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Pio IX, il tramonto del mito del papa liberale e nazionale

Quando, il 16 giugno del 1846, venne eletto papa Giovanni Masai Ferretti, Pio IX, un pontefice che si annunciava moderato, liberale, riformatore, Gioberti fu colto dall’entusiasmo. Forse era quello l’uomo giusto, il pontefice che avrebbe percorso la strada del suo Primato. Due anni dopo, con la rivoluzione che scuoteva Parigi ed il Regno di Sardegna che scatenava la Prima Guerra di Indipendenza, Gioberti era ormai convinto del trionfo finale delle sue idee. Approfittando dell’amnistia concessa da Carlo Alberto tornò dall’esilio. Mise piede in Italia il 29 aprile del 1848, lo stesso giorno in cui, Pio IX, con una celeberrima allocuzione, rifiutò la guerra contro l’Austria, ritirando le sue truppe e rinnegando la politica riformista sino ad allora seguita.

Il 5 aprile del 1848, in procinto di passare il Po, il generale Giovanni Durando, comandante delle forze regolari e volontari dello Stato pontificio, rivolse alle sue truppe parole battagliere: “Il Santo Pontefice ha benedetto le vostre spade, che unite a quelle di Carlo Alberto debbono concordi muovere all’esterminio dei nemici di Dio e dell’Italia… Una tal guerra della civiltà contro la barbarie è guerra non solo nazionale, ma altamente cristiana. Soldati! è convenevole dunque, ed ho stabilito che ad essa tutti muoviamo fregiati della croce di Cristo… con essa ed in essa saremo vincitori…”. Per un attimo sembrò che i destini dell’Italia potessero essere guidati da Pio IX, ma pretendere di combattere una guerra nazionale e di avviare la formazione dell’Italia a nazione moderna poggiandosi su un’istituzione universalistica e profondamente conservatrice come la Chiesa romana era una contraddizione grave destinata ad esplodere rapidamanete. Bastò l’Allocuzione pronunciata in Concistoro il 29 di quello stesso mese. Il pontefice rigettò l’accusa di aver fomentato i rivolgimenti in atto, lanciatagli dagli austriaci, e sostenne che la politica sin lì assunta era dettata solo dal desiderio di concedere ai popoli dei suoi stati le riforme che il suo predecessore, Gregorio XVI, aveva accettato col Memorandum del 1831. Crollò in un’istante l’illusione che un papato liberale e patriottico potesse assumere la direzione della guerra d’indipendenza. Era un tradimento, un voltafaccia, un’abiura che però papa Mastai Ferretti negava. Se aveva accolto certe istanze era perchè si era visto trascinato dalla corrente neoguelfa. In parte era vero. Ad esclusione del decreto d’amnistia del 16 luglio 1846, assai limitato e non diverso da altri dei suoi predecessori, tutti gli atti del suo pontificato fino ad allora erano stati strappati da dimostrazioni popolari ed esaltati dai liberali ben oltre le reali intenzioni del papa. Lo stesso Carlo Cattaneo poté scrivere: “Pio IX fu fatto da altri e si disfece da sé”.

Dal 29 aprile 1848 l’immagine del pontefice cambiò, le speranze dei liberali si mostrarono essere solo illusioni e crebbe il malcontento. L’uccisione di Pellegrino Rossi e la fuga di Pio IX a Gaeta resero definitiva la rottura tra il papato ed il movimento nazionale. Dall’esilio il pontefice condannò la Costituente romana e chiamò i governi cattolici ad accorrere con le armi per ristabilire la sua autorità. Pio IX ora poteva dichiarare che i due anni di politica riformistica e l’insieme delle sue concessioni non erano stati altro che il risultato di macchinazioni settarie cui aveva dovuto per forza cedere. L’Allocuzione del 20 aprile 1849 spiegava come le continue richieste a cui aveva accondisceso, miravano “a tener sempre vive le agitazioni, a togliere al tutto di mezzo ogni principio di giustizia, di virtù, di onestà, di religione, e a introdurre, a propagare, ed a far largamente dominare in ogni luogo, con gravissimo danno e rovina di tutta l’umana società, l’orribile sistema del socialismo, o anche comunismo, contrario principalmente al diritto ed alla stessa ragione naturale”. Dunque non avrebbe più ammesso alcun accordo coi liberali, neppure la minima riforma, avrebbe sempre evitato ogni confronto e simbiosi, anche parziale, con le correnti progressite, respinto ogni prospettiva di riforma nello Stato pontificio e puntato sulle armi straniere, sui gendarmi e sui patiboli di “Mastro Titta” per tenere saldo il controllo. Tali convinzioni l’accompagnarono per il resto del suo pontificato.

Nato a Senigallia nel 1792, Giovanni Maria Mastai Ferretti era stato eletto con trentasei voti su cinquanta del conclave. Di bell’aspetto, gioviale, affabile nei modi e dalla battuta pronta, apparve ai suoi elettori come l’uomo capace di far voltare pagina alla chiesa rispetto a Gregorio XVI. I romani lo salutarono festanti, così i toscani, e dopo l’amnistia non tardarono ad arrivare una serie di riforme che entusiasmarono i liberali, quali l’introduzione di un minimo di libertà di stampa, la posa dei primi tratti di ferrovia, l’istituzione di un Consiglio dei Ministri, della Guardia Civica e del Consiglio Comunale di Roma, ed infine una severa riduzione delle spese di palazzo. Grazie a lui il Gioberti aveva sognato di fare della Chiesa cattolica uno strumento per l’unificazione nazionale, ma ora tutto era da rivedere. Dopo due soli anni di pontificato, Pio IX aveva ribadito l’alleanza antica tra trono e altare.

 

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: A. Tornelli, Pio IX; G. Candeloro, Il Movimento cattolico in Italia

 

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Uno commento

  1. Il progetto neoguelfo, apparentemente affascinante, era in realtà inattuabile. Già era un anacronismo la sopravvivenza di uno Stato della Chiesa piantato in mezzo alla penisola; ma dare al Pontefice un ruolo di guida politica per un’intera nazione, sarebbe stato insostenibile, sia per la Chiesa, sia per l’Italia.
    La rinuncia ufficiale al potere temporale dovette attendere il Concordato, anticipato dall’enciclica Quas Primas del 1925; e fu una liberazione anche per la Chiesa.

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