La Castiglia tra almoravidi ed almohadi

Leggenda vuole che, implorato da suo figlio Rashid di non invocare l’aiuto degli al-Murābiṭūn contro i castigliani, Al-Mu’tamid ibn Abbad abbia risposto: “preferisco essere un cammelliere in Africa che un porcaro in Castiglia”. Col senno di poi possiamo dire che l’Abbadide avrebbe fatto meglio a dare ascolto alla sua progenie, sarebbe morto ad ‘Išbiliyah, la sua Siviglia, nel suo letto e da re, non in Marocco, su una stuoia e da straniero. Infine avrebbe risparmiato ai suoi correligionari cinquant’anni di brutale schiavitù.

Ma la realtà di al-Andalus nel 477 dall’Hijra era quella di una gravissima crisi politica. In quell’anno la conquista di Toledo ad opera dell’esercito castigliano di Alfonso VI scatenò il panico tra gli amīr che governavano le ṭā’ifa andaluse. Il re castigliano per celebrare la sua egemonia militare, sulla penisola iberica, appena acquisita, oltre ad assumere i titoli di “Rex et imperator totius Hispanie” nei confronti dei correligionari e “al -Imbratur dhu-l-millatayn”, usato coi musulmani, ordinò la coniazione di moneta d’argento approfittando del fatto che a Toledo esisteva una zecca con una già lunga tradizione.

La prima emissione fu un “dirham” caratterizzato da legende cufiche con al diritto la shahada circondata dall’indicazione del luogo di coniazione, “Nel nome di Dio questo dirhem è stato coniato nella città di Toledo”, ed al rovescio una nuova indicazione del luogo di coniazione, “Questo dirhem fu coniato a Toledo”, circondato dalla data di emissione secondo l’Egira. Questa prima emissione fu di breve durata ed ad essa seguirono “Denari” di tipo “Carolingio” che presentavano al diritto la croce circondata dalla scritta “ANFVS REX”.

Per cercare di resistere alla pressione militare dal nord i reucci del sud, capeggiati da Al-Mu’tamid, invocarono l’intervento di Abu Bakr ibn Úmar, un berbero che coi suoi al-Murābiṭūn si era reso padrone di tutto il Maghreb. Abu Bakr, forse a causa dell’età ormai avanzata, si dimostrò insensibile al grido di dolore che da tante parti di al-Andalus si levava verso di lui, l’appello dei reucci ispanici fu invece accolto da suo cugino Yúsuf ibn Tašufín che, con un atto di aperta ribellione, si portò in Spagna e, dopo aver riunito gli eserciti dei vari amīr, inflisse un umiliante sconfitta ad Alfonso VI a Sagrajas. L’improvvisa morte del figlio, e la necessità di prepararsi alla successione del cugino, costrinsero poi Yúsuf a ritornare in Maghreb e alla fine, nonostante la distruzione dell’esercito, la Castiglia non patì perdite territoriali, riuscendo a conservare Toledo.

Solo nel 1090, ma questa volta come amīr supremo degli al-Murābiṭūn, Yúsuf poté tornare in Spagna, riprese la guerra contro la Castiglia e si dedicò attivamente alla conquista delle varie ta’ifa andaluse che vennero unite al suo Impero.

La conquista della Spagna islamica da parte degli al-Murābiṭūn ebbe anche delle conseguenze monetarie per la Castiglia. L’aver conservato Toledo portò ad una sorta di divisione del regno in una Castiglia Transduerana, caratterizzata dalla prevalenza nella circolazione di Denari in biglione, e una Castiglia Cisduerana, dove si usavano principalmente monete andaluse. Inoltre in pochi anni il termine “al-Murābiṭūn”, che i castigliani storpiarono prima in “Morabotini” e poi in “Maravedi” divenne sinonimo di Dīnār. Infatti in un contratto di compravendita redatto a Toledo nel 1112 si può leggere che un fondo rustico si vendeva per 10  maravedi di  “oro  Almoravide vecchio”.

Il dominio degli al-Murābiṭūn su al-Andalus era comunque asfissiante.  Le “assurde” regole imposte dai nuovi padroni, divieto di bere vino obbligo per le donne di girare velate… erano vissute male dalla popolazione generando un diffuso malcontento che a partire dal 1120 sfociò in una serie di rivolte sanguinosamente represse dalle guarnigioni almoravidi.

La svolta, per la Spagna islamica, arrivò nel 1139.  In quell’anno l’esercito almoravide, guidato dal governatore Muhammad Az-Zubayr Ibn Umar, verrà sconfitto da quello di Afonso Henriques, Conde de Portucale. La sconfitta minò gravemente il prestigio del sultano di Marrakech favorendo il diffondersi di un ulteriore ribellione che non ebbe carattere solo locale e potè contare sulla guida di Abūʾl-Qāsim Aḥmad ibn al-Ḥusayn ibn Qasī, un sufi proveniente da un importante famiglia andalusa di origine romano-visigota. La necessità di far fronte alla pressione militare degli almohadi nel Maghreb impedì ai sultani almoravidi di far intervenire il proprio esercito in Europa provocando così la secessione di al-Andalus che, come accaduto 120 anni prima, finì per frammentarsi in una galassia di ṭā’ifa. Questo ebbe, indirettamente, conseguenze anche per la Castiglia.

Gli amīr delle ṭā’ifa di seconda generazione coniarono monete identiche a quelle almoravidi, l’unica differenza fu la sostituzione del nome del sultano di Marrakech con quello del reuccio locale, e ripresero i pagamenti di Parias verso i regni cristiani del nord, tanto che ad inizio della seconda metà del XII la circolazione monetaria nella Castiglia Transduerana era dominata dal maravedi d’oro Andaluso.

Contemporaneamente nel Maghreb la situazione politica fu segnata da estrema confusione, con gli almoravidi che, sebbene in difficoltà, conservavano ancora Marrakech, capitale del loro impero. Mantennero pure alcune guarnigioni fedeli in Andalusia e, per evitare che la penisola iberica potesse trasformarsi in una sorta di “ridotto” per Ishaq ibn Ali, nell’anno 1146 il califfo almohade ‘Abd al-mū’min ben ‘alī al-kūmī vi portò il suo esercito. Si verificò che le ṭā’ifa di seconda generazione non furono in grado di esprimere una vera capacità militare, finendo per essere tutte, nel giro di circa cinque anni, unite all’Impero Almohade. Solo la ṭā’ifa di Murcia, sotto l’eroica guida di Abū ʿAbd Allāh Muḥammad ibn Mardanīš, il Rey Lobo dei castigliani, riuscì a resistere fino al 1172. La caduta di Murcia ebbe delle ricadute sul sistema monetario della Castiglia.

Venuto meno il flusso di oro derivante dai pagamenti delle Parias da parte delle ṭā’ifa il re castigliano Alfuns ibn Sanya, ovvero Alfonso VIII, fu costretto ad ordinare la coniazione di morabettini d’oro alla propria Zecca di Toledo. Identiche per peso e titolo ai morabettini coniati dai reucci delle ṭā’ifa, i nummi si distinguevano solo, oltre che per il nome del sovrano, dal fatto che questi si definiva “Amīr al-qatuliqin”.

Con la coniazione di un Maravedi d’oro cristiano si rese necessario superare la divisione tra Castiglia Transduerana e Castiglia Cisduerana e si stabilì una tariffa certa per cui le monete del re dovevano essere spese al di fuori della loro zona economica di riferimento.

Concretamente venne istituzionalizzato il cambio maravedi/denaro in uso a Toledo e in un documento del 1164 si può leggere “sesenta dineros de a cinco sueldos el mizcal”. Questo però comportò la nascita di altri 2 maravedi “virtuali”, uno definito come importo di 60 Denari Burgalensi, l’altro come quantità di argento corrispondente al fino dei 60 Denari summenzionati.

Di seguito riportiamo uno schema di come si teneva la Contabilità nel Regno di Castiglia dal X secolo fino ad inizio XIII:

 

Regno di Castiglia ( dal X secolo fino all’anno 1085 )

uso di Denari in Biglione Franchi

 

1 Lira = 20 Soldi

1 Soldo = 12 Denari

 

Regno di Castiglia ( dall’anno 1085 fino al 1117 )

Regione ” Transduerana ” come sopra

Regione ” Cisduerana ”

 

1 Maravedi = 4 Sueldos

1 Sueldos = 12 Dineros

 

Regno di Castiglia ( dall’anno 1118 fino al 1171 )

Regione ” Transduerana ” come sopra

Regione ” Cisduerana ”

 

1 Maravedi = 5 Sueldos

1 Sueldos = 12 Dineros

 

Regno di Castiglia ( dall’anno 1172 fino al 1217 )

 

1 Maravedi = 5 Sueldos

1 Sueldos = 12 Dineros

1 Dineros = 2 Mejas

 

 

Nota Metrologica

 

Nel Regno di Castiglia per tutto il Basso Medioevo e l’Età Moderna il Piede Monetario era il Marco di Castilla, definito come 1/2 di Libbra e diviso in 8 Onzas da 576 Granos, 230,05 g moderni.

Il peso delle monete si esprimeva in “Talla al Marco”, ovvero numero di pezzi che si dovevano ricavare da un Marco di pasta metallica. Il fino, “Ley”, delle monete si esprimeva sempre utilizzando il Marco di Castilla, ma con differenze tra Oro ed Argento.Per il metallo giallo il Marco era diviso in 24 Quilates da 4 Granos, mentre per l’Argento in 12 Dineros da 24 Granos. Questo schema ufficialmente è stato adottato durante il regno di Alfonso X ma è possibile che, informalmente, fosse in uso da prima. Ciò perché, ad esempio, i Denari di tipo “Carolingio” coniati durante il regno di Alfonso VI sono in “Vellon” al 30%, dato che potrebbe corrispondere ad una “ley” di 3 “dineros y 12 granos”, mentre il peso medio degli esemplari superstiti, 0,93 g, è compatibile con una “talla” di 240 pezzi per Marco. Il Maravedi d’oro Alfosiano del 1172 invece pesava circa 3,898 g, praticamente 1/59 di Marco, al fino di 985/1000, ” ley ” di 23 quilates e 3 granos. I Dineros sempre di Alfonso VIII invece pesavano circa 0,87 g, 1/264 pezzi di Marco a titolo 500/1000, ” ley ” di 6 ” dineros “.

 

 

 

 

Autore articolo: Enrico Pizzo, classe ’74, residente sui Colli Euganei. Appassionato di storia veneta e storia dei sistemi monetari preunitari.
Fonte foto: dalla rete
Bibliografia: Aloïss Heiss, Descripcion General de las monedas Hispano-Cristianas; Angelo Martini, Manuale di Metrologia; José María de Francisco Olmos, El Nacimiento de la moneda en Castilla. De la moneda prestada a la moneda propia; Rafael Fronchoso Sanchez, Alfonso VI y la primeras acuñaciones castellana

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