La difesa della frontiera nord-est del Regno di Napoli

La difesa del Regno di Napoli è sempre stata molto complessa. Totalmente vulnerabile dal mare, abbiamo descritto come si cercò di difenderlo con un sistema di torri costiere .

Problematica era anche la difesa della frontiera nord-est, quella abruzzese. Si tratta di un territorio impervio, roccioso, dominato dal Gran Sasso. Per fermare un esercito invasore bisognava sbarrare due punti di passaggio obbligatorio:
– l’area delle gole di Antrodoco, attraverso cui si poteva accedere a L’Aquila,
– l’area del Tronto, attraverso cui si poteva accedere a Pescara.

Con Carlo V si realizzarono importanti opere fortificate ma gli sforzi non furono mai completati, neppure sotto i Borbone. Parliamo delle fortezze de L’Aquila e di Civitella del Tronto.

Nella “Relazione sui castelli del Viceregno elaborata da Ferdinando Loffredo Marchese di Trevico” si leggono preziose descrizioni dei principali castelli del Regno di Napoli nel 1566.

Ferdinando Loffredo, Marchese di Trevico, nacque a Napoli nel 1501 e dal 1542 al 1557 fu governatore della Terra di Bari e della Terra d’Otranto, e membro del Sacro Regio Consiglio. Egli conosceva bene il nord del Regno di Napoli perché, nel corso della guerra con Paolo IV (1556-57), aveva combattuto proprio in Abruzzo con Antonio Carafa, contribuendo in maniera decisiva alla vittoria dell’esercito del duca d’Alba. Nel 1566 divenne sovrintendente alle fortificazioni del regno e la sua relazione, inizialmente destinata al vicerè, fu apprezzata e trasmessa a Madrid. Per queste ragioni la relazione è molto importante. In essa, il marchese, a proposito del castello della città di Aquila, annota che si tratta di un lembo di terra difficile da difendere, spesso favorevole ai francesi; in caso di invasione, il castello poteva prestare soccorso a San Germano (oggi Cassino) e Civitella del Tronto, ma ci sarebbe stato sempre bisogno di un presidio militare numeroso che invece mancava.
In effetti quando le truppe di Odet de Foix, marchese di Lautrec, marciarono nella penisola italiana, conquistarono senza problemi L’Aquila. Quando fu ripristinato l’ordine imperiale, la popolazione insorse, forse per soprusi o forse perchè foraggiata da famiglie aristocratiche filofrancesi. In ogni modo il 27 gennaio del 1529 l’esercito spagnolo guidato da Giulio di Capua, represse la rivolta. I fatti del 1528-29 furono così gravi che il vicerè Don Pedro de Toledo, marchese di Villafranca, si rese conto che sarebbe stato fondamentale costruire una fortezza a L’Aquila sia per difendere i confini e sia per controllare meglio quei territori così lontani da Napoli. Il progetto fu pagato interamente dalla città come punizione per la rivolta e fu affidato all’architetto valenciano Pedro Luis Escriva. I lavori iniziarono nel 1533 e si protrassero a lungo senza trovare mai fine.

Escriva a L’Aquila sperimentò le forme più evolute dell’architettura militare dando alla fortezza una pianta quadrata con, agli angoli, quattro bastioni a forma di lancia (pentagonale), orientati secondo i 4 punti cardinali, e collegati da doppi lobi al tratto di cinta muraria che li unisce alle torri. Furono costruite mura spesse fino a 10 metri e fu scavato anche un fossato profondo 14 metri che però non veniva allagato, ma coperto da tavole in legno, che parzialmente si ritraevano, cosicché i nemici precipitavano senza scampo. Molta attenzione fu data anche all’artiglieria con cannoni di media potenza ai livelli inferiori e cannoni a lunga gittata ai piani superiori. Tutti i cannoni furono costruiti con la fusione delle campane della città, ancora una volta punita. Ogni bastione conteneva le casematte, con uomini ed artiglieria, e dalle casematte si accedeva alle contromine ovvero dei camminamenti sotterranei, provvisti di feritoie di ascolto, che impedivano ai nemici di posizionare cariche esplosive. Il castello fu sempre ritenuto inespugnabile, anche perchè le fondamenta inglobavano l’acquedotto e ciò permetteva il continuo rifornimento di acqua, ma non fu mai attaccato nel corso della sua storia.

Quando il marchese di Trevico scrive a Filippo II era il 1566, ed il castello, a suo parere, aveva bisogno di altri lavori di potenziamento: “[…]y como a cosa tan conocida y de tanta ymportancia el enperador, que sea en gloria, mandò que se hiciese un castillo en ella, el qual hiciero que sea en gloria, mandò que se hiciese un castillo en ella, el qual hicieron pequeno y de muralla alta y poco gruesa y los espontones mui pequenos y debiles de spaldas y el peor de todos que lo pusieron acerca de unos valles de arte que la misma ora que le llegassen enemigos, sobrel puesen acanparse a beinte passos lejos del foso del castillo y en mui breve tiempo entrar en el fosso sin que el castillo se lo pueda evitar por el que a parecido cosa mui necesaria que su Majestad mande que se haga luego un castillo como se conbiene y que sea de mucha mayor placa tanto berso la tierra quanto a la parte de los valles, asì porque pueda mas sojuzgar la tierra como porque descrubra todos los valles, que enemigos no puedan estar en ellos y que del castillo biejo se quieten los espontones, si fueren menester quitarlo y lo demas quede por aposentos y por casa de municion […]”.
Questi consigli non furono però ascoltati ed i lavori si sospesero nel 1567 col castello che non fu mai terminato. Filippo II invece seguì le osservazioni del marchese di Trevico per quanto riguardava il castello di Civitella del Tronto. Il marchese scriveva: “[…]El castillo y tierra de Cebitela por estar en los confines del reyno y sobre el paso donde mas comodo se puede entrar en el reyno con un exercito formado y artelleria y por aver con las obras mostrado lo que puede hacer, su Majestad debe mandar que se acave el castillo y que se hagan las camisas a los bestiones de la tierra […]”.

Nel 1528 la fortezza di Civitella aveva una sola torre, le altre quattro furono riparate successivamente, resistette poco ad Odett de Fox, ma andò decisamente meglio nel 1557. Le truppe francesi, comandate dal duca di Guisa, sottoposero la fortezza ad un assedio di quasi un mese. L’assedio fallì grazie alle opere di ristrutturazione che l’avevano resa tra le opere di ingegneria militare più imponenti con oltre 500 metri di lunghezza e 25000 metri quadrati di superficie complessiva. Quando le truppe franco-pontificie, forti di diecimila uomini varcarono il Tronto, poterono occupare Campli, Teramo e Giulianova, non Civitella. Per tre settimane il duca di Guisa tenne sotto assedio la fortezza, ma i cittadini resistettero eroicamente sotto il comando del Conte di Santa Fiora e di Carlo Loffredo. All’epoca il castello era cinto su tre lati da una muraglia con 5 torri; sul lato orientale c’erano un torrione ed un bastione a protezione dell’ingresso. Il 16 maggio 1557 le truppe del maresciallo di Francia Duca di Guisa si ritirarono e Filippo II premiò la città con 40 anni di esenzione del pagamento delle tasse, il titolo di “Civitas Fidelissima” e la costruzione di un vero e proprio forte al posto della vecchia rocca aragonese, probabile sorta su una di età medievale. Da quel giorno i civitellesi festeggiano ogni 16 maggio il loro protettore Sant’Ubaldo. Si costruì una fortezza completa. Il versante orientale, più esposto agli attacchi rispetto ai versanti nord ed ovest a strapiombo, venne dotato di maggiori difese, come del resto il lato meridionale, con la realizzazione di una falsa braga a raddoppio della cinta difensiva principale. I lavori iniziarono nel 1564 ed il risultato è una struttura imponente e compatta.

Scrive Luigi Bianchini che la fortezza fu demolita dagli austriaci nel 1815 e l’opera di ristrutturazione riprese nell’anno rivoluzionario 1820. In particolare nell’epoca borbonica si segnalano la modifica del bastione di Sant’Andrea e la sistemazione del fossato intorno al bastione di San Pietro. La fortezza di Civitella del Tronto vedeva le principali artiglierie concentrate sul versante est, più facilmente attaccabile. Un’ampia zona del castello era invece destinata a caserma. Ancora oggi vi sono cinque serbatoi d’acqua per resistere agli assedi. Nel punto più alto della fortezza si trova il palazzo del governatore, a due piani e un seminterrato. La fortezza resterà invariata sino all’intervento dei Borbone tra il 1734 ed il 1770, mentre opere di ampliamento delle mura si chiusero nel 1801.

Come, il castello de L’Aquila, neppure quello di Civitella del Tronto fu sottoposto ad assedi in età moderna. Solo in età contemporanea ciò è accaduto e, quando la guarnigione era realmente intenzionata a resistere (nel 1806 e nel 1860-61), Civitella non fu espugnata, ma dovette arrendersi perchè era completamente isolata in un regno già caduto.
La difesa della frontiera nord-est del Regno di Napoli non fu mai messa alla prova con gli Asburgo, ma i secoli successivi evidenziarono i gravi errori dei Borbone che tennero sguarnita la frontiera e isolate le fortezze, senza costruire altre fortificazioni.
Nonostante ciò i castelli dell’Aquila e di Civitella del Tronto sono tra i più importanti esempi di architettura militare nel Sud Italia.

 

 

 

Autore articolo e foto: Angelo D’Ambra

In copertina è ritratto uno dei lati del possente quadrilatero bastionato che caratterizza il Castello de L’Aquila. Si evidenzia il doppio orecchione utile al miglioramento delle capacità di fiancheggiamento dei bastioni.

Bibliografia:
Giuseppe Coniglio, “Il viceregno di Napoli e la lotta tra Spagnoli e Turchi nel Mediterraneo”, Napoli 1987
Pietro Nores, “Storia della guerra di Paolo IV, sommo pontefice contro gli spagnuoli”, Firenze 1847
Ireneo Bellotta, “I castelli d’Abruzzo”, Roma 2006

 

 

 

Versión en castellano en el blog Bellumartis – Historia Militar – La difesa della frontiera nord-est del Regno di Napoli

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