.

A malgrado adunque di tanta contradizione e di tanti ostacoli sorge ora una risaia sulle lande paludose di Montramito; e ben presto quei luoghi infetti fin quì di aria malsana, donde il passeggero affrettavasi di allontanarsi, si abbelliranno di si ricca messe che sola mancava a questo felice suolo, cui natura fu prodiga del prezioso frutto degli olivi e dei gelsi. Dissi che il terreno da destinarsi a cotal uso è di presente paludoso, che è come a dire cagione di aria malsana e perniciosa. Ora cotesti mortiferi miasmi svanirebbero quasi del tutto ove si convertisse alla nostra coltivazione, perchè di necessità la terra per la vangatura e roncatura viene a sgombrarsi dall’ erbe palustri, e s’impedisce il procrearsi di tanti insetti; le acque stagnanti poi si tolgono o diminuiscono per le acque correnti distribuite al riso, talchè rimosse o diminuite le cagioui dei miasmi e della infezione, debbono pur anche rimuoversi o diminuirsi gli effetti di quelle. Dalle quali irrigazioni frequentemente adoperate ne vien poi per necessaria conseguenza il rialzarsi progressivo della superficie di quelle terre, mercè le torbe che in breve tratto perdono la natura di paludose, per convertirsi in asciutte e proprie a qualsivoglia coltivazione.

L’ altro vantaggio che se ne ricava è quello che tu stesso avvertivi nella tua lettera sulla Porretta, vo’ dire l’impiego che si farebbe delle braccia di tanti contadini, i quali vanno adesso cercando lavoro in Corsica o in Maremma affrontando i pericoli del mare, e vi menano una vita stentata e triste a fine di portare alle loro famiglie i frutti delle loro fatiche, non senza sperimentare talvolta in terra straniera come sa di sale lo pane altrui. Giorno verrà, e non è lontano, che sentiremo vergogna di aver comportato si lungamente che si stessero inculte e neglette queste nostre terre, mentre quei robusti giovani che avrebbero potuto convertirle alla più ubertosa cultura, andavano a innaffiare dei loro sudori terre lontane. Dalle quali peregrinazioni riportano qualche copia di denaro, ma forse maggior copia di vizi e di corruttela; talché i nomi di questi veggonsi più di sovente notati nei registri dei tribunali criminali.

Il riso che di preferenza abbiamo scelto per seminare è quello della Cina. Come figlio adottivo di Bologna ti sarà forse noto che tre sono le varietà di questo cereale più conosciute, cioè il riso italiano, il cinese e il bastardo o brettone. Il cinese prende nome dal paese donde fu a noi recato, e incominciò a seminarsi in Italia circa l’anno 1820; del quale sulle prime faceasi poco conto, sia come cosa nuova e straniera in cui per difetto di sperimento non si avea fiducia, sia perchè men candido di quello della specie italiana. Ma non andò guari che si ravvisarono in esso quei pregi che lo rendono accetto all’ universale, perché non solo è di sapore squisito e si conserva intero nel cuocere, ma ciò che più importa, abbisogna di minor quantità d’ acqua per la sua maturazione, e giunge a questa con celerità maggiore. Ecco le ragioni che ci hanno guidato nella scelta di questa specie per adoprarla nel Lucchese. Al cadere di Aprile o nella prima metà di Maggio si fa la sementa, e verso la fine di Agosto si raccoglie la messe. Mirabile magistero della natura che conduce a perfezione in poco più di cento giorni la più ricca fra tutte le messi, laddove il formento abbisogna di quasi otto mesi. Hai poi questo vantaggio nella prontezza del raccolto, che le acque necessarie alla sua maturazione restano sulla superficie del suolo per breve tempo; e cosi essendo tenne la evaporazione, anche gli effetti di questa non possono esser che tenui. Se non che gli sforzi della malevolenza andranno falliti a fronte dell’esperienza che porrà in chiaro l’innocuità di questa cultura per la salute pubblica, quando apparirà che la perdita del falasco è ben compensata dalla quantità maggiore di‘ paglia assai più sostanzievole di quello , e che gl’ immensi residui della mondatura del riso, sono ottimo ingrasso ad ogni specie di bestiame; quando il povero potrà comprare a vil prezzo i frantumi del riso alimento gradito e salubre quant’ altro mai; quando la popolosa Viareggio troverà in quella nuova industria da impiegare non solo gli adulti ma perfino i fanciulli nei lavori di roncatura; i fanciulli che or si stanno a stormi neghittosi a vagare per quelle strade. Oh! allora sì che svaniranno qual nebbia al vento i tristi pronostici per far luogo agli encomj e alle benedizioni di tutti.

Del riso italico si farà soltanto un saggio per isperimentare la efficacia del terreno nel produrlo, posponendolo al cinese, perchè di questo’ men celere nel maturare. Il bastardo o brettone, che vuolsi derivato dal miscuglio delle altre due specie, è forse più bello di queste, e sarebbe perciò forse da preferire, se non fosse troppo facile a corrompersi pel così detto melume prima della sua maturità: laonde non si avrà occasione di adoprarlo. La nostra risaja è posta presso Montramito fra la via di Genova e quella per a Viareggio ; e chi si reca a questa città vede alla sua dritta un tratto assai vasto di terreno di circa 250 delle nostre coltre , pari a bolognesi tornature 460, bene appianato e cinto di regolari arginelli che tutto il circondano, e altri più piccoli che lo intersecano e lo dividono in ajuole; la quale superficie ricoperta d’ acqua elevata a poca altezza riceve il seme o risone, il quale tostochè incomincia a mandar fuori le sue radici, si lascia in asciutto col toglier via l’ acqua che non si torna a introdurre se non quando coteste radici siano afferrato alla terra. E questo avvicendarsi d’ irrigazione e di prosciugamento ha luogo più volte nel corso della vegetazione, tenendo la regola di dar l’acqua al riso quando si vede che la pianticella comincia a soffrire: il che si appartiene alla vigilanza del soprastante che ha nome di Risaio. E qui è dove rifulge la virtù del cinese, il quale non perisce e anzi matura, sebbene soffra per qualche tempo difetto di acqua, mentre le altre due specie si perderebbero se l’acqua non soccorresse tosto al bisogno.

Ad eseguire i lavori sonosi condotti da Bologna alcuni uomini esperti, i quali servirono di guida e di caporali ai nostri. E i contadini lucchesi, infaticabili ed atti a qualsiasi travaglio, si renderono abili anche a questo‘ uguagliando in breve tratto i loro maestri. Vedemmo quella buona gente accorrere da ogni parte a chiedere lavoro, disprezzando le dicerie di quelli che tentavano distornarli con vani timori. E cotesti lavori sono adesso benedetti da tante povere famiglie che vi trovarono il pane di cui le aveva private in quest’ anno la sterilità delle olive, ricolto primario anzi unico di quei luoghi. Di che si vuol dare molta lode ad alcune sagge persone, e principalmente al reverendo Padre Micheli curato di Viareggio e al signor Rettore di Stiava, i quali lungi dal fomentare le pregiudicate’ opinioni, si dierono ad encomiare la nuova opera, ravvisandola (qual’ella si è) feconda sorgente di pubblica prosperità. Mancava l’edificio per pilare il riso , giacché esorbitanti secondo il costume erano le pretese di chi aveva mulini in quel contorno; ed ecco di nuovo provvedere al bisogno quel Principe generoso che già ne aveva concesso le terre, allogandoci un mulino della sua reale tenuta di Stiava, con facoltà di convertirlo a quel miglior uso che ci fosse piaciuto; il che avrà effetto quanto prima.

La risaja di Montramito potrà servir di prova o di esperimento in quest’ anno per conoscere l’attitudine di quelle terre, e per misurare la quantità dell’acqua e la facoltà di elevarla per la irrigazione. Quando l’effetto risponda alle concesse speranze, sarà facile di ampliarla negli anni avvenire, aumentando le terre e formando un contratto di associazione più regolare e maturo che questo non è. lmperocchè coteste imprese le quali abbisognano di molta spesa, avviene di rado che sopportare si possano da uno o due persone soltanto, si per la difficoltà di avere il denaro opportuno, e si per il pericolo di un sinistro risultamento. Per lo contrario si sopportano facilmente da molti riuniti per la tenuità della quota o azione che a ciascheduno si appartiene, la quale in caso di perdita non può cagionare la rovina di alcuno. Al quale sistema di associazione devono la Francia, l’Inghilterra e la Settentrionale America quelle stupende opere che dierono loro il primato del commercio sopra tutte le altre nazioni. Anche a noi abitatori della più bella regione del ‘mondo, renderà gran’ parte dell’antico splendore e dell’antica opulenza, quando posto ‘da banda quel meschino spirito di municipio che ci tiene fra noi stranieri e quasi nemici, vorremo fraternamente aiutarci per conseguire al tempo stesso l’utile nostro privato e la felicità e la gloria della patria comune.

Nè già si vuol pretendere che questo Reale Governo sia per ammettere la cultura del riso a capriccio di chicchessia è in qualunque sito, che anzi sono necessarie regole e discipline per porvi un limite e alcune norme da seguitare perché non si renda nociva. Nella Legazione di Bologna, e più ancora nel Regno Lombardo-Veneto e in Piemonte, cotesti buoni ordinamenti sono in vigore e sono vi congregazioni apposite, o come oggi le chiamano commissioni, composte d’ ingegneri, di medici, di legali e. di esperti nelle cose agrarie, che hanno il carico di ricevere le istanze di chi desidera formare risaie o altre umide coltivazioni, come i così detti prati artificiali. Le quali prese da loro in disamina vengono poi approvate o rifiutate, secondochè si riconoscono innocenti o dannose alla pubblica salute. E le ragioni del concedere o del negare si deducono per ordinario dal sito ove si vorrebbero formare; conciossiachè non di leggieri si consentirebbero in terre elevate ed asciutte; laddove senza ostacolo sarebbero ammesse nei luoghi bassi e paludosi, ove quella coltivazione non può mai deteriorare l’aria. Al che sarà per certo provveduto nel Ducato nostro ove essa prenda piede ed incremento.

Sarebbe a desiderarsi che un provvedimento simile a questo si adottasse puranche per le irrigazioni delle messi, le quali sono fra noi non solo cagione di sanguinose risse, ma, disordinate come si lasciano, riescono assai meno profittevoli di quello che potrebbero essere, e fanno miseramente perire molta quantità di frutti della terra. Il cielo che diede a noi Lucchesi si ferrace suolo, si puro aere, sì felice situazione, ne diede anche abbondantissime acque che scendono da ricche sorgenti. Se non che tra per l’avidità dei contadini, tra per la mala distribuzione che se ne fa da chi dovrebbe mettervi ordine e regola, cotesto segnalato benefizio della natura in gran parte rimane inutile, e negli anni di maggior siccità molti raccolti vanno perduti. Or perchè abbandonare quasi al caso si importante faccenda? Perchè lasciar quasi senza guida e senza norma un soggetto che tanto conduce al benessere privato e pubblico? Forse che non si danno cura i governi di cose assai men rilevanti che questa non è? E che altro sono i bandi sulle vendemmie, sulla vendita delle olive, sul divieto del gregge caprino, sulla macerazione delle canape e altrettali, se non un limite posto al dritto di proprietà pel pubblico bene, o almeno almeno con intendimento di pubblico bene? So ben io che ii li. Commissariato delle acque e strade fa distribuire alcune, acque irrigatorie col mezzo dei cosi detti caterattini: ma cotesta distribuzione fu per molto tempo soltanto finanziera, cioè diretta principalmente a cavare un lucro dalla concessione di quelle acque (le quali si davano perfino a provento al maggior offerente) e non economica o amministrativa, cioè intesa a far prosperare l’agricoltura e a molti‘ plicare i frutti del terreno. Ma è da sperare che porterà buoni effetti il nuovo canale irrigatorio che con provvido intendimento si sta costruendo , il quale riuscirà ancora più profittevole quando si adottino isaggi ordinamenti che sono in vigore nel regno Lombardo-Veneto e nelle Legazioni , ove più rare sono levertenze su tal proposito per essere assai prudentemente determinato il tempo e il modo con che a ciascuno si compete l’ acqua in ragione della terra che gli appartiene , a rispetto della quale è tenuto di pagare una maggiore o minore tassa annuale.

E poiché siamo in tema di coltivazione, voglio comunicarti qualche mio pensiero intorno il metodo che si pratica nel nostro paese. Già sai che nelle colline nostre si scorge meglio che in altre parti l’industria agricola dei Lucchesi; e veramente ammirabile è qui la maestria dell’arte, sebbene molto dobbiamo alla natura che ci fu generosa nella bella esposizione di questi colli. I quali dolcemente elevati e in gran parte rivolti a mezzodì, sono ad un tempo ricchi per le produzioni del suolo, e deliziosi per le amene ville che vi sono sparse. Nè per il volger degli anni nè per lontananza puoi tu mai aver dimenticato le sponde incantevoli di Moriano, di Marlia, di Segromigno, di Camigliano, le quali visita il forestiere siccome cose rare e pregiate, e vi viene a cercare un grato refrigerio agli ardori della calda stagione. Or coteste colline sono ricoperte di olivi e di viti che danno l’olio il più prezioso del mondo ed un vino squisito: e ardisco dire che sì gli olivi che le viti ricevono quella cultura che più loro si addice, e quale non credo che possano ricever mai in altri paesi; chè l’esser qui abbondanti le braccia e molto divise le proprietà, è cagione che si dia ogni cura alle piante e si custodiscano come si farebbe d’un giardino. So che in alcuni paesi di suolo fertile vegeta robusto l’olivo senza cultura e rende spontaneo copiosi frutti, come nelle isole Jonie, in Sardegna, in Puglia, e come io stesso vidi pocanzi in Corsica; ma quegli ulivi incolti e quasi salvitici producono d’ ordinario olio di cattiva qualità e disgustoso ai delicati palati, e perciò riceve un prezzo inferiore in commercio. La qual cosa fa vedere che anche in questa pianta la mano dell’uomo è capace di migliorare l’opera della natura respettivaniente ai suoi bisogni, e fra tutti gli uomini sono forse i Lucchesi i più atti a questo lavoro. Laonde non è senza ragione che vengono chiamati a questo effetto in vari paesi, e in particolare nel Regno di Napoli, e nella Marca, a Roma, nella Corsica, e fino nelle isole della Grecia.

Ma se le colline lucchesi offrono un bel modello di coltivazione, e forse sorpassano quella di ogni altro paese, non ci è dato di dire altrettanto delle terre della pianura nostra. Non vuolsi negare che queste sono sempre ricoperte di messi o di altri frutti, perchè dopo colte le spiche del grano, il nostro instancabile villico getta tosto su quelle terre la semenza del granturco, e in meno di tre mesi gode di un novello raccolto poco men ricco del primo. Aggiungi che sopra quei campi stessi la vite maritata all’Olmo e all’albogatto, gli dà, se non buono, almeno copioso vino, mentre quegli alberi gli danno abbondante foraggio. Ma sarà poi questo il metodo più profittevole che adoperare si possa? O per dirlo col termine tecnico, vi è in esso il tornaconto dell’agricoltore? Se tu calcoli le gravi spese di concimi che rendono alla terra la virtù di dare tanti svariati frutti in un anno, anzi in tutti gli anni di seguito; la mano d’ opera che s’ impiega in tanti lavori di seminagione, di sarchiatura, di raccolta; se tu calcoli il consumo degli strumenti agrari e il deperimento dei bovi aratorj, vedrai di non poca parte scemato il frutto netto di quelle terre. Che se poi tu instituisca un confronto fra cotesto frutto così ridotto e quello che dar potrebbero ove si adoprasse un altro sistema, ti sarà chiaro che noi Lucchesi siamo ben lungi dalla perfezione nel coltivare la nostra pianura.

E di vero è oggimai confermato dall’ esperienza dei più riputati coltivatori, che ad ottenere il massimo frutto con la minima spesa di lavoro e di concio, è necessario che l’agricoltore preferisca fra le piante adattate al suo terreno le più ricche pel valore delle loro produzioni. Queste poi deve alternare per guisa che alla pianta di una famiglia ne succeda altra di famiglia diversa. Così alla graminacea deve tener dietro la baccellina, e a quella che dà il frutto con l’erba, quella che ne dà il seme: per esempio al trifoglio succede il formento od altrettale. Ad allontanar poi il flagello degl’insetti vuolsi evitare il succedersi dei graminacei nello stesso campo, i quali servono ad alimentarli. Nelle quali cose tutte principalmente consiste il sistema detto dell’avvicendamento, sistema praticato oggimai dovunque sono noti i principi della scienza agraria secondo le dottrine del Thaer e del Dombasle, mentre è tuttavia sconosciuto a quei paesi che, ignorando la scienza, seguitano le usanze e gli errori trasmessi dai vecchi coltivatori. Dal che deriva che quel fondo, il quale si coltiva alla nuova maniera, rende assai maggior frutto che l’altro non può rendere, e con minore spesa e minor fatica; imperocchè non solo ti dà abbondantissima le messe, ma provvede eziandio al nutrimento di molto bestiame.

Or cosi non avviene nella lucchese pianura ove la terra di continuo affaticata a produrre (e ciò che peggio è) a produrre sempre le stesse piante, non può dare che una scarsa misura per ciascuna specie, e questa talvolta di qualità inferiore; le quali diverse specie insieme sfornate sono assai minori in quantità di quelle dei terreni coltivati e seminati a vicenda. Aggiungi che mentre da un lato le viti e gli alberi che ingombrano i campi ne danno del vino e del foraggio, per l’altro lato nuocciono con l’ombra alle messi, privandole del benefizio del sole e mantenendole in uno stato di perniciosa umidità. Non vuolsi peraltro negare che all’ occhio dei meno esperti in questa materia, non sia per apparire sorprendente la vegetazione delle nostre campagne, e da anteporsi ad ogni altra; ma agli occhi degli uomini intelligenti appariranno a prima giunta i difetti di cotal pratica condannata ormai dal buon senso. Nè io mi tratterrò dal proferire questa sentenza perchè preveda di potere incorrere presso di molti la taccia di temerità e di presunzione.

Per buona ventura non manca qualcuno anche fra noi che dotto nella fisica, nella chimica, nella meccanica e nella scienza agraria, e avendo percorso molte regioni ove coteste scienze sono in fiore ed applicate alla pratica, dà opera a stabilire il miglior metodo di agricoltura pei terreni del Viareggino. Dico l’ingegnere Loreta di Ravenna, che da poco tempo a questa parte pose in Viareggio la sua stanza, ove si è dato interamente a coltivare un suo latifondo , il quale or sono tre anni offriva una macchia folta di cerri e di pini, ed ora è trasformata in campi coltivati a preparare quel sistema che si propone d’ introdurre colla scorta delle sane teorie e della pratica e cognizione del luogo; e soprattutto si è dato ad allevare un numero infinito di gelsi di ogni varietà, per i quali mostra quella terra un’ affinità ammirabile. Egli intende ad un fine anche più alto di quello che si proposero i padri della moderna agricoltura, i quali contenti del tornaconto rispetto al proprietario, non si curarono gran fatto delle braccia che servono all’agricoltura. Egli intende ad introdurre nel suo fondo un tale avvicendarsi di piante, per cui gli uomini adulti della popolosa Viareggio vi trovino continuo impiego; e il soverchio lavoro che opprime l’operaio e i lunghi ozi che lo impoveriscono e lo viziano, siano dalla agricoltura interamente sbanditi. Al quale utile scopo è destinata una sua vasta fabbrica rustica, che si sta costruendo con portici ed altre comodità, per eseguirvi al coperto dalle intemperie tutte quelle manifatture che possono andare unite all’industria rurale, e adattate alle piante che il suo terreno è destinato ad. alimentare. E quanto alla cultura dei gelsi merita pure di essere encomiato il Frateschi di Collodi il quale primo fra tutti nel nostro Ducato si diede a farne una vasta e ben ordinata piantagione nel monte, ed ora sta formandone un ampio vivaio presso Lucca contenente tutte le varietà, e in modo speciale quella delle Filippine da cui trarrà ad un tempo profitto ed onore.

Che se dalla pianura asciutta passiamo alla bassa e paludosa, puossi con tutta verità asserire che qui la lucchese industria vien meno e quasi al tutto sembra dileguarsi, chè non si può vedere senza sentirsi compreso da maraviglia e da sdegno abbandonata in preda delle acque sì immensa estensione di terra, che dovrebbe invece esser coperta di messi e di piante. Ben sarebbe da condonarsi siffatto abbandono quando mancassero le braccia ai lavori, o quando sovrabbondassero le terre al bisogno degli abitanti; una è del tutto incomportabile ove le braccia sono sì copiose, e ove le terre non bastano alla numerosa popolazione ognor crescente, la quale è costretta a comprare fuor di stato gran parte dei generi diprima necessità.

Non parlerò dei lavori di utilità pubblica, i quali si apparterrebbero a farsi ai Governi di Lucca e di Toscana, per agevolare lo scolo delle paludi di Bientina e di Massaciuccoli, non essendo cotesto argomento da trattarsi da me, ma da chi professa la scienza matematica e idraulica. Dirò solo che quanto spetta a farsi dai privati e che sarebbe a portata loro pel miglioramento dei terreni bassi, viene da essi trascurato con diminuzione notabile delle loro rendite. La qual trascuranza è cagione che si rimangano incolti o diano tutt’ al più un tenue frutto quei luoghi che sarebbero forse i più ubertosi di tutto il dominio lucchese, per non sapersi qui praticare le colmate che andrebbero a mano a mano restringendo quei paduli, trasformandone successivamente le porzioni più prossime alle correnti torbide in campi seminativi. Il quale intento si consegne coi metodi si ben conosciuti e adoperati in cotesta provincia bolognese. Ma nel lucchese tali metodi o non si conoscono o si imperfettamente si praticano, che è come non si conoscessero e non si praticassero. Donde nasce che quell’ impaludamento si mantenga qui perpetuo o diminuisca insensibilmente, essendochè i lavori che si fanno in luogo di questi sono inefficaci, seppure non sono nocivi. Tali appunto sono quelli degli argini chiamati mazzuoli, consistenti nel rialzare il terreno collo scavo di molte fosse, il che mentre da un lato sottrae alla coltivazione tutto quello spazio che s’ ingombra da queste (cioè quasi un terzo), dall’ altro avviene che gli argini destinati a sementa diano un precario raccolto pel continuo pericolo delle inondazioni, senza parlare della infezione dell’aria che deve di necessità derivare dalle acque stagnanti nelle fosse. Per le quali cose ognor più apparisce l’utilità grande delle risaie, come quelle che per la conformazione loro servono a colmare i terreni bassi, mercè dei vari compartimenti e arginelli che ritengono le acque introdotte e vi depositano le sostanze terrose che seco traggono nel loro corso. Di che si hanno continue riprove nelle provincie lombarde e bolognesi, ove dopo un breve giro di anni sonosi rendute inette all’ uso di risaja molte terre per essersi di troppo elevata la superficie loro colla introduzione delle acque; ed è pronostico fatto dalle persone dell’arte che non andrà molto che in quei luoghi si vedrà del tutto cessata la coltivazione del riso.

Prima di por fine a questa mia lettera piacemi di intrattenermi teco alcun poco anche intorno al, commercio e alle manifatture lucchesi; che ben tu sai dai più remoti tempi essersi la città nostra chiamata per eccellenza la industriosa, ove fioriva tanto l’arte della seta che superava tutte le altre città del mondo e forniva delle sue stoffe molta parte d’ Europa. E poiché da ciò nasceva la ricchezza di questa piccola repubblica, così erasi provveduto con apposite leggi a proteggere cotesti lavori; nè si mancò l’incorraggiare coloro che si dedicavano con privilegi, con onorificenze e con premi, talché non fa meraviglia se le più cospicue famiglie per nobiltà e per ricchezze si facessero un vanto di mercanteggiare nella seta. Queste furono le leggi buone con che si volle favoreggiare quell’ arte utilissima. Ve n’ ebbe delle cattive e soverchiamente severe ed anche barbare (colpa dei tempi) ma che pur servono a dimostrare quanto stesse a cuore dei reggitori della Signoria di conservare questo fonte di pubblica felicita. Si legge nello Statuto lucchese del 1555 al Cap. 55 del Libro 4 che si puniva di morte chiunque fosse ito fuor di paese ad insegnare quel mestiere. E ciò non bastando alla gelosia di quei padri, posero fuor della legge, come oggi si direbbe, cotesti fuorusciti, le non solo dierono facoltà a chiunque di ucciderli impunemente, ma decretarono puranche un premio di fiorini 50 per ogni uomo ucciso dall’uccisore, accordandogli inoltre il diritto di restituire in patria un bandito. Questi compensi dettava la pubblica economia di quei tempi per favorire il commercio delle sete. Eppure cotesto statuto fu compilato dai giureconsulti più celebrati di quei giorni, quali erano Paolo de Castro e Giovanni da Imola! Rendiamo grazie al cielo che i progressi della civiltà e della sana morale ci facciano oggi arrossire degli errori dei nostri avi, che quel secolo chiamava saviezza.

Ma le fazioni dei Guelfi e Ghibellini e poscia le sette religiose come portarono la face della discordia e la desolazione in tutta Italia, cosi anche fra noi, e furono cagione del decadimento dell’arte serica nella patria nostra, perché molti di quegli operai chiamati testori per sottrarsi ai pericoli e alle persecuzioni ripararono altrove. Ed ecco partirsi con loro quell’ utile magistero, e trapiantarsi in diversi luoghi, togliendo così alla città nostra quella preminenza che in cotest’arte aveva si lungamente goduto. Delle nostre spoglie si fecero ricche Venezia, Amsterdam, e in particolare Lione di Francia ove si stanziarono i principali fra gli esuli lucchesi, ai quali deve quest’ ultima città l’origine della sua presente floridezza.

Ciò nonostante questa città che era stata, per così dire, la cuna dell’arte, conservò sempre e tuttavia conserva non pochi avanzi della sua celebrità antica grazie al buon volere di alcuni nostri concittadini, fra cui vuolsi dare il primo posto ai signori Burlamacchi e Donati, i quali si studiano di condurre i loro tessuti a quella perfezione a cui non giunsero mai per l’avanti fra noi, mercè l’opera di un vostro valente bolognese, per buona ventura qua capitato, il signor Mariano Bevilacqua. Ma la ragione Burlamacchi e Donati se merita lode per le sue seterie, non minor lode merita per i suoi lavori di lanificio; e già da gran tempo sono apprezzati i suoi berretti fatti a maglia, di cui si fa molt’uso in Levante, che si lavorano in quella fabbrica. Della qual merce il minor guadagno è quello privato che ne deriva a quei negozianti (il quale è pur rilevante) giacche il maggiore è quello pubblico, e quasi universale, che si spande nella intiera popolazione coll’adorare tante braccia e col procacciare il pane a tante famiglie che languirebbero nell’inedia. Ben può dirsi immagine della Provvidenza fra noi quella fabbrica benedetta. Oh! quanti delitti ha risparmiati che sarebbero stati commessi per la disperazione di chi non avea che mangiare! Oh quanti popolari tumulti in tempi di carestia e contagio! Oh quante intemerate donzelle devono a quella il benefizio inestimabile di aver conservato intatto, immaculato il loro onore, quando gli stimoli della miseria il ponevano a repentaglio! Dicesi che questo R. Governo abbia conceduto a questa benemerita casa di potere introdurre la lana che viene di fuori senza alcuna gabella. Un tal provvedimento deve essere commendato da tutti che ne intendono la utilità e la opportunità.

Non mancano altri valenti fabbricatori di drappi che tengano in credito questa nazionale manifattura, servendo al tempo stesso a dare guadagno alla classe indigente, fra i quali tien posto onorevole il sig. Lombardi. Dobbiamo poi a Francesco Benedetto Ricci di avere recato fra noi la trattura e la lavorazione delle sete all’usanza di Piemonte, la quale è si ben riuscita che la seta che si lavora in quei suoi filatoj è assai riputata e ricercata in commercio. Il Ricci ha cessato di vivere or son pochi giorni con dolore di tutti i buoni, e con esso ha cessato di lavorare quella sua stupenda fabbrica. Ma quando pervenuta in altre mani tornerà (giova sperarlo) al suo usato uffizio, e ci dimanderà lo straniero nell’atto di visitarla, di ammirarla, qual ricompensa o quali onorificenze ebbe il Ricci da questa patria, noi dovremo arrossire di tanta nostra dimenticanza. Dico lo straniero giacché fra noi pochi si degnano di visitarla. Sull’ esempio di questo sorsero al cuni altri filatoj, per i quali va acquistando incremento cotesto lavorio, e già meritano di essere ricordati principalmente quelli dei signori Andreoni e Luchini.

È cosa degna di considerazione che sì le sete che le lane, le quali si pongono in opra nelle nostre fabbriche, si tingono tutte in paese, e quei colori riescono quasi altrettanto belli e durevoli quanto quelli di Francia; il che è cagione che non si debba andar fuori assai denaro che costerebbe quella tintura. Ai signori Verciani e Galli in particolar modo andiamo debitori di questa bella industria, la quale aggiungerebbe la perfezione ove qualcuno di questi artieri passasse in Francia o in Inghilterra a studiare la chimica applicata alle arti. Vuol poi essere lodato il signor Francesco Barbantini, per avere introdotto l’arte di abbellire le stoffe colla Calandra.

La stampa delle mussoline e delle tele non è ultima fralle manifattura nostre, in cui hanno il primato il Frigerio in Lucca e i Biagi alla Badia di Cantignano. Della quale per tutto elogio basterà il dire, che molte di quelle tele si vendono fuori di Lucca come se fosser di Francia, e ciò che più singolare è, mentre sono poco apprezzate in Lucca come cosa indigena, vi tornano come merce straniera e vi sono allora comprate a caro prezzo. Il che serve sempre più a dimostrare quanta forza abbiano sulla immaginazione degli uomini le pregiudicate opinioni, e quanto sia prepotente l’impero della moda.

Non deesi passare sotto silenzio il traffico delle tele di lino e canapa che si fa nel nostro contado, e in particolare delle tovaglie e salviette che si lavorano nel paese di Gallicano, che per verità sono bellissime, e si renderebbero di tutta perfezione se le nostre canape fossero di si buona qualità come le bolognesi, il che potrebbe ottenersi adottando un metodo migliore di coltivarle che imitasse quello che costa si adopera.

Molta è la quantità di mobilia che da noi si fabbrica anche per conto dei forestieri, allettati dalla bellezza e forbitezza del lavoro e dalla mitezza del prezzo. Soprattutto sono ammirabili i lavori così detti di tarsia in mogogon e in ebano a imitazione degli antichi, i quali si eseguiscono dagli ebanisti Massagli, Lucchesi, e Cantieri, e tu avesti poco fa un saggio di tal valentia nell’acquisto del bellissimo biliardo costruito dal nostro Capurri.

Abbiamo nella meccanica un artefice difficile ad uguagliarsi nella persona di Gio. Battista Ercoli, le cui opere destano l’ammirazione degl’intelligenti. Del quale può dirsi con tutta sicurezza che se invece di esser nato in una piccola città fosse nato in ampia metropoli, la sua fortuna avrebbe pareggiato il suo merito. Potrebbesi quasi dire altrettanto di alcuni fra i nostri artieri orafi, argentieri, armaioli, fabbri, decoro della città nostra, i quali sono giustamente apprezzati, talchè i nomi dei Landi, dei Parducci, dei Martini, dei Perfetti, dei Petri, dei Lenci suonano nella bocca di tutti.

Ma mentre dovunque sorgono a nuova vita le arti, il commercio, l’agricoltura, e si prepara un’era novella col benefizio della pace, con la facilità delle comunicazioni, dei trasporti, col lume delle scienze; il paese nostro prediletto, e favorito da natura dei più preziosi fra i suoi doni, avrebbe potenza di divenire un emporio di ricchezza ed una seconda Manchester. Acque copiose, limpide, perenni per muovere ogni sorta di edifici, lavare e far bianche le lane e le tele, animare le cartiere, le tintorie, le conce delle pelle; operai numerosi di ambo i sessi, robusti, attivi, che locano l’ opera loro a basso prezzo; uomini industriosi, intelligenti, atti a concepire e ad eseguire qualsivoglia lavorio; capitali sufficienti ad anticipare le spese di mano d’opera e delle materie prime; soprabbondanti poi ove fossero cumulati col sistema delle associazioni per servire alle grandi imprese; finalmente felice posizione geografica, mercati vicini e frequenti per la compra delle materie prime a prezzi discreti; e canali e porti comodi per agevolare lo spaccio delle nostre merci. Tali sono i principali doni di che la Provvidenza fu larga a noi Lucchesi, e dei quali non sapemmo finora ritrarre che frutti assai imperfetti. Eda chi ci opponesse la piccolezza del territorio nostro come ostacolo alla nostra industria, noi risponderemmo coli’ additare gli esempi classici di Tiro e di Sidone. Pur troppo non mancano altri ostacoli anche fra noi che c’impediscano di giungere a quella meta a cui saremmo destinati, e questi sono la mala fede nel contrattare, le enormi usure negl’imprestiti, la malevolenza, l’invidia, la diffidenza reciproca che ci vietano di darci la mano, di aiutarci, di consigliarci, di soccorrerci a vicenda, e cosi di renderci atti a fare uniti quelle opere che per la debilità delle forze e dei mezzi non si possono condurre a termine da un solo o da pochi. Dei quali vizi bruttissimi farebbe opera santa chi vi trovasse modo di spogliarci in tutto o in parte.

Ma molta speranza dobbiamo riporre pel benessere del paese nostro nella Società di arti, mestieri e agricoltura che or sono tre anni qui sorse, e che ha nel Bertini un Segretario intelligente ed operoso, la quale ha per suo instituto di proteggerla e incoraggiarle col commettere agli artieri ogni sorta di lavori ad un prezzo pattuito, premiando inoltre con medaglie coloro che vengono giudicati i più meritevoli. Nel Settembre poi di ogni anno,quando la solennità della Santa Croce attrae qui maggior concorso di gente , si fa pubblica e solenne mostra per parecchi giorni di quelle opere non senza utile ammaestramento degli artisti che ascoltano dalla voce del popolo il più retto fra tutti giudizi. Chiude cotesto sperimento una lotteria ove si traggono a sorte i nomi dei soci (uno per ogni dieci) e a rincontro i numeri corrispondenti nî premi, e così si distribuiscono lietamente fra i soci stessi quei lavori che da loro furono commessi e pagati. Bella ed utile istituzione è questa atta a portare meravigliosi effetti quando sia accompagnata per parte di questo R. Governo da altri provvedimenti, e in particolar modo coll’ inviar fuori a pubbliche spese alcuni giovani a perfezionarsi in quelle arti che più si ravvisano a noi profittevoli, come a cagione d’esempio nelle seterie, lanificio, tintoria. I quali ammaestrati nella chimica applicata alle arti e nei metodi migliori che l’umano ingegno ha saputo trovare in questi ultimi tempi, tornerebbero in patria a dare per così dire l’anima alle lucchesi manifatture.

Per ricondurre questa lettera (forse di soverchio lunga) cola donde ebbe principio, voglio dirti che oltre la Società di che fo parte, altri ancora si sono accinti a formare delle risaie nel territorio nostro, sebbene timidamente e in limiti assai ristretti, e fra questi taluno che non era ultimo a censurarle. La qual cosa vale sempre ‘più a confermare quella- verità che i buoni esempi tosto o tardi sono seguitati anche da più schivi ed avversi, quando la esperienza e la riflessione ne abbia fatto conoscere la utilità.

Vivi felice ed amami quanto io ti amo.

 

 

 

 

In foto: Ritratto di Carlo II di Borbone-Parma. Fonte foto: dalla rete

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