Gonzalo Fernández de Córdoba, 1515-1615-2015: due centenari a confronto

Il 2 dicembre 1515 morì, a Granada, Gonzalo Fernández de Córdoba, duca di Terranova e di Sessa,conquistatore del Regno di Napoli per i Re Cattolicissimi di Spagna e primo Viceré dal 1504 al 1506. Ma tutti lo conoscono meglio con l’appellativo di “Gran Capitano”. Aveva sessantadue anni, essendo nato a Montilla, nei pressi di Cordova, il 1º settembre 1453, la gran parte dei quali passati a combattere e a coprirsi di gloria, tanto da divenire un esempio per le generazioni future (nonché procurarsi un buon numero di invidiosi avversari).
Scomparso l’uomo, cominciò – o, meglio,continuò ad estendersi – il mito.
Tra i principali libri che ne ripercorsero immediatamente le gesta va citato innanzitutto quello scritto dallo storico Paolo Giovio (1483-1552), vescovo di Nocera dal 1528 alla morte, che realizzòuna serie di Elogia in latino, alcuni dei quali tradotti in italiano, tra cui quello intitolato La vita di Gonzalvo de Cordoba, detto il Gran Capitano (presso Lorenzo Torrentino, Firenze 1550). La versione italiana, dovuta a Ludovico Domenichini (1515-1564), fu tradotta a sua volta in spagnolo da Pedro Blas Torrellas e stampata a Saragozza nel 1554. Nella stessa città e nello stesso anno vide la luce l’anonima (perché proveniente da uno scrittore della cerchia degli amici) Crónica llamada de las dos Conquistas del Reyno de Nápoles (anch’essa Saragozza 1554) che sembra imitare nello stile un roman cavalleresco.
Paolo Giovio fu comunque solo il principale autore di una lunga schiera di scrittori che si occuparono di Consalvo, tra cui vanno ricordati alcuni nomi di spicco: da Francesco Guicciardini (1483-1540) alla “Fenice degli Ingegni” Félix Lope de Vega y Carpio (1562-1635), dal poeta barocco Luis de Góngora y Argote (1561-1627, tra l’altro conterraneo di Consalvo) al suo antagonista Francisco de Quevedo Villegas (1580-1645).
A tali nomi si affianca una sfilza di storici e narratori minori che si rifece alle gesta del Gran Capitano, quasi sempre accrescendone il mito: esaltato ai tempi di Carlo V (1519-1556), ridimensionato sotto Filippo II (1556-1598), il Gran Capitano torna in auge sotto i successori del “Re prudente”, anche se già nel 1574 Melchor de Santa Cruz de Dueñas compilò un vasto repertorio di aneddoti e detti popolari (Floresta española de apótegmas y sentencias, sabias y graciosamente dichas), di cui sedici riguardano il Gran Capitano, perpetuando in tal modo un mezzo di glorificazione che partiva dalla cultura orale e popolare già a suo tempo capace di esaltare figure come Orlando paladino e il Cid Campeador.
Ed è appunto attraverso la cultura popolare e la letteratura, più che per mezzo di saggi storici, che si deve passare dall’essere “semplicemente” un grand’uomo (o un Gran Capitano) a trasformarsi in un mito: ecco perché un secolo più tardi, Gonzalo di Cordova si trova al centro di una discussione in quello che, dopo la Bibbia, è considerato il libro più letto, tradotto e famoso del mondo. Vale la pena fare qualche più specifica considerazione in merito.

Dalla biblioteca del vescovo a quella dell’oste
Giusto a cento anni dalla scomparsa del Gran Capitano, nel 1615 (1), viene pubblicata a Madrid, presso la stamperia di Juan de la Cuesta, la Segunda parte del ingenioso caballero don Quijote de la Mancha, capolavoro di Miguel de Cervantes Saavedra (1547-1616), sfortunato come soldato (2) (rimase gravemente ferito nella battaglia di Lepanto e, una volta congedato, cadde in mano ai pirati musulmani), ma impareggiabile scrittore. Nel suo Don Chisciotte, per citarlo all’italiana, Gonzalo di Cordova ricorre in due ravvicinate occasioni.
La prima avviene nel XXXII capitolo della prima parte, quando i due personaggi che “fanno muovere l’azione”, vale a dire il barbiere ed il curato, si trovano in una locanda assieme ad un oste, anch’egli, come l’hidalgo di cui vanno alla caccia per riportarlo a casa, amante dei romanzi cavallereschi. La sua limitata biblioteca contiene, assieme a due romanzi (Don Cirongilio di Tracia e Felixmarte d’Ircania, quest’ultimo posseduto anche da Don Chisciotte), una biografia, quella di Consalvo di Cordova.
Quando i due compaesani di Don Chisciotte propongono allocandiere di replicare il rogo che hanno attuato nei confronti della ben più fornita biblioteca di Don Chisciotte, l’oste, confondendo la verità con la fantasia, preferirebbe disfarsi della biografia piuttosto che dei due romanzi.

A nulla valgono le spiegazioni del curato: «Fratello, questi due libri dicono bugie e sono zeppi di corbellerie e di farneticazioni, mentre questo del Gran Capitano è storia vera e contiene i fatti di Gonzalo Hernández de Córdoba, il quale, per le sue tante ed eroiche imprese, meritò esser chiamato da tutto il mondo Gran Capitano, nome famoso e illustre, da lui solo meritato».
Le imprese di Consalvo di Cordova erano dunque tanto diffuse da giungere addirittura nella biblioteca di quel semplice locandiere, quasi un corrispondente mancego del manzoniano sarto del villaggio, anch’egli appassionato lettore (e rilettore) di poche opere (nella fattispecie: il Leggendario dei Santi, il Guerrin meschino e i Reali di Francia).
La presenza di questo libro conferma dunque la grande fortuna che la narrazione delle vicende biografiche del Gran Capitano ebbero nella popolazione comune e non solo negli strati più elevati della società. Una ulteriore riprova della fama di Consalvo giunge da uno dei passaggi finali della novella del Curioso indiscreto, un manoscritto trovato nella sparuta biblioteca dell’oste, la cui lettura intratterrà curato e barbiere per ben tre capitoli (dal XXXIII al XXXV). La vicenda narrata in questa digressione, ambientata in Italia, si conclude tragicamente, con la protagonista femminile che, rimasta vedova dopo varie peripezie, si chiude in un convento in cui le giunge la notizia che il suo amato è morto «in una battaglia data a quel tempo dal signor di Lautrec al Gran Capitano Gonzalo Fernandez di Cordoba nel regno di Napoli, dove si era recato il troppo tardi pentito amico» (3).

Il riferimento è alla battaglia di Cerignola (28 aprile 1503): la scelta di citare Consalvo di Cordova è mirata al finedi «permette[re] a Cervantes di collocare gli ideali cavallereschi in uno spazio-tempo favorevole, all’ombra di uno dei pochi spagnoli che vi avevano creduto e che li avevano elevati a norma di vita: il Gran Capitano» (4). Infatti la citazione nel Chisciotte di quello scontro militare non può essere casuale: tra i tanti che il romanziere poteva scegliere, la preferenza cadde sul combattimentolegato più di tutti alla figura di Consalvo di Cordova, venendo così a chiudere un ideale cerchio che si era aperto con la presenza della biografia del Gran Capitano tra i libri dell’oste. Parimenti, non è senza importanza la sfacciata preferenza che “donchisciottescamente” l’oste esprime nei confronti dei romanzi cavallereschi d’invenzione rispetto alle veraci storie di due guerrieri spagnoli come lo stesso Consalvo ed il suo amico e commilitone Don Diego Garda de Paredes (1466-1534). Infatti, quando il curato magnifica la forza e il coraggio di Don Diego, che proprio sotto il comando del Gran Capitano si meritò il soprannome di “Sansone dell’Estremadura”, il locandiere non ne sembra entusiasta.
«Questo Diego Garda de Paredes – disse il curato – poi fu un insigne cavaliere, nativo della città di Trujillo, nell’Estremadura, valorosissimo soldato, di così grande vigoria fisica da fermare con un dito una ruota di mulino quando più gira vorticosamente. Collocatosi con uno spadone all’ingresso di un ponte, impedì ad un intero esercito di attraversarlo (5); e compì altre simili gesta che se invece di raccontarle lui e scriverne lui stesso con modestia di cavaliere e di uno che narra di sé, le avesse scritte un altro libero e spassionato, avrebbero fatto dimenticare quelle degli Ettori, degli Achilli e dei Rolandi» (6).
Ma l’oste, che ha ancora nella mente il minacciato rogo di libri e sembra essere costretto a operare una scelta tra i suoi tomi più cari, non ha dubbi su quali salvaree ribatte dimostrando tutta la propria ingenuità (ma sarebbe meglio dire ignoranza): «Evi meravigliate perché fermò una macina da mulino con un dito? Leggete, per Bacco, ciò che ho letto io medesimo di Felixmarte d’Ircania, che con un solo manrovescio tagliò alla cintola cinque giganti, come se fossero stati di ricotta!» e via di questo passo, ricordando come sbaragliò – da solo, ovviamente – un esercito di oltre un milione e mezzo di nemici… A nulla valgono le proteste del curato: secondo l’oste (vale a dire la cultura popolare) le avventure di Felixmarte d’Ircania sono vere perché sono state scrittein un libro (oggi egli direbbe che sono vere perché “lo ha detto la televisione” o “lo ho letto in internet”).

E alla coppia umana e reale Consalvo-Diego oppone quella fantasiosa e letteraria Felixmarte-Cirongilio, concludendo: «E vogliamo dimenticare il buon don Cirongilio di Tracia? Fu così animoso e valente che navigando, come si legge nel libro della sua storia, per un fiume, appena vide un drago di fuocouscire dall’acqua, gli saltò subito in groppa e gli strinse la gola a mani nude; il drago, sentendosi strozzare, non trovò altro scampo che inabissarsi verso il fondo del fondo del fiume, trascinando con sé il cavaliere, che non per questo si volle staccare da lui: quando poi giunserosul fondo, egli si trovò in un palazzo e in un giardino così belli che erano una meraviglia; qui, il drago si trasformò in un vecchio decrepito, che gli narrò tali e tante cose, che non se ne potrebbero sentire di più». Quindi, decisamente, conclude: «Insomma, vossignoria non dica altro:perché, se leggesse queste imprese,ne morirebbe di piacere; e venga un canchero al gran Capitano e al signor don Diego Garzia» (7).
Non stupiamoci della mentalità dell’oste: del resto, già un secolo fa Oswald Spengler ammoniva che «Quod non est in libris non est in mundo» e la nostra stessa cultura, essenzialmente scritta, anche se ha trasportato (o ha cercato di farlo) il proprio sapere dalla carta stampata allo schermo di computer, tablet e quant’altro, continua a dare un credito maggiore a ciò che si trova scritto, pur conservando un minimo di gerarchia che mantiene il “genere libro” al di sopra delle pagine di un rotocalco, dei fogli di un giornale o delle dissertazioni su un “blog”. Anche se, a dire il vero, ha spesso stravolto il significato dell’aforisma spengleriano e da «ciò che non è trascritto non esiste» si è giunti ad affermare «ciò che viene stampato è vero» (anche se si tratti di menzogne successivamente smentite: la calunnia, come sosteneva Rossini, «è un venticello» (8) che è facile suscitare, ma quasi impossibile fermare), allineandosi sulla credulità dell’oste cervantiano.

Noi invece torniamo alla verità storica, ricordando che la famosa battaglia di Cerignola divenne tanto emblematica in quanto fu vinta dallo Spagnolo nonostante la sproporzione di forze a vantaggio dei Francesi (8.000 uomini contro ben 32.000 e 20 cannoni contro 40). Non a caso, il cronista Francisco Alonso de Miranda conclude il suo scritto sul Gran Capitano affermando:«La città macedone diede il primo Magno, che fu Alessandro. La nobile Roma diede il secondo, che fu Pompeo. La magnifica Francia diede il terzo, che fu l’imperatore Carlo, noto come Magno. La dotta Cordova, città di Spagna, diede il quarto Magno, che fu il Gran Capitano Consalvo Ferrando. Se tuttavia si raffrontano le armi moderne con le antiche, e le armi moderne con le antiche, e i nemici di oggi con quelli del passato, se ne conclude che il quarto Magno è il primo, al punto da oscurare Alessandro, Carlo e Pompeo» (9).

Note

(1) Sulle mentalità spagnola di inizio secolo XVII, l’autore di una (pretenziosa) biografia del Gran Capitano scrive: «Agli inizi del Seicento, il mondo spagnolo era affetto da un invisibile attaccamento alle tradizioni. Ostili a ogni idea che giungesse dall’esterno, scontrosi e meditabondi, gli Spagnoli trasformarono la loro diffidenza in ardente slancio contro lo svilupparsi della modernità». JOSÉ ENRIQUE RUIZ DOMÈNEC, Il Gran Capitano.Ritratto di un’epoca, Einaudi, Torino 2008, p. 503. Ci si deve intendere sul concetto di modernità.
(2) Va notato come tutti e tre i massimi esponenti della letteratura del Siglo de Oro militarono come soldati: Lope de Vega si arruolò nella Invencible Armada e successivamente entrò nel Sovrano Militare Ordine di Malta; mentre Pedro Calderon de la Barca, prima di vestire l’abito religioso (sarebbe divenuto cappellano d’onore di re Carlo II), fu Cavaliere dell’Ordine di Santiago e prese parte alla guerra dei Trent’Anni, diventando comandante di squadra.
(3) MIGUEL DE CERVANTES, Don Chisciotte, I, 35.
(4) JOSÉ ENRIQUE RUIZ DOMÈNEC, Il Gran Capitano.Ritratto di un’epoca, Einaudi, Torino 2008, p. 504.
(5) È vera la sostanza di questo episodio della bravura di don García: alla battaglia sul Garigliano egli respinse i Francesi combattendo sopra un ponte di barche da essi gettato sul fiume.
(6) MIGUEL DE CERVANTES, Don Chisciotte, I, 32.
(7) Ibid.
(8) In realtà il celeberrimo verso si deve al librettista Cesare Sterbini, che nel 1816 riprese i concetti espressi nel 1782 da Giuseppe Petrosellini per la musica di Giovanni Paisiello, a sua volta tratti dalla commedia di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais Le Barbier de Séville ou la Précaution inutile(1775).
(9) JOSÉ ENRIQUE RUIZ DOMÈNEC, Il Gran Capitano, cit., p. 504, che cita FRANCISCO ALONSO DE MIRANDA, Los Grandes hechos del Gran Capitán Gonzalo Fernández en la conquista de Nápoles. Por el rey Fernando el Quinto, Bartolomé Gómez, Sevilla 1615.

 

 

 

 

Autore: Gianandrea de Antonellis

 

Gianandrea de Antonellis, saggista, docente di letteratura italiana, si occupa in particolare del pensiero politico del periodo ispanico e risorgimentale, degli aspetti religiosi nella letteratura moderna e contemporanea, di storia del teatro.

 

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