Il ritorno di Silla a Roma

Con Silla a guerreggiare contro Mitridate, la strada per un ritorno di Mario apparve subito spianata. Il vecchio console non mancò l’occasione e ricomparve a Roma facendo un bagno di sangue. Molti conservatori furono trucidati nelle loro case, altri abbandonarono la città mentre le bande di Mario si divertivano a seminare terrore, stuprando e derubando i nemici del loro comandante. Lo stesso Cinna, nominato console accanto a Mario, disgustato da tanta ferocia dovette liberarsi ei più turpi sostenitori, convocandoli in un luogo chiuso e facendoli trafiggere da un battaglione di arcieri. La vecchiaia portò via Mario proprio quando Roma sembrava non poterne più. Cinna fu abile nel costruirsi un regime personale, si prolungò la magistratura di altri quattro anni e fece di tutto per ristabilire tranquillità.

Silla, che non aveva mancato di informarsi su quanto stesse accadendo in patria, firmata la Pace di Dardano, volle tornare a Roma. Dapprima inviò un rapporto al Senato nel quale riassumeva l’esito della sua missione sottolineando le grandi vittorie ottenute a Cheronea e Orcomeno, la conquista di Atene e del Pireo, il recupero totale della Grecia, il reinsediamento di Nicomede e Arariate in Bitinia e Cappadocia, la restaurazione dell’autorità romana in Asia, poi scrisse una lettera nella quale comunicava il suo immediato ritorno per punire chi aveva messo Roma nel disordine. Sapeva di essere in una posizione di forza. Aveva accumulato grandi ricchezze ed un intero esercito di fedeli veterani era disposto a tutto per lui. In cambio il comandante volle solo la promessa che sul suo italico non sarebbero mai arrivati a saccheggi e violenze.

Le legioni sillane s’imbarcarono a Durazzo e sbarcarono a Brindisi senza ostacoli. Era certamente strana quella quiete, ma ancora più strano era quanto si venne a sapere: Cinna, armato 450 coorti, ovvero 220.000 uomini, numero sproporzionato di fronte ai 40.000 sillani, aveva provato a salpare con essi da Ancona per raggiungere l’Illiria e finire a battersi col nemico senza portare la guerra civile a Roma, ma era stato lapidato dai suoi stessi uomini. La notizia colpì i populares. Il loro regime aveva leso vari interessi e scontentato non poca gente. Quei soldati in larga parte simpatizzavano per Silla che appariva loro un capo sicuro alla guida di un esercito vittorioso i cui uomini s’erano arricchiti in guerra.

Iniziarono le diserzioni di militari e non finirono più, anzi, quando Silla fu in Italia molti potenti, che Cinna aveva disprezzato e schiacciato, corsero a salutarlo e a mettersi ai suoi ordini. Si pensi a Crasso, che ritornò dalla Spagna, si pensi al questore Verre, che carico sui muli le casse dell’esercito governativo e le portò a Silla, soprattutto si pensi a Gneo Pompeo Magno, figlio di Pompeo Strabone, che coi suoi soldati tenne per Silla il Piceno, e a Quinto Cecilio Metello Pio che rientrò dall’esilio africano portando le sue coorti in Liguria ed assicurando a Silla il controllo della pianura padana.

I populares si dettero come nuovi consoli Lucio Cornelio Scipione Asiatico e Gaio Norbano. Quest’ultimo fu il primo a venire a contatto con le legioni di Silla e ne fu sbaragliato. Accadde tra Casilino e Capua, nei pressi del Monte Tifata: alla vista dei governativi, i veterani sillani li assaltarono massacrandone 7.000 e costringendo Norbano a rifugiarsi entro le mura di Capua. Scipione Asiatico, invece, provò a trattare con Silla ma nel frattempo si ritrovò abbandonato da 20.000 soldati che accorsero nell’esercito avversario. Il senato si affidò allora a due nuovi senatori: Gneo Papirio Carbone e Caio Mario il giovane, figlio di Gaio Mario. Quest’Ultimo, ancora trentenne, non poteva essere eletto. Le regole erano chiare, bisognava avere almeno quarantadue anni e la sua elezione illegale scandalizzò e disorientò i populares così Silla apparve d’un tratto il difensore di Roma e delle sue tradizioni. Certamente l’elezione di Mario riuscì a mobilitare sanniti e lucani, estimatori di suo padre, ed i governativi ebbero finalmente un esercito che non avrebbe disertato, ma proprio sanniti e lucani sicuramente allontanavano parecchie simpatie perché erano da sempre i più spietati rivali di Roma!

Mentre Carbone tagliò la strada a Pompeo occupando l’Etruria, Mario il giovane provò a fermare l’avanzata di Silla dalla Campania nel Lazio. Il perno delle difese mariane era nella città di Preneste, attuale Palestrina, il passo che immetteva dalla valle del Sacco a quella del Tevere. Lo scontro tra i due eserciti avvenne poco lontano da lì, a Sacriporto, dopo un acquazzone, mentre i sillani stabilivano il loro accampamento. Mario li attaccò, alla testa dei suo reparti. I soldati di Silla, gettarono picconi e zappe, impugnarono le daghe e fecero valere la loro esperienza costringendo i nemici ad indietreggiare. I prenestini aprirono le porte per accogliere Mario, ma vedendo che con lui potevano entrare anche i sillani, sbarrarono d’un tratto le entrate lasciando i marianisti e lo stesso Mario in balia della furia di Silla. Fu umiliante per il console farsi fare da scudo dai suoi uomini e farsi issare sugli spalti per sfuggire alla morte mentre quei soldati crepavano per lui.

Mario si rinchiuse in Preneste, ma la sua sorte era ormai segnata. L’avrebbe capito dopo la Battaglia di Porta Collina.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Bibliografia: G. Antonelli, Silla, l’ultimo dittatore dell’antica Roma

 

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