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Il lavoro coatto nel campo di Auschwitz

Il campo di Auschwitz non era inizialmente in grado di impiegare un gran numero di prigionieri. Posti al centro di una buona rete viaria, i fabbricati dell’ex caserma di Auschwitz-Zasole furono usati come campo transitorio in cui i prigionieri avrebbero trascorso un periodo di quarantena prima di essere deportati in territorio tedesco. Gli edifici erano ventidue, sprovvisti di fognature e servizi igienici e potevano contenere 10.000 prigionieri. Furono ampliati in modo da accoglierne 30.000 e poi furono affiancati con la costruzione a Birkenau di un nuovo lager con la capacità di 100.000 prigionieri, in seguito aumentata a 200.000. Per effetto di queste disposizioni, in meno di cinque anni, Auschwitz si trasformò in un enorme complesso concentrazionario di decine di campi, comprendente oltre al campo base (Aushwitz I), quelli di Birkenau-Auschwitz II e di Montowitz-Auschwitz III.

Le condizioni di vita e le possibilità di sopravvivenza dei prigionieri ad Auschwitz – come in generale in tutti i lager nazisti – dipendevano in gran parte dal tipo di mansioni affidate loro.

Sin da subito i lavori di ampliamento e manutenzione coinvolsero gli stessi prigionieri. Essi eressero la recinzione, le torrette di controllo, le baracche. I prigionieri lavoravano da mattina a sera, col caldo asfissiante e l’inverno nevoso, incalzati dal kapo Krankermann che uccideva sul posto quelli che non resistevano ai ritmi di lavoro.

Le spoglie degli sfortunati che spiravano per stanchezza e denutrizione venivano portate ai forni crematori, i feriti venivano finiti. I materiali edili necessari furono ottenuti abbattendo la maggior parete delle case dei villaggi di Auschwitz , Birkenau, Babice, Harmeze, Plawy, Rajsko, Budy e Broszkowice.

Ai detenuti era affidata anche la manutenzione delle installazioni di sterminio, essi estraevano i cadaveri delle camere a gas e li bruciavano nei crematori o sui roghi, si occupavano poi delle operazioni di trasporto, deposito e cernita dei beni confiscati alle vittime. Lavoravano nelle cucine, nei vari laboratori, nei magazzini, all’accumulo di derrate, nei campi agricoli, negli allevamenti etc. La gente cedeva sotto il peso opprimente del lavoro o veniva finita dagli SS-mann. Chi, terrorizzato, provava a scappare, veniva falcidiato dalle sentinelle dei posti di guardia.

Dal 1941 alla manodopera del campo di Auschwitz iniziarono ad interessarsi anche alcune industrie tedesche, tra cui la Deutsche Ausrustungswerke ed il consorzio chimico IG Farbenindustrie. La prima si servì dei prigionieri nella falegnameria e nell’officina ferraia impiantate nello stesso campo, mentre la IG Farbenindustrie noleggiava alcuni lavoratori per la costruzione del complesso industriale chimico che avrebbe dovuto fornire il caucciù e la benzina sintetica di cui aveva bisogno il Reich. Col tempo queste relazioni tra industrie e campo furono perfezionate con diverse direttive, furono pure costruite succursali o sottocampi all’interno o nei pressi degli stessi stabilimenti industriali.

Nel 1942, per esempio, sorsero quattro sottocampi di quello di Auschwitz a Goleszow, Jawiszowice, Monowice e Chlmek, nel 1943 ne sorsero altri cinque e ben 14 nel 1944. In tutto, nell’Alta Slesia, tra il 1942 ed il 1944, furono aperte ventisei filiali del campo presso fonderie, miniere e stabilimenti industriali. Numerose altre sorsero fuori dalla Slesia, parliamo di più di quaranta sottocampi fino al 1945.

Qui i prigionieri venivano sorvegliati non solo dalle SS ma anche dai soldati, per esempio i prigionieri al lavoro negli stabilimenti della Eintrachthutte di Swietochlowice per la produzione di cannoni antiaerei erano sorvegliati da soldati dell’aviazione e le detenute della fonderia Donnersmarck erano sorvegliate dai soldati della Wehrmacht. Anche qui le condizioni di lavoro non mutavano, anzi in taluni casi erano peggiori e l’orario praticamente illimitato, e i cadaveri di chi cadeva stremato dal lavoro tornavano al campo di Auschwitz o venivano seppelliti nei cimiteri locali. Spesso i medici delle SS individuavano gli internati stremati per spedirli direttamente nelle camere a gas.

Dal lavoro dei prigionieri traevano lauti profitti le SS, il capitale privato e lo stato. Per le SS fonte di guadagno era l’utilizzo dei prigionieri nelle proprie ditte. Il basso costo della manodopera coatta favorì pure le ditte private e statali che pure noleggiavano i prigionieri ad un prezzo più alto di quello delle SS. Sebbene il rendimento dei prigionieri era davvero basso – lo si valutava intorno al 40-60% della forza lavoro libera – la bassa produttività era compensata dal prolungato orario di lavoro, dai risparmi sul vestiario degli operai e sulle misure di sicurezza, oltre che dal ribadito basso costo. Le entrate statali ammontarono intorno ai 15-20 milioni di marchi per il 1943 ed ai 30-40 milioni per il 1944.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo e foto: Angelo D’Ambra

Bibliografia: AA.VV., Auschwitz, il campo nazista della morte, (a cura del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau)

 

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