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Camicie rosse d’Irpinia

L’insurrezione nella provincia di Avellino fu affidata dal Comitato d’Azione di Napoli a Giuseppe De Marco di Paulisi. Questi riuscì a fondare nella valle vitulanense ben ventuno comitati da cui provennero oltre settecento volontari. I giovani d’Irpinia finirono col costituire i Cacciatori Irpini, formazione di cui lo stesso De Marco fu tenente colonnello per nomina del generale Garibaldi. Numerosi disertori dell’esercito borbonico confluirono nelle loro fila, affiancati da altri che lasciarono i ranghi dei pontifici di Benevento ed entrarono nella Compagnia beneventana di Domenico Mutarelli.

Ad Avellino, Lorenzo de Conciliis, in stretto contatto con Pasquale Stanislao Mancini, ricoprì l’incarico di prodittatore del governo provvisorio, mentre Francesco De Sanctis, ritornato dal’esilio svizzero, fu nominato, dallo stesso Garibaldi, governatore della provincia.

Dei tanti irpini che sguirono l’Eroe dei Due Mondi nella Campagna del Volutrno qualcuno partì già coi Mille da Quarto, parliamo di Achille Argentino di Sant’Angelo dei Lombardi, ingegnere e direttore della locale succursale del Banco di Napoli, incarcerato per i fatti del 1848, parlamentare dopo il 1860 e membro della Commissione d’inchiesta sul brigantaggio.

Molti irpini, poi, combatterono con Garibaldi già a Venezia e Roma, nelle campagne del 48 e nel 1859, per poi seguirlo pure ad Aspromonte e nel 1866. Tra questi ricordiamo Angelo Della Manna di Bellizzi, arruolato nella divisione XVI Cosenz, brig. II De Milbitz, battaglione Reduci Lombardo-Veneti, e come lui Domenico Balsamo e Giuseppe Bernardi di Atripalda, Nicola Borrelli di Avella, di Vincenzo Argenio e Pasquale Calabrese di Avellino, Filippo De Gregorio di Bagnoli Irpino, Domenico Urcinoli di Cesinali, Gennaro Santullo di Gesualdo, Pasquale Mastropasqua di Greci, Vincenzo De Magistris di Mercogliano, Raffaele Amedeo e Francesco Siniscarci di Monteforte Irpino, Federico Bianchi di Montefusco, Antonio Pastore di Nusco, Luigi Freda e Gaspare De Magistris di Pratola Serra.

Un altro centro rivoluzionario fu Ariano Irpino. Qui nel 1860 convivevano due comitati rivoluzionari. Il primo, il Comitato dell’Ordine, faceva capo a Raimondo Albanese collegato a quello di Napoli presieduto da Luigi Settemrbini e si ispirava alla corrente cavouriana che mirava all’annessione delle province meridionali sotto l’egida di Casa Savoia. Il secondo, il Comitato d’Azione, era capeggiato da Vito Purcaro, si collegava a quello centrale costituito a Lecce e, presieduto da Giuseppe Libertini, era di tendenza mazziniana. Nonostante queste divisioni la città di Ariano divenne il centro del movimento rivoluzionario nella provincia.

Ad accendere la miccia fu una delegazione del partita da Avellino che però fu costretta a lasciare la città nella notte del 5 settembre, alla notizia dell’imminente arrivo della colonna del generale Flores da Bovino. I rivoluzionari ripararono a Greci e qui si diressero a Buonalbergo dove il giorno dopo proclamarono il governo provvisorio. Molto attivo era però pure il fronte borbonico. Il conte Gaetani, sostenuto dalle famiglie degli Anzani, dei Figlioli, dell’ex sindaco Carluccio Ottavio e da parte del clero, al sopraggiungere di Flores istigò una rivolta contadina che portò all’uccisione di numerosi liberali. La reazione dilagò negli altri paesi, fu contenuta da Stefano Turr e dai Cacciatori Irpini.

Fu singolare l’atteggiamento di fra Michele Maria Caputo, dell’ordine domenicano, vescovo di Ariano, che passò alla causa garibaldina, guadagnandosi la scomunica del suo ordine. Del comitato garibaldino di Ariano fece pure parte il napoletano Eugenio Torelli Viollier, segretario di Dumas e fondatore del Corriere della Sera.

Garibaldino fu pure Giuseppe Nappi, patriota incarcerato a Montefusco, giurista, magistrato, giudice procuratore e presidente della Corte di Cassazione, chiamato a Roma dal ministro Zanardelli per le sue eccellenti competenze e poi sindaco di Avellino.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra
Fonte foto: dalla rete

 

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