A 60 anni esatti dall’indipendenza del Congo e dalle atrocità che i belgi hanno inflitto alla popolazione a cui avevano espropriato terra e beni, il re Filippo rompe il muro del silenzio e chiede scusa ai congolesi. E la prima volta che un esponente della famiglia reale più contestata d’Europa proprio per la sua condotta in Africa affronta apertamente il tema nascosto per anni dietro un silenzio imbarazzato.

“Esprimo il mio più profondo rammarico” per gli “atti di violenza” e le “sofferenze” inflitte al Congo belga, ha scritto re Filippo in una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica Democratica del Congo, Felix Antoine Tshisekedi Tshilombo, in occasione del sessantesimo anniversario dell’indipendenza del Paese. E l’attuale Repubblica democratica del Congo ha immediatamente risposto. “È balsamo per i cuori del popolo congolese”, ha dichiarato in una nota la ministra degli Esteri di Kinshasa, Marie Tumba Nzenza. “Si tratta di una svolta che rafforzerà le relazioni amichevoli tra le nostre due Nazioni”.

“Orrore! Orrore!” sono le ultime parole di Kurtz, il protagonista di Cuor di tenebra di Joseph Conrad, osservando sulla palizzata davanti alla sua capanna nella foresta pluviale del Congo le teste conficcate di alcuni indigeni trucidati. Le terrificanti visioni di Kurtz sono quelle del genocidio perpetrato in Congo tra fine Ottocento e primi del Novecento proprio da re Leopoldo II del Belgio, che passò all’epoca addirittura per essere un filantropo e divenne artefice dei più atroci misfatti della storia coloniale africana. Reclutò il celebre esploratore Henry Morton Stanley, per il quale il nostro Manfredo Camperio nutrì una vera e propria venerazione, il quale percorse il fiume Congo raccogliendo centinaia di contratti ingannevoli con i capi tribù locali, mettendo le basi per costruire un sistema di stazioni commerciali che raccogliessero le riserve della foresta, e in particolare il caucciù. Duemila agenti bianchi facevano il lavoro sporco, governando migliaia di mercenari che controllavano gli indigeni: chi non lavorava abbastanza o non faceva il proprio dovere veniva eliminato o menomato a vita (anche ai bambini vennero mozzate mani e piedi). Nello “Stato libero del Congo” nell’arco di un ventennio morirono almeno 10 milioni di persone.

Nell’agosto del 1908, prima di cedere ufficialmente la sua colonia personale al governo del Belgio, Leopoldo II fece bruciare per otto giorni di fila la maggior parte dei suoi archivi coloniali, per cancellare le sue malefatte, facendo così scomparire per sempre pagine importanti della dominazione coloniale europea in Africa. Il 12-14 settembre 1876 si tenne la Conferenza Internazionale di Bruxelles organizzata proprio dal re del Belgio Leopoldo II e che ebbe un taglio fortemente imperialistico – coloniale. L’Italia fu rappresentata solo da Cristoforo Negri, presidente della Società Geografica Italiana a cui il citato re chiese un aggiornamento sulle spedizioni italiane ai grandi laghi condotte da Romolo Gessi e Carlo Piaggia. Mentre nel 1877 Comboni veniva ordinato vescovo e vicario apostolico nell’Africa centrale (Sudan) e Romolo Gessi, dopo essere stato decorato dalla Società Geografica Italiana, cercava un incarico presso Gordon Pascià per combattere gli schiavisti sudanesi, Adamoli e Baratieri (colui che ci condurrà alla disfatta di Adua) ritenevano “pericoloso” che l’Associazione Internazionale Africana dichiarasse guerra alla tratta degli schiavi: altri, addirittura, ritenevano perfettamente in linea con la cultura islamica la schiavitù praticata dai sultanati Adali e Danakil (Dancalia).

Inoltre, come ho avuto modo di scrivere nel mio recente volume “Patria, colonie e affari” (Luglio editore, Trieste, 2020), e come ho potuto verificare di persona attraverso l’esame dei documenti storici diplomatici conservati presso l’ASMAI (Archivio Storico Ministero Africa Italiana, pos. 79, f.6-7-8), nel 1908 fu costituito un Sindacato di studi nella capitale belga, il cui gerente era un certo Sig. Van Straeten, un boero che si era stabilito in Europa dopo la guerra del Transvaal e che si occupava da tempo di insediare in nuovi paesi le famiglie boere che abbandonavano quel paese, allo scopo di esaminare e riferire sui mezzi più idonei per creare e sviluppare stazioni coloniali in Brasile, Congo e possibilmente anche in Somalia.

Facevano parte di questo speciale Comitato di studi (senza capitale sociale) le seguenti personalità: il generale e barone Fivè, già ispettore dello Stato “indipendente” del Congo, quale presidente; Gustavo Francotte, già ministro belga dell’industria e del lavoro; il Sig. Wegimont di Anversa; l’avv. Jean Hazee; il Sig. Vignati di Roma e il Sig. Dubois di Parigi, i quali nel 1906 avevano già costituito insieme al conte Frankenstein (un nobile polacco naturalizzato italiano) la Società anonima “Romana di Colonizzazione”, che ottenne in concessione cinquemila ettari sulle rive del Giuba (Somalia) e che tentò di “influenzare” (ovviamente a suo vantaggio) l’attività di Romolo Onor, un valente agronomo italiano che tentò di valorizzare le terre somale e che alla fine, in aperto contrasto col governatore somalo Giacomo De Martino, si suicidò. Degli studi di Onor fece tesoro il Duca degli Abruzzi quando fondò il suo famoso Villaggio sullo Uebi-Scebeli.

Il governo coloniale italiano in Somalia si espresse favorevolmente sulla costituzione di questo Sindacato Italo – Belga, riponendo tuttavia eccessiva fiducia nella sua attività. Non se ne fece nulla, e viene da dire che fu meglio così, specie se si considerano le modalità brutali con cui il re Leopoldo II, che sovrintendeva a tale Sindacato, aveva condotto la colonizzazione del Congo.

Il Belgio, dopo 60 anni, ha trovato il coraggio di scusarsi per i suoi eccidi in Congo. Quando l’Italia lo farà per i suoi crimini commessi in Eritrea, in Libia, in Etiopia e in Somalia? Sarebbe un gesto importante per consolidare e rafforzare le interazioni e la cooperazione coi paesi africani. La storia non va cancellata, va studiata per quello che è stata realmente. Smettiamola di inseguire falsi miti e riconosciamo le nostre colpe. Ne va del nostro futuro.

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Alessandro Pellegatta

Fonte foto: dalla rete