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Biografie cluniacensi del Sud Italia

Urbano II, Bruno di Colonia e San Pietro Pappacarbone: biografie cluniacensi del Sud Italia.

Il beato Urbano II (Ottone de Châtillon), 159º papa della Chiesa cattolica; nacque a Châtillon-sur-Marne (Francia) il 28 luglio 1040, dalla nobile famiglia francese de Châtillon. Studiò a Reims, dove successivamente divenne arcidiacono, sotto la guida del suo maestro ed amico tedesco san Bruno di Colonia. Influenzato da Bruno, lasciò l’incarico ed entrò nell’Abbazia di Cluny dove divenne abate. Nel 1077 fu tra gli accompagnatori dell’abate di Cluny a Canossa presso papa Gregorio VII e nel 1078, il pontefice lo convocò in Italia e lo nominò vescovo-cardinale di Ostia e Velletri, succedendo a san Pier Damiani. Poi fu nominato legato pontificio per la Germania, nella controversia tra la Santa Sede e l’imperatore Enrico IV. In Germania, Ottone si adoperò efficacemente a sostegno delle riforme gregoriane. Ottone fu tra i pochi che Gregorio indicò come suoi possibili successori al Soglio di Pietro. Alla morte di Gregorio VII, avvenuta a Salerno il 25 maggio 1085, venne eletto però Desiderio, abate di Montecassino, che prese il nome di Vittore III. Questo pontificato durò poco e fu molto difficile, in quanto il suo potere era usurpato a Roma dall’antipapa Clemente III, sostenuto dall’imperatore. Dopo sedici mesi, il 16 settembre 1087, Vittore III morì. Il 12 marzo 1088 nel corso di un piccolo conclave, di circa 40 tra cardinali ed altri prelati, tenutosi a Terracina, fu eletto papa Ottone che assunse il nome di Urbano II. Il 3 luglio 1089 entrò trionfalmente a Roma mentre l’antipapa Clemente III fuggì a Tivoli. Urbano II proseguì ed attuò la riforma di papa Gregorio VII con grande determinazione, mostrando anche grande flessibilità e finezza diplomatica. Difese la libertà della Chiesa dall’assalto di poteri secolari, combatté la simonia e la corruzione del clero e nel Concilio di Clermont-Ferrand esortò i soldati cristiani a liberare, segnati con la croce, i fratelli oppressi dagli infedeli e il Sepolcro del Signore. Condusse vita ascetica, austera, con zelo instancabile e comunicativo e grande pietà, così da guadagnarsi la venerazione dei fedeli. Approvò e diffuse il Piccolo Ufficio della Beata Vergine, l’uso di recitare l’Ave Maria mattino e sera e la dedicazione del sabato alla Madonna. Morì il 29 luglio 1099.

 

San Bruno nacque a Colonia (Germania) intorno all’anno 1030. Non si hanno notizie certe sul suo cognome, forse Hartenfaust. Fu canonico della collegiata di San Cuniberto, a Colonia, e proseguì i suoi studi alla scuola del Duomo di Reims, in Francia, dove in seguito divenne professore e caposcuola. Tra i suoi discepoli vi era colui che divenne prima monaco benedettino a Cluny ed in seguito papa, Urbano II. A Reims, Bruno ebbe dei contrasti con l’arcivescovo Manasse de Gournay, un prelato corrotto e dal comportamento indegno. Questi nel tentativo di attirare a sé la sua stima, lo nominò cancelliere dell’arcivescovado nel 1075, ma nel 1080 dopo ulteriori contrasti e dissidi Manasse fu deposto da un apposito concilio. Bruno, che sarebbe dovuto essere il suo successore, non accettò l’incarico e rinunciò a tutti i suoi averi distribuendoli ai poveri. A seguito di questi eventi, si sviluppò in lui l’idea del distacco dal mondo e del conseguente isolamento. Bruno si recò allora nell’abbazia di Molesmes da san Roberto (che sarà in seguito il fondatore dei cistercensi) e trovò un romitaggio nei pressi del monastero in località Seche Fontaine, ma quel luogo non soddisfò le sue esigenze. Fu così, che continuando la ricerca di un posto idoneo per realizzare i suoi intenti. Con sei compagni di viaggio si recò da Ugo di Châteauneuf vescovo di Grenoble che li condusse nel luogo desiderato. La consacrazione della Chiesa dedicata alla Madonna ed a san Giovanni Battista avvenne il 2 settembre 1085, la vita monastica fu condotta con austerità e gran fervore. Dopo sei anni Bruno fu chiamato a Roma dal suo allievo, ormai diventato Pontefice, Urbano II che volle con sé il suo vecchio maestro come consulente. Prima di raggiungere il Papa, Bruno affidò la sua comunità monastica al suo amico Landuino che lo sostituì egregiamente. Alla Corte Pontificia Bruno ebbe grande nostalgia per il suo deserto silenzioso, ed approfittando che il papa dovette fuggire da Roma perché l’imperatore tedesco Enrico IV e Clemente III l’antipapa invasero i territori pontifici, si trasferì con la corte papale nell’Italia meridionale. Su proposta di Urbano II, Bruno fu eletto arcivescovo di Reggio Calabria, ma egli declinò la mitra per amore della sua vocazione contemplativa e con il desiderio di ritrovare al più presto la solitudine. In seguito richiese e ottenne il permesso di ritirarsi in solitudine negli stati normanni, recentemente conquistati dal conte Ruggero d’Altavilla, che gli offrì un territorio nella località Torre (attuale Serra San Bruno) a 850 metri di altitudine nel cuore di un bosco della Calabria “ulteriore” (attuale Calabria meridionale). In questo luogo il patrono certosino, nel 1090, fondò l’eremo di Santa Maria ed a breve distanza l’insediamento per i fratelli conversi, il monastero di Santo Stefano. In questi luoghi, Bruno trovò negli ultimi dieci anni della sua esistenza terrena le condizioni ideali per riprendere la vita che aveva condotto in Francia, fatta di silenzio, meditazione, preghiera e solitudine. Morì il 6 ottobre 1101, circondato dall’amore dei suoi confratelli, fu poi seppellito in una grotta dove spesso egli si recava per pregare.

 

San Pietro Pappacarbone, nacque a Salerno nel 1038, da nobile famiglia longobarda locale. Pietro, nipote di sant’Alferio, primo abate e fondatore dell’Abbazia della Trinità di Cava dei Tirreni, ne seguì le orme scegliendo l’Ordine Benedettino. Volle completare la sua formazione nell’Abbazia di Cluny. Qui rimase per 8 anni temprando il suo carattere all’austerità della vita monastica. Verso la fine del 1067 tornò al monastero di Cava e papa Alessandro II lo nominò vescovo di Policastro, ma dopo due anni di intensa opera pastorale, rinunziò alla carica riprendendo la sua vita ascetica a Cava, dove san Leone I, molto avanti negli anni, lo associò alla guida dell’abbazia. Pietro volle applicare rigidamente le norme di Cluny che aveva appreso in Francia, provocando una vivace reazione da parte dei monaci, che riuscirono a convincere delle loro ragioni anche il vecchio abate Leone. Il santo allora si allontanò dalla badia, ritirandosi nel monastero di Sant’Arcangelo nel Cilento, dove restaurò la vita monastica secondo il rigore cluniacense. Dopo qualche tempo ritornò al governo di Cava, richiamato dai monaci che si erano ricreduti. Il 12 luglio 1079 morì san Leone I e Pietro gli subentrò in pieno nella carica di abate di Cava e delle sue numerose dipendenze, governando con fermezza e sapienza. Resse le sorti del monastero per ben 45 anni, modellando la congregazione cavense su quella di Cluny, pur senza dipendere minimamente da essa. Fu grande nell’esercizio delle virtù monastiche specialmente nell’orazione e la penitenza, praticò con insistenza la dolcezza e l’umiltà, soprattutto con i monaci e nella correzione dei sudditi, di cui ricevette sempre stima ed affetto. Resse il Cenobio come successore dell’abate Leone I, fino a che passò al Monastero di Perdifumo nel Cilento, dove morì il 4 marzo 1123, a 85 anni.

 

Autore articolo: Riccardo Pecchia.

Si ringrazia Don Riccardo per la gentile concessione dei testi biografici.

Fonte foto: dalla rete

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