Gioberti e il Primato

Una delle più interessanti figure dell’Ottocento è Vincenzo Gioberti. Nato a Torino durante l’occupazione napoleonica, il 5 aprile del 1801, ricevette una educazione religiosissima che continuò anche quando, nel 1805, suo padre morì e la sua famiglia fu ridotta in povertà. Divenne chierico di camera del re in piena Restaurazione, si laureò in Teologia e fu dunque nominato cappellano di corte. Aperto alle letture di Rousseau e Kant, mostrò da sempre un leggero orientamento repubblicano che lo portò a frequentare diversi circoli torinesi fino a quando Carlo Alberto di Savoia lo mise sotto sorveglianza e inviò l’elemosiniere di corte, l’abate Bricherasio, a interrogarlo.

Gioberti in seguito a ciò si dimise dalla carica di cappellano e approfittò della sua libertà dalla corte per accostarsi a Mazzini ma anche per aprire un confronto più chiaro coi tradizionalisti come Lamennais, Boland e Maistre.

Era il 1833 ed in un pomeriggio inoltrato di maggio, mentre dialogava col conte Teodoro di Santarosa, fu avvicinato da un carabiniere e fu arrestato. Gioberti fu rinchiuso nella Cittadella di Torino e la sua casa perquisita. Non furono trovati indizi di una sua attività sovversiva perché tutte le lettere di Mazzini erano state distrutte con avvedutezza ma si preferì comunque allontanarlo con un decreto d’esilio. L’esilio si consumò a Parigi dove conobbe l’abate Amedeo Peyron ed il principe de La Cisterna, Pellegrino Rossi, docente di economia e diritto, Guglielmo Libri, matematico della Sorbona, Carlo Botta e Pietro Bosso che gli assegnò l’insegnamento di filosofia e storia alla Gaggia, istituto da lui diretto. Furono anni fervidi di dibattiti, scontri e confronti tra idee – tra l’altro gli fecero visita Pietro di Santarosa e Cavour – e durante questo periodo Giberti redasse il Primato.

Influenzato dalle riforme liberali che s’attuavano in Belgio, Gioberti legò la necessita della nascita di uno stato italiano unitario alla religione cattolica considerata come l’elemento unificante delle diverse realtà nazionali. Nel progetto del Primato il papa avrebbe dovuto essere il protagonista principale dell’unificazione e fungere da ispirazione a tutti i principi affinché si orientassero alla modernità liberale. Qualche anno dopo ne scrisse: “Pigliai l’Italia colla sua religione, co’ suoi governi, col papa, coi vari principi, colle diverse classi dei cittadini, e proposi il miglior costrutto che mi parve possibile a trarre da tutte queste cose insieme congiunte. E tal costrutto medesimo fu così poco chimerico, che mi venne somministrato dalle idee volgarissime e positivissime di confederazione politica e di consulta, giacché su queste due idee, l’una delle quali contiene il principio di unità e di indipendenza, l’altro quella della libertà, si fonda tutto l’edifizio del mio Primato”. Il pontefice avrebbe dovuto presiedere e moderare la lega degli stati italici ma Gioberti capiva bene che solo un papa che avesse appoggiato il riconoscimento delle libertà civili avrebbe potuto sostenere quell’impresa creando e guidando il distacco dei principi italici dall’Austria e dalla sua politica conservatrice che rendeva ognuno di essi asservito capo di uno stato satellite.

L’idea che il rinnovamento nazionale dell’Italia potesse realizzarsi soltanto nel quadro dell’universalismo papale era estremamente contraddittoria. Tutti avevano ancora viva l’impressione suscitata dalla Mirari Vos e regnava lo scetticismo sulla possibilità di riformare la Chiesa e vedere un pontefice guidare il percorso per l’indipendenza italiana. Gregorio XVI appariva retrivo ad ogni ipotesi progressista, ma quando, il 16 giugno del 1846, venne eletto papa Giovanni Masai Ferretti, Pio IX, un pontefice che si annunciava moderato, liberale, riformatore, Gioberti fu colto dall’entusiasmo. Forse era quello l’uomo giusto, il pontefice che avrebbe percorso la strada del suo Primato.

Due anni dopo, con la rivoluzione che scuoteva Parigi ed il Regno di Sardegna che scatenava la Prima Guerra di Indipendenza, Gioberti era ormai convinto del trionfo finale delle sue idee. Approfittando dell’amnistia concessa da Carlo Alberto tornò dall’esilio. Mise piede in Italia il 29 aprile del 1848, lo stesso giorno in cui, Pio IX, con una celeberrima allocuzione, rifiutò la guerra contro l’Austria, ritirando le sue truppe proprio quando sembrava che le sorti della guerra arridessero agli italiani. L’arretramento del pontefice sbigottì Gioberti.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: A. Arrighetti, L’edifizio del mio primato; M. Sancipriano, Vincenzo Gioberti: progetti etico-politici nel Risorgimento

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