Memorie della Grande Guerra: il Campo trincerato di Gorizia

Per avanzare verso est e spingersi nel cuore del nemico, l’esercito italiano doveva prima necessariamente scardinare il Campo trincerato di Gorizia. Il compito era assai duro. Bisognava prima avvicinarsi al nemico, organizzarsi in modo da aver ragione della testa di ponte di Gorizia, dei capisaldi del San Michele e di Monte Santo, proseguire poi lungo la Val Frigido. A prezzo di fortissime perdite, ottenemmo dei lenti progressi sino al 1916.

Le prime quattro battaglie dell’Isonzo ci avvicinarono al campo. Grandi erano state le nostre perdite e notevole il logoramento delle nostre fanterie. Ogni sforzo valse a fermare sul Carso il grosso dell’esercito nemico, compromettendone ogni piano. Alla fine del 1915 la 3° Armata era in possesso di Monfalcone, di Monte Sei Busi, delle pendici nord occidentali sul San Michele, delle pendici orientali del Podgora e del dosso nord-occidentale del Sabotino. Avevamo contato 154.000 caduti, 136.000 il nemico.

Il terreno su cui si mosse l’esercito italiano era difficile, tatticamente ostile, sfavorevole al cammino. L’austriaco seppe abilmente sfruttare ogni posizione per opporsi alla nostra marcia, usando le caratteristiche del terreno con punti d’appoggio e linee fortificate. Sorse così il Campo trincerato di Gorizia.

A ragione il maggiore Hubner scrisse: “Il Campo trincerato di Gorizia nel 1916 consideravasi una vera mostra della moderna fortificazione, che i desiderosi di apprendere visitavano per conoscerne l’organizzazione”.
Nei suoi elementi principali il campo era costituito da una testa di ponte – sviluppata sulle alture di destra dell’Isonzo e costituita dal Sabotino e dal Podgora, uniti dalla cortina collinosa di Oslavia -, e da due linee difensive, una alla sinistra dell’Isonzo, appoggiata ai capisaldi Monte Santo e Monte San Michele, l’altra posta lungo le colline di San Marco, con l’antistante fosso della Vertoibizza ed allacciata anch’essa ai due monti Santo e San Michele. Un tale terreno favoriva la difesa e l’Austria ne approfittò con lavori efficienti d’arte fortificatoria.

Piazzatasi davanti al campo trincerato, nel 1916 la 3° Armata aveva il VI Corpo contro la testa di ponte e l’XI contro il San Michele. Il XIII ed il VII restavano più a sud, fino a Monfalcone. La Quinta Battaglia fu essenzialmente una potente azione dimostrativa che si interruppe con l’offensiva nemica nel Trentino. Alla metà di maggio il nerbo delle forze della 3° Armata era passato sugli altipiani, poi furon spostate alle precedenti postazioni per la nuova offensiva.

Il 29 giugno il nemico provò a liberarsi della pressione costante degli italiani nel settore del San Michele ricorrendo all’uso di gas asfissianti. Malgrado le gravissime perdite – 200 ufficiali e 6500 uomini di truppa -, gli italiani contrattaccarono e ripresero tutte le posizioni. A luglio ci muovemmo.

Fu completata l’organizzazione di ricoveri e depositi, si aumentarono i mezzi offensivi, si costituirono e vennero dislocate le varie riserve. In postazione si contavano 300 pezzi d’artiglieria fra medi e grossi calibri e 60 batterie di bombarde, impiegate per la prima volta.

Dopo l’offensiva austriaca in Trentino, col morale alto, gli italiani si lanciarono sull’avversario, diminuito dalle forze che aveva dovuto spedire in Galizia. L’azione cardine si doveva svolgere con attacchi sul Sabotino e sul Podgora, un terzo attacco doveva essere condotto contro la cortina intermedia di Oslavia. Il Duca d’Aosta, comandante dell’armata, lanciò il suo proclama: “La Patria ci chiama a nuovi gloriosi cimenti. Ci chiamano gli Alleati, per aggiungere ai loro i nostri trionfi. Ci chiamano i nostri gloriosi compagni morti, per vendicarli. La certezza della vittoria è in me, perchè so che è nei vostri capi ed in voi, perchè è scritta nei nostri destini, perchè è voluta dalla giustizia, perchè è nella nostra forza”.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: R. Raja, La Grande Guerra giorno per giorno; A. Sema, La grande Guerra; J. R. Schindler, Isonzo. Il massacro dimenticato della Grande Guerra

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