Milano nell’Alto Medioevo

Teodosio, sconfitto Flavio Eugenio nella Valle del Frigido, giunse a Milano col figlio Onorio nel 394 e l’anno dopo vi morì. Sant’Ambrogio ne pronunciò l’elogio funebre. Quando il santo vescovo si spense, nel 397 d. C., Milano si avviava ormai non essere più capitale. Di lì a poco la città si scoprì debole e priva di una guida politica forte come era stato Teodosio: i visigoti erano ormai alle porte. Ad Onorio parvero più sicuri i territori paludosi di Ravenna e quel porto forniva oltretutto un approdo per soccorsi militari ed al contempo una certa via di fuga. Nel 402 dunque vi spostò la capitale d’Occidente.  La minaccia di Alarico fece rabbrividire i milanesi, si temette un brutale saccheggio che solo grazia a Stilicone, prefetto del pretorio, barbaro dotato di grandi capacità politiche e militari, fu evitato dopo ben due mesi d’assedio. Stilicone inseguì Alarico e lo sconfisse nella Battaglia di Pollenzo ed in quella di Verona. L’incubo era finito.

Senza più la corte imperiale, però, Milano decadde e, morto pure Stilicone, i visigoti irruppero in Italia. I barbari si riorganizzarono, ripresero l’antico sogno di saccheggiare Roma e stavolta non trovarono ostacoli oltre le Alpi, anzi, raggiunsero l’Urbe senza toccare Milano, che per puro caso si ritrovò ancora una volta salva. Non scampò invece la furia degli Unni che la trovarono colma di ori. Quel sacco spodestò definitivamente Milano dei fasti del passato.

Quando gli ostrogoti di Teoderico invasero la Penisola occupata da Odoacre, che aveva da poco deposto l’ultimo imperatore romano d’occidente, Romolo Augusto, Milano aprì loro le porte, ma si vide assediata e riconquistata da Odoacre. Teoderico riparò allora a Pavia, si riarmò e tornò a riprendersi Milano. Il vescovo Lorenzo e la comunità cattolica milanese, da subito, si schierarono con lui che fornì maggiori garanzie di libertà religiosa. Questa fiducia fu ben ricompensata perché, ucciso Odoacre, Teoderico mantenne la pace tra cattolici ed ariani per oltre un trentennio. Tuttavia per farlo non mancò di far di uccidere il pontefice Giovanni I quando questi volle riprendere la guerra contro i seguaci di Ario.

Il tramonto dei goti si ebbe nella guerra contro Bisanzio, conflitto che ridusse Milano ad un cumulo di macerie. Belisario inviò un contingente di uomini accompagnato da un milanese di nome Fidelio Felice che rivelò loro le debolezze delle difese cittadine. La resistenza dei goti fu dunque facilmente vinta ma Uraia, cugino del re Vitige, tornò ad attaccarla e la ridusse alla fame cingendola in un lungo assedio. Senza ricevere alcun soccorso bizantino, Milano dovette arrendersi e pagare amaramente la sua resistenza: le milizie cittadine furono fatte prigioniere ed i civili massacrati e resi schiavi, probabilmente si contarono 300.000 vittime e Reparto, il prefetto del pretorio, fu dato in pasto ai cani. Sconfiggere definitivamente i goti spettò a Narsete, ma Milano fu bizantina solo per poco: nel 569, infatti, un grande esodo di notabili milanesi si scatenò verso le campagne, in molti raggiunsero Genova, in città entrarono i longobardi.

Nell’Italia dei longobardi la città di Milano non ebbe un ruolo significativo. Vi si insediò un duca ma i centri effettivi della vita longobarda erano altrove, in aperta campagna, lì i guerrieri si scoprirono buoni allevatori di bestiame e agricoltori. Fu Castelseprio, nell’alta Valle dell’Olona, uno dei principali centri longobardi. Si riaccese pure il conflitto con gli ariani che elessero Pavia a loro roccaforte, mentre Roma guardava a Milano ed alla sua identità ambrosiana ancora viva e vegeta. Re Autari sposò la cattolica Teodolina, il suo successore, Agilulfo, assecondò la conversione del suo popolo voluta da Papa Gregorio Magno, e con Liutprando tale conversione poté finalmente dirsi completa. Le chiese vennero riparate, i vescovi acquistarono di nuovo la loro autorità, i servi vennero liberati in nome del cristianesimo. All’influenza di Teodolina si deve anche la decisione di Agilulfo, intorno al 604, di trasferire la capitale del regno longobardo da Pavia a Milano ma la scelta fu poi revocata da Arioaldo, salito al trono nel 626.

Il crollo della dominazione longobarda sotto l’urto dei franchi aprì un difficile periodo per Milano tutta protesa a recuperare la perduta importanza. Carlo Magno, ravvisando nell’isola di diritto ambrosiano un elemento di contrasto con l’unità politico religiosa dell’impero cristiano che era al vertice dei suoi proponimenti, volle far scomparire il rito ed ordinò la distruzione dei libri liturgici. L’arcivescovo Tommaso ne fu indignato e tutto fu portato a Roma, davanti a Papa Adriano I. Questi riconobbe le ragioni dei milanesi e confermò il privilegio rituale. Carlo Magno lo accettò e in segno di pace giunse a Milano per far battezzare sua figlia Gisla nel Battistero di Santo Stefano.

Il problema vero era però che la creazione del Sacro Romano Impero aveva spostato l’asse politico dell’Occidente fuori dall’Italia ed il Regnum Italiae che Carlo Magno intendeva lasciare a suo figlio Pipino, si palesava debolissimo, oltre ad annoverare Pavia come capitale. Pipino morì prima di suo padre lasciando il regno al figlio Bernardo, Carlo invece riconobbe il titolo ad un altro dei suoi figli, Ludovico il Pio, e ne derivò un acceso scontro in cui Milano si schierò a favore di Bernardo sperando di guadagnare la desiderata centralità culturale e politica. Purtroppo ogni aspettativa fu delusa perché Bernardo fu catturato e torturato sino alla morte, gli furono cavati gli occhi e le implorazioni dei milanesi ottennero solo che il suo corpo fosse seppellito nella Chiesa di Sant’Ambrogio. I notabili milanesi, con in testa la diocesi, avevano dunque maturato il sogno di riportare Milano al suo antico splendore approfondendo le distanze tra l’Impero ed il Regno d’Italia ed a tal fine aiutarono anche Lotario, primogenito di Ludovico il Pio, a far valere i suoi diritti di re persino contro suo padre. In questa vicenda l’arcivescovo Angilberto maturò una grande influenza, non solo spirituale, resse un ampio territorio come vero e proprio signore, ebbe i suoi vassalli, si occupò del riassetto urbano di Milano e della ricostruzione delle sue mura, ebbe pure la dignità di messo, cioè di rappresentante imperiale nell’esercizio del potere giudiziario, ma fu Ottone I che accolse a pieno le aspirazioni cittadine.

L’Imperatore pose fine alle lotte per il Regno d’Italia assegnò a vescovi ed abati le più alte responsabilità politiche. Così sottrasse pure il Papa dalla servitù cui lo tenevano i signori romani e lo vincolò fortemente all’Impero. Ottone concepì il Papa come un ministro del culto nel suo impero e credette forse suo diritto eleggerlo e designarlo, sul modello di quanto accadeva tra Imperatore e Patriarca di Costantinopoli nell’Impero bizantino. L’arcivescovo Valperto lo incoronò re d’Italia nella Chiesa di Sant’Ambrogio e poi l’accompagnò a Roma affinché Giovanni XII lo incoronasse imperatore. L’arcivescovo de facto divenne un principe imperiale e tutto si rinnovò con Ottone II ed i successivi arcivescovi, Arnolfo I, Gotifredo, Landolfo II. Come tutti i signori feudali anche gli arcivescovi di Milano divennero dei veri e propri despoti e la città fu costretta a ribellarsi scacciando Landolfo II che poté tornare al potere solo distribuendo terre agli oppositori e vincolandoli a sé come vassalli definendo la nuova classe dei capitanei.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: A. Bosisio, Storia di Milano; AA.VV., Storia di Milano, Fondazione Treccani degli Alfieri; C. de’ Rosmini, Istoria di Milano

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