L’unzione regale al tempo degli Svevi

Pietro da Eboli, sodale di Enrico VI, tacciò Tancredi d’Altavilla, unto a Palermo nel 1189, d’aver ricevuto una “unzione illegittima”: “O dolce Palermo, secondo paradiso mellifluo, come male ti compensi de’ danni precedenti! Come male corona le tue feste lo Scariota Matteo, il quale con arte cauta macchia i tuoi titoli! Invece di Giove un mezzo uomo, invece del magno Cesare un nano innalzi allo scettro… Dovette essere più nero di molta pece quel giorni in cui il misero ascese là donde dovea precipitare. Pera quel giorni, né si commemori nell’anno, in cui Tancredi prese gli scettri reali! Pera quel giorno sempre annotti nell’abbisso, in cui Tancredi sen va coronato! O molto infelice memorabile unzione del regno! Qual mano audace unse l’uomo abortivo?” (Pietro da Eboli, Carme, in Giuseppe Del Re, Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I ).

Nella corte normanna si era da tempo affermato il principio della regalità di sangue e l’unzione di Tancredi era illegittima giacché egli era figlio naturale di Ruggero II. Ancora Pietro da Eboli scrisse impietosamente: “Perché cominci il fanciullo uopo è che l’uno e l’altro trasudi, dal che nasce al mondo perfetto il fanciullo: non sementa in Tancredi l’uno e l’altro de’parenti; e se anche sementino, non bene convengono: l’uno Duca di stirpe di Duchi, di progenie di Re; l’altra fu creata di mezzana stirpe. La natura fugge la natura, la gemma abborre la lue della fornace, né la terrestre bassezza si congiunge con la nobiltà. Sì vile vaso rivomita l’umore virile, e l’uomo è concepito dal solo seme della madre. La poverissima materia della madre contribuì per quanto potette, e materiò una picciola opera. Crediamo dunque che costui avesse padre di nome, non di fatto; l’esser suo trae dalla madre il dimezzato uomo”.

All’illegittima unzione il poeta contrappose l’unzione romana di Enrico VI descritta con numerosi particolari. Nel carme in questione riconosciamo alcuni elementi del più noto Ordo coronationis di Magonza, redatto nel monastero di Sant’Albano fra il 950 e il 963/964. La celebrazione affiancava gesti rituali, orazioni e cori. I profumi, i gigli, la porpora e l’incenso accompagnarono l’evento scandito dal Papa officiante che introdusse l’Imperatore; questi si fermò ai gradini dell’altare per ricevere l’unzione non alla testa, ma prima alle mani, poi alle braccia, alle scapole ed infine al petto; si fusero elementi del rito battesimale, che prevede l’unzione di testa, petto e schiena, con quelli della consacrazione episcopale, che invece unge testa e mani. Infine si consegnarono la spada, lo scettro, l’anello ed il diadema regali. Leggiamo: ”Allorché Cesare viene nella città per ricevere il serto, l’inclita Roma esulta con nuove pompe. Devenne il cavaliere al venerabile tempio di Pietro, dove il padre Antistite stava innanzi coronato. Balsami, incenso, aloe, miristica, cinnamo, nardo, ed ambra modesto odore accostumato ai re, fragrano per le vie, per le case, olezzano per la città, da per tutto spira un qualche rogo di aromatico incenso. L’odoroso mirto unito ai diati riveste la via, e lussureggiano i gigli giunti alle crocee rose. La prima maggiore del tempio si abbiglia di bisso e di ostro, la cerea fiamma stellifica colle sue tede. Ma la più interna casa, dove splende la mensa e l’agnello, porporeggia nell’aurato luogo, cosa di molta fatica. O Pietro, dal tuo vicario è introdotto il pio eroe: glorioso sostata innanzi ai gradini dell’altare. Prima il papa consacra ambe le mani col sacro carisma, affinché vincitore porti l’uno e l’altro testamento. Santificando le braccia, ungendo le scapole e il petto, dice: In Cristo del Signore te unse Iddio. Dopo queste cose consegnò l’imbrandita spada dell’imperio, che Pietro tolse, comandato, dall’orecchio troncato: spada potente dall’una parte e dall’altra, di fenditrice del tempio e del mondo, dall’una parte regge la chiesa, dall’altra corregge la terra. I dritti del potere, il pondo della pietà e del giusto, dinota la verga consegnata nell’augusta mano. L’anello della chiesa, nobile arra de’regni, si offre, o Ottaviano, alle tue dita. Il diadema che porti, o Cesare, dell’aurata tiara, dinota che tu partecipi agli aplici vicariati. Dopo queste cose, cantati gl’inni, ritorna ai campi, e comanda che ciascuno s’apprecchi per andar nell’Apulia”.

Probabilmente l’intero programma rituale dell’incoronazione aveva soprattutto un carattere contrattuale espresso da precise formule di rito per cui “subito dopo l’arrivo dell’ampolla contenente il crisma, [il re] deve pronunciare coram Deo, clero et populo il giuramento di proteggere la Chiesa, di far regnare la pace e la giustizia, di difendere il regno che Dio gli ha dato combattendo gli eretici” (M. A. Visceglia, Riti di corte e simboli della regalità). Inizialmente limitata alla testa, l’unzione si estese ad altre parti del corpo già sotto Ottone I nell’anno 962. Tale cambiamento fu ufficializzato più tardi quando Innocenzo III nel decreto De sacra unctione del 1204 chiarì che l’unzione della testa doveva aver luogo solo durante la consacrazione del vescovo e mai durante quella del sovrano, poiché il vescovo, a differenza del re è il capo della Chiesa (B. Uspenskij, In Regem Unxit).

Il problema dell’autorità politica è dunque sempre ricondotto ad una dimensione ecclesiologica. L’autorità procede dall’Assoluto e al Papa spetta il possesso dei due poteri perché vicario di Cristo (M. Mccarone MACCARONE, Potestas Directa e Potestas Indirecta nei Teologi del XII e XIII secolo ). La potestas jurisdictionis concentrata nel pontefice assieme alla potestas ordinis veniva trasmessa a vescovi, a re o imperatorie così qualsiasi esercizio di potere all’interno della cristianità si configurava come potere ecclesiastico (G. Tabacco, La relazione fra i concetti di potere temporale e di potere spirituale nella tradizione cristiana fino al secolo XVI). La societas si risolveva in christianitas, la comunità in populus fidelis, il rex trovava la sua legittimità nella qualità di traduzione temporale di un ordinamento trascendente ed era dunque legis lator e perciò strumento necessario allo stesso senso escatologico della creazione. In Laudes Regiae, Kantorowicz definisce il sovrano di Sicilia come “a Deo coronatus”, con una autorità sacerdotale che ne faceva “un papa all’interno del proprio regno”. Sulla stessa scia la studiosa Glauco Maria Cantarella afferma in La Sicilia e i Normanni: “Il re di Sicilia è sacro come i vescovi, e anzi più di loro, è altissimo e inavvicinabile, maneggia la legge a sua discrezione perché ne è la fonte, è misericordioso e inflessibile, vede e regola tutto, tiene le veci di Dio”.

Precisa Bloch: “Il valore di questo suggello soprannaturale di cui l’unzione era piuttosto la conferma che l’origine, non poteva non essere vivamente sentito da un’età usa a mescolare senza posa alla vita quotidiana gli influssi dell’aldilà. Certo, una regalità puramente sacerdotale sarebbe stata incompatibile con la religione regnante dappertutto. I poteri del prete cattolico sono qualcosa di perfettamente divino: egli soltanto può trasformare il pane e il vino nella carne e nel sangue di Cristo. Incapaci, non avendo ricevuto gli ordini sacri, di eseguire il santo sacrificio, i re non erano dei preti, nel senso proprio della parola; ma erano, ancor meno, puri e semplici laici. E’ difficile esprimere chiaramente rappresentazioni per sé ribelli alla logica. Ne potremo dare però un’idea abbastanza approssimativa dicendo che i re, pur senza essere rivestiti di sacerdozio, partecipavano – giusta la parola di uno scrittore del secolo XI – del suo ministerio. Donde la conseguenza infinitamente grave: nei loro sfori per governare la Chiesa, credevano e si credeva che agissero come suoi membri” (M. Bloch, La società feudale).

La seconda unzione di uno svevo avvenne ad Aquisgrana quando il 25 luglio del 1215, giorno dei festeggiamenti dell’Apostolo Giacomo, Federico II fu unto nella collegiata di Santa Maria dall’arcivescovo Sigfrido di Magonza.

Ai giorni di San Tommaso il rapporto tra regnum e sacerdotium aveva già conosciuto momenti di grave tensione e la stessa Età angioina si era aperta con una contesa tra due re unti, Manfredi – dal vescovo di Agrigento, e Carlo d’Angiò, dal Papa. Quel rito continuava ad avere un’incredibile importanza ed il santo così ne scrisse: “Il re ha l’obbligo del culto divino non soltanto come uomo e signore, ma anche come re. I sovrani, infatti, vengono unti con l’olio consacrato, come è risaputo che si faceva con i re del popolo d’Israele: essi venivano unti con l’olio santo dalle mani dei Profeti; ragion per cui, venivano anche chiamati “unti del signore”, a causa della virtù e della grazia di cui erano dotati in grado eminente, dato il loro legame a Dio; tale unzione, faceva sì che i re diventassero oggetto di una forma di ossequi e di tributi di onore… Inoltre, come scrive Agostino, l’unzione regale prefigurava il vero re sacerdote, come scrive il profeta Daniele: Quando verrà il santo dei santi, la vostra unzione cesserà (Dn 9,24, Volgata). Di conseguenza, siccome, con tale unzione che ricevono, i re raffigurano il Re dei re ed il Signore dei signori, secondo quanto sta scritto (Ap 19,16), il quale è Cristo nostro Signore, i re hanno l’obbligo di imitarlo, al fine di ottenere la giusta rassomiglianza tra la figura e ciò che essa rappresenta, tra l’ombra e il corpo, e tale proporzione implica un vero e perfetto culto divino” (T. D’Aquino, De Regno ad Regem Cypri ).

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

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Un pensiero su “L’unzione regale al tempo degli Svevi

  • 2 Settembre 2020 in 18:33
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    Non mi torna che il Tancredi unto nel 1189 fosse figlio di Ruggero II. Credo fosse figlio di Guglielmo II Il Buono.

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