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Mantova e i Canossa

Dal 977, con Atto Adalberto, sino al 1115, con Matilde, Mantova è dei Canossa.

Tedoldo, figlio di Atto, a lui succeduto, fondò l’abbazia benedettina di San Benedetto in Polirone e suo figlio Bonifacio riuscì a proiettare la dinastia in Europa con un eccellente matrimonio politico che segnò per sempre le sorti della sua famiglia. Sposò infatti Beatrice di Lorena, a Marengo. Come Atto, sia Tedoldo che Bonifacio furono autoritari e vendicativi, perfetta incarnazione dei signori dell’epoca. Quando Bonifacio morì, ucciso durante una caccia nel 1052, sua moglie ne raccolse l’eredità.

Fino a Tedaldo i Canossa legarono le proprie fortune all’impero. Tedaldo infatti accompagnò l’imperatore Enrico II nella sua campagna in Italia nel 1004 ed era presente all’incoronazione reale a Pavia il 15 maggio. Il casato basava i suoi poteri non su concessioni feudali di territori e castelli, ma dai diritti conquistati e dalle consistenti proprietà allodiali della famiglia. Aveva ampliato le proprie fortune anche perchè perfettamente inseriti nel sistema corrotto della simonia che procurava cariche ecclesiastiche in cambio di denaro ed erano anche esperti gestori di proprietà altrui: molti signori o ecclesiastici lontani demandavano la gestione di castelli e cittadine che talvolta restavano a far parte del patrimonio dei Canossa.

Anche Bonifacio supportò Enrico II e l’aiutò a deporre Arduino, Marchese d’Ivrea, proclamatosi re d’Italia. Anche nel 1027 sostenne Corrado II affiancandolo nella campagna in Italia che depose il Margravio di Toscana. Bonifacio fu pure all’assedio della fortezza di Morat, contro il Duca Teobaldo di Champagne, distinguendosi nella presa della roccaforte. Nel Natale del 1037 Bonifacio intervenne pure nella repressione del tumulto antimperiale che agitò Parma, che insieme ad altre città aveva affiancato Ariberto nell’opposizione a Corrado II. Così facendo allargò i domini dei Canossa in tutta la Toscana. Fu proprio questo a porre le basi per la rottura del rapporto di fedeltà con l’imperatore. Enrico III, infatti, timoroso della strapotenza di Bonifacio in Italia, provò più volte ad eliminarlo. Fu così che i Canossa si schierarono dalla parte del papa.

Beatrice aprì un aspro conflitto con l’Imperatore Enrico III, deciso a sotterrare per sempre i Lorena e con essi i Canossa, famiglie ormai troppo potenti. Un decreto imperiale le tolse ogni diritto feudale, ma la donna si risposò col potente Goffredo il Barbuto, Duca della Loteringia Superiore e fratello di papa Stefano IX. Quando, nel 1055, l’imperatore, Enrico III, discese in Italia, fece prigioniere Beatrice e la figlia Matilde, mentre il marito, Goffredo, riuscì a fuggire attraversando le Alpi. L’anno dopo però, Enrico III, prima di morire, rimise in libertà Beatrice e la figlia. Morto Goffredo, la donna si schierò ancor più dalla parte del pontefice Gregorio VII.

Beatrice morì nel 1076 e le successe la figlia Matilde che ereditò terre e castelli dalla Toscana alla Lotaringia, capisaldi strategici nel cuore dell’Impero di Enrico IV. Di fatti i Canossa erano la famiglia più potente d’Europa.

Matilde compare nella cronaca di Donizone come donna d’eccezionale temperamento, guerriera e fiera, specchio di virtù. Altrove invece è spietata, perversa e calcolatrice, addirittura amante sia di Anselmo, Vescovo di Lucca, che di Papa Gregorio VII che trascorre mesi e mesi nei suoi domini. Sono forse solo dicerie, fatto sta che al papa Matilde donò l’Abbazia di San Benedetto in Polirone tanto amata dal suo avo Tedoldo.

Il suo biografo, il monaco Donizone, ce la descrive così: “È fiera più di un uomo, è una figura della Bibbia, è maschia come Giaele”. Pronta a sposare un suo fratellastro, il gobbo Goffredo, Duca di Lorena, a farlo uccidere brutalmente – una spada lo colpì tra le natiche mentre era al gabinetto -, e, ormai vecchia, a risposarsi con un adolescente, il Duca di Baviera, soltanto per ragioni di Stato, a Matilde si imputò l’avvelenamento di Corrado, figlio di Enrico IV.

Dotata di forza morale ed ingegno straordinari, dimostrò nel corso di tutta la sua vita di possedere un’innata attitudine al comando ed uno spirito libero ed indipendente, doti che le assicurarono l’ammirazione incondizionata dei suoi sudditi. Nel castello di Canossa, arroccato sull’Appennino emiliano, la contessa Matilde fu testimone dell’incontro avuto tra l’imperatore ed il pontefice. Enrico IV per tre giorni e tre notti dovette attendere in abiti da penitente ed inginocchiato nella neve davanti al portone chiuso della rocca e fu solo grazie alla donna se Gregorio VII si convinse a perdonare e restituire le insegne regie ad Enrico. Appena rientrato in Germania, però, l’imperatore riprese i suoi atteggiamenti di sfida all’autorità pontificia, fino ad essere fulminato da una nuova scomunica. Provò una seconda discesa in Italia ed assediò Gregorio VII a Castel Sant’Angelo spingendolo a fuggire a Salerno. Reso tronfio dal successo, Enrico volle vendicarsi anche di Matilde, spogliandola dei suoi possedimenti, ma dopo una serie di effimeri successi iniziali il suo esercito fu sconfitto sugli stretti sentieri appenninici nei dintorni di Canossa.

Matilde fu l’ultima esponente di una dinastia certamente non amata dai mantovani. Costoro infatti patirono le angherie ed il pesante fardello fiscale cui li sottoposero i Canossa e in più occasioni provarono a ribellarsi. Patteggiarono per l’imperatore Enrico IV quando le sue truppe cinsero d’assedio la città nel 1091 e nel 1114 insorsero distruggendo il castello di Rivalta. Quando Matilde si spense, nel 1115 a Bondeno di Roncone, i mantovani si proclamarono fieramente liberi.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: G. Vigna, Storia di Mantova; R. Quazza, Mantova attraverso i secoli; B. Arrighi, Storia di Mantova e sua provincia; E. Ferri, La Grancontessa

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