L’assedio di Genova del 1800

Uno degli episodi più importanti della Seconda Campagna d’Italia fu l’assedio di Genova.

Occupare la città era di fondamentale importanza per sottrarla agli austriaci ed agli inglesi che, se l’avessero presa, non solo si sarebbero appropriati del formidabile materiale bellico dell’arsenale, ma ne avrebbero fatto un’ottima base terrestre e marittima contro i napoleonici. Fu così che Massena, al comando dell’Armata d’Italia in sostituzione di Championnet, si presentò in città il 10 febbraio del 1800 salutato dalle salve delle batterie del Molo Vecchio. Suo capo di stato maggiore era Oudinot, suoi luogotenenti erano Soul, Suchet e Marbot. Ai reparti francesi si aggiungevano due legioni polacche, sei cisalpine, quattro mezze brigate piemontesi, un battaglione toscano, quattro battaglioni liguri, per un totale di 28.000 uomini. Tra gli italiani con Massena c’erano anche i due poeti Giovanni Fantoni ed Ugo Foscolo.

Ai francesi si opponeva l’armata austriaca del barone Melas di circa 100.000 uomini, mentre nel mare ligure la squadra inglese di Lord Keith, rinforzata dalle navi napoletane, continuava ad impedire l’arrivo di derrate dalla Provenza.

Per tali ragioni, tutte le attenzioni di Bonaparte erano rivolte a questa piazza. Nel maggio di quell’anno, infatti, il Console scrisse una lettera al generale Massena nel quale diceva: “Sono a Losanna da due giorni, cittadino generale, l’armata è in grande movimento, l’aiutante di campo che mi avete spedito, vi farà conoscere oralmente lo stato delle cose qui. Voi siete in una situazione difficile, ma ciò che mi rassicura è che voi siete sempre in Genova. È nel caso nel quale voi vi trovate, che un uomo, come voi, ne vale ventimila”.

Il primo trimestre dell’anno 1800 trascorse tranquillo senza conflitti significativi, dai primi di marzo invece le cose cambiano. I francesi dovettero reprimere moti insurrezionali in Val Bisagno e Val Polcevera. Ai primi di aprile l’ala destra dell’Armata d’Italia era posizionata dalla marina di Recco sin sopra Savona, mentre Melas passò a sferrare violenti attacchi col generale Ott nell’alta valle della Trebbia, Hohenzollern nella pianura di Novi e le sue divisioni al centro per tagliare i francesi da Nizza. Così cominciò l’assedio di Genova, durato sessanta giorni, mentre presso Digione si andava radunando l’armata di riserva che avrebbe marciato sino a Marengo.

Fu un assedio durissimo per la mancanza di cibo. Napoleone da Parigi, a tal proposito, redarguì Massena scrivendo: “Io sono scontento dei vostri rapporti, i vostri lagni sono inutili, voi mi chiedete truppe, materiali, denari che io non posso darvi, agite come meglio potete, giacché non per niente vi chiamate Massena. Se i soldati soffrono, esaltatene lo spirito in tutti i modi e ricordatevi in quali condizioni era l’armata d’Italia, quando io ne presi il comando nella primavera del 1796”.

Gli austriaci avanzarono schiacciando il nemico mentre la popolazione di Genova era afflitta da atroci sofferenze, derivanti dallo scarso cibo e dai numerosi ed intensi i bombardamenti della squadra britannica. Il Massena così commentò quella situazione: “La squadra inglese imbozzata davanti al porto, 60.000 Austriaci sugli Appennini, 10.000 insorti locali ci attaccano, un popolo in fermento, noi sfideremo tutto ciò, un uomo libero vale dieci schiavi”. Si pose sempre in prima linea, sfidando la morte, per animare le sue truppe demoralizzate, ma era tutto difficile: con poche munizioni, senza pane, senza viveri ed i combattimenti che infuriavano, si registrò anche qualche caso di cannibalismo tra i soldati.

Massena fu invitato per due volte alla resa. Alla fine di aprile Melas tentò di occupare le posizioni ad oriente della città per piazzarvi le grosse artiglierie austriache, ma le posizioni di Quezzi e dei Due Fratelli, in un primo tempo perdute, furono riprese dai francesi. I bombardamenti si intensificarono a maggio su Albaro e Sampierdarena, ma la flotta anglo-napoletana fu tenacemente ostacolata dalle scorrerie del corsaro Giuseppe Bavastro.

L’11 maggio Massena sferrò una offensiva inaspettata per le valli del Bisagno e dello Sturla, sorprendendo l’avversario, respingendolo e catturando molti prigionieri. Sembrava la vittoria e come tale venne festeggiata in città eppure il giorno, in una nuova operazione contro gli insorti che portò al ferimento del generale Soult, le truppe si disorientarono e i francesi dovettero retrocedere.

Si organizzarono cucine all’aperto che fornivano zuppe a chi era ormai privo di tutto e dormiva per strada. Si scatenò la caccia a gatti e cani, si cucinarono topi e pipistrelli. Negli ospedali, gli ammalati aumentavano a vista d’occhio e sempre più ne morivano per mancanza di cure. Il 31 maggio Massena riunì il proprio stato maggiore per predisporre uno sfondamento delle linee nemiche portandosi fino in Toscana e poi raggiungere l’armata di riserva. Trovò numerose opposizioni e dovette desistere ma riuscì ad evitare la scelta della capitolazione. Il 1° giugno però si decise ad aprire le trattative che portarono, dopo tre giorni, alla firma della resa.

I francesi poterono cedere onorevolmente, con il permesso di lasciare la città; l’assedio aveva però trattenuto i nemici abbastanza a lungo per dare a Bonaparte l’opportunità di trionfare nella Battaglia di Marengo.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

In copertina, Massena a Napoli. Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: N. Giacchi, Genova durante l’assedio del 1800

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