Il bersagliere Luciano Manara nacque a Milano il 25 marzo del 1825 e fu tra le figure più note del Risorgimento. Cadde durante la difesa della Repubblica Romana. Quello che segue è un suo breve profilo biografico tratto dall’Almanacco di Giano del 1850.

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Giovane, ricco, avvenente, educato ai piacevoli studi a cui la condizione e la nascita lo chiamavano, marito e padre da poco, amato e rispettato dalla miglior società e dal bel mondo, Luciano Manara sentì nascersi in cuore la noia dei piaceri e delle abitudini de’ suoi coetanei, o meglio il desiderio di più alte e nobili occupazioni. Sentì risvegliarsi nell’anima la coscienza e il presentimento de’ tempi che si venivano maturando.

Si abbatté un giorno a Milano in Carlo Cattaneo, e si volsero qualche domanda reciproca sullo stato d’Italia.

«Ebbene, disse il Manara. Bisogna prepararsi. Andiamo da un libraio: indicatemi qualche opera che mi possa istruire un po’ nella tattica militare».

L’amico lo guardò con certa aria tra il sorpreso e l’incredulo. — Era forse la prima volta che un bel giovane, immerso ne’ piaceri, amante del teatro e coltivatore della musica, gì’ indirizzava una tale domanda.

Vedendo che diceva davvero, lo condusse a un libraio, e gli pose in mano le opere del Jomini, e di altri scrittori di strategia.

Da quel, giorno, Luciano Manara lasciò il pianoforte per la spada, e il teatro per la Cantina dove si esercitava secretamente alle pratiche della milizia. Capite già che eravamo ancora ai bei tempi che gli Austriaci domavano la Lombardia non colle baionette ma colle ballerine.

Qualche tempo dopo seguirono le provocazioni, e le atrocità che furono i preliminari del 22 marzo. Manara ebbe l’impulso che gli mancava ad utilizzare i nuovi suoi studi. Nelle cinque giornate di Milano ebbe una parte distinta, e non ha mai lasciato il suo posto. La sua famiglia non sapeva nulla di lui e tremava non avesse già pagato anzitempo il suo tributo di sangue alla Patria.

Il Cattaneo, anima di que’ fatti, lo rinvenne ad una delle barricate più esposte: forse non l’avea più veduto dopo il giorno de’ libri, e si compiacque che il buon seme avesse portato il suo frutto. — Ah! siete qui! la famiglia è in affanno per voi. — Fatele dire che sono al mio posto — e vivo. — Sta bene. Coraggio. — Viva V Italia!

Era la parola d’ordine de’ valorosi. Il Manara restò lì fino alla fine del quinto giorno. Il sesto si pose alla testa di una mano di giovani, che avendolo veduto alla prova, lo scelsero a capitano, e si pose a perseguitare il nemico, piantando di tratto in tratto qualche albero della Libertà. Appare da ciò che non era fra il numero di quelli che andavano a porre i trofei del popolo ai piedi di un re.

Noi non racconteremo i fatti d’armi in cui si trovò. Basti dire che in tutti mostrò una intrepidezza mirabile, che si trasfondeva quasi per magnetismo ne’ suoi.

Dopo l’armistizio del 1848 passò nel Piemonte, e attese, unito sempre al suo battaglione, il tocco desiderato della riscossa. Al marzo del 1849 i suoi bersaglieri formavano l’eletta parte della divisione lombarda, posta sotto il comando di Ramorino. Parevano vecchi soldati per la disciplina, per la tenuta, per l’ardore marziale e cavalleresco degli ufficiali, la maggior parte d’ illustre sangue lombardo.

Sottratti per l’arcana inobbedienza del generale all’eccidio ch’era Ior preparato, la perplessità del successore li tolse al glorioso pericolo di sostenere la protesta armata di Genova.

Ma il Manara e i suoi compagni avevano bisogno di lavar quella macchia: avevano bisogno di ricacciare in gola de’ superbi francesi quella frase beffarda ed ingiusta: Les italiens ne se battent pas.

Guariti perfettamente dalle illusioni monarchiche, videro che l’Italia non palpitava che a Roma, e giunsero opportuni a consacrare il sangue e la vita alla vera causa della libertà italiana.

Vollero vedere com’erano sorti nel suolo romano i rampolli dell’Albero piantato invano nel 4848 nella lor terra nativa.

Vennero a Roma per risarcire l’onore italiano — combatterono per salvar la repubblica. —

Morto il valoroso ed intrepido Masina, capo dello stato maggiore di Garibaldi, nessuno poteva meglio sostituirlo di Luciano Manara. Il suo posto, come quello del Masina, era il più vicino al nemico e il più periglioso.

Manara stette coll’eroe di Montevideo alla vedetta di S. Pancrazio fino al giorno supremo della Repubblica.

Il giorno che l’assemblea dichiarò fatta impossibile la difesa, Manara comandando l’ultimo attacco alla baionetta, fu colto da una palla nel petto, e chiuse gli occhi, per non vedere gli apostati di Francia contaminare l’eterna città.

Garibaldi raccolse le ultime sue parole che furono: Viva l’Italia.

Quel giorno medesimo aveva ricevuto una lettera di sua moglie nella quale la nobile donna dicevagli: Quando sei nel pericolo, non pensare né a me né ai figli nostri — pensa alla patria. Manara pensò morendo alla forte compagna e a’ figlioletti lasciando ad essi glorioso retaggio: il suo nome e la sua spada.

La donna che gli aveva scritto quelle parole, sarà degna esecutrice del testamento.

Ma noi vendicheremo il sangue dell’eroe prima che quelle tenere mani possano brandire la spada paterna!

 

 

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