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Storia del Risorgimento incompiuto. Le cayenne italiane nel Borneo

Il nostro Risorgimento, si sa, è rimasto largamente incompiuto. Come ho scritto nel mio “Patria, colonie e affari” (Luglio editore, Trieste, 2020), i problemi irrisolti del Mezzogiorno d’Italia e una favorevole congiuntura internazionale catapultarono l’Italia degli anni Ottanta dell’Ottocento in uno scramble for Africa che partorì un colonialismo autoritario, sprecone, governato dai militari e da lobby parassitarie. Il “Corriere della Sera” del 1885 giustificò l’occupazione di Massaua e l’eventuale fondazione di un impero coloniale sostenendo che se l’Italia si fosse astenuta dal condurre una politica imperialistica si sarebbe limitata ad essere un paese di albergatori, di cantanti e di ballerine. Il ricordo delle glorie trascorse di Roma aveva costituito la forza propulsiva del Risorgimento, e in quegli anni non aveva ancora esaurito la sua funzione propulsiva e plasmava la nuova ideologia colonialista. Accanto alla necessità di soggiogare le diversità sorgeranno presto la guerra di Libia, il mito dell’impero e le leggi razziali.

Nella desolante indigenza del Mezzogiorno, che invocò invano attraverso il brigantaggio e i Fasci siciliani la giustizia sociale, e attraverso le mille malefatte dell’amministrazione coloniale, prosperò un vasto sistema di corruttele, di poteri oscuri e di sprechi che modulò ingiustizie, tirannie e persecuzioni. In anni in cui maturava la consapevolezza della somiglianza tra l’Italia “cafona” e l’Africa tribale, nel 1884 (anno della prima Esposizione generale di Torino curata dall’avv. Tommaso Villa), iniziò ad essere utilizzata la leva del razzismo. L’avv. Tommaso Villa, uno dei principali fondatori del Museo del Risorgimento di Torino, fu uno dei principali attori di tale Esposizione. In un recinto venne riprodotto il villaggio di Assab, la prima sperduta colonia italiana d’oltremare acquistata originariamente dal Rubattino e poi trasferita al governo italiano, con indigeni che venivano esposti come animali in un giardino zoologico. Un pregiudicato venne presentato come principe assabese, un alcolizzato divenne un terribile guerriero e una mendicante di professione fu gabellata per principessa. Rientrati ad Assab, insieme a questi africani furono sbarcati anche tre grandi bauli contenenti i regali ricevuti, che in un batter d’occhio finirono nelle mani delle autorità coloniali a prezzo vile.

Erano anni in cui erano diffusi anche gli zoo umani in Europa e negli Stati Uniti, in cui venivano esposti esseri umani e belve feroci provenienti dall’Africa ed altri continenti per evidenziare, sulla scia del razzismo dilagante (analogamente a ciò che avvenne durante l’Esposizione di Torino del 1884), le differenze tra occidentali e popoli (a loro dire) sottosviluppati e considerati primitivi che giustificavano il colonialismo. Spesso gli indigeni venivano mostrati in gabbia come gli animali dei giardini zoologici.

Il razzismo cominciò proprio in quegli anni ad essere utilizzato come dispositivo per la costruzione dell’identità nazionale: la costruzione dell’alterità sviluppava infatti allo stesso tempo la costruzione del sé nazionale, e questo in un paese che da secoli aveva una disposizione regionalistica assai accentuata. Fare gli italiani comportava la risoluzione del problema costituito dalle masse di diseredati del Mezzogiorno, percepite come portatrici di un’alterità assoluta e pericolosa. Allo stesso tempo la criminologia positivista coniava il concetto lombrosiano di delinquente-nato, associandolo ai caratteri somatici dell’individuo.

Dopo l’Unità le carceri piemontesi straboccavano di detenuti, e l’ex corte borbonica non si rassegnò tanto facilmente alla perdita del regno. I piemontesi trovarono una situazione complessa, con i “cafoni” meridionali tendenzialmente ostili e apatici. Prigionieri di guerra, detenuti politici, abitanti accusati a torto o a ragione di atti di brigantaggio, deportati, renitenti alla leva, delinquenti comuni, cospiratori saturavano prigioni inadatte. Si stima fossero almeno in diecimila. Alcuni di questi furono deportati al carcere delle Fenestrelle, altri a San Maurizio.

Le patrie galere straboccavano, e le autorità governative erano assillate dalla soluzione di questo enorme problema. Si pensò pertanto di “esportare” i prigionieri altrove. Ma i tentativi diplomatici riscontrarono delle forti resistenze. Tutte le altre potenze vedevano infatti con sospetto l’istituzione di cayenne italiane in territorio estero.

Dopo svariati tentativi infruttuosi, a seguito di alcuni riscontri con la Gran Bretagna (che nel 1885 appoggiò lo sbarco italiano a Massaua), furono finanziate tra il 1868 e il 1871 due spedizioni, una privata, affidata all’esploratore Giovanni Battista Cerruti e una parallela, della Regia Marina, affidata al capitano Carlo Alberto Racchia, posto al comando della corvetta “Principessa Clotilde”. Il fatto che venissero finanziate due missioni parallele desta tuttora molte perplessità, ancorché l’ampio mandato del Cerruti lo trasformava di fatto in un rappresentante ufficiale di governo. L’obiettivo delle navi (non dichiarato, ufficialmente in ricognizioni scientifiche) era comune e cioè di individuare un territorio idoneo alla creazione di un penitenziario presso terre remote d’Oriente, per concessione dell’autorità straniera o coloniale in cambio della quale lo Stato Italiano avrebbe versato una cospicua somma mensile.

La missione del capitano Racchia giunse dapprima in Borneo e subito trovò un territorio adatto e la disponibilità del sovrano di una parte di esso, il sultano del Brunei a concedere un appezzamento di territorio agli italiani – l’isola di Gaya, situata non lontana dall’odierna Kota Kinabalu. Tuttavia, oltre al pagamento di una somma, esigeva l’approvazione degli Inglesi, la cui presenza nell’aerea era stabilita da decenni e in particolare avevano il controllo di Labuan. Gli inglesi non erano ostili agli italiani, ma questi ultimi non dichiararono da principio le vere intenzioni di farne una coloniale penale; mentre gli Inglesi sembravano aperti alla sola possibilità di permettere in quei luoghi una colonia commerciale italiana, anche per contrastare i francesi in Cocincina (attuale Vietnam-Laos-Cambogia).

La missione del Cerruti non fu particolarmente fruttuosa e il giudizio dato in seguito dalla Ministero della Marina non fu positivo. I suoi rapporti dalla Batavia (Indonesia olandese) e dalle Molucche furono alquanto approssimativi. Il suo comportamento con gli Olandesi destò molti sospetti, dal momento che si presentava come rappresentante ufficiale del governo italiano contraddicendo alcune di dichiarazioni date in seguito dal Racchia. Ma soprattutto gli Olandesi dimostrarono subito la loro ostilità venendo a conoscenza del progetto italiano, temendo il ripetersi di quanto accaduto al Suriname – territorio all’epoca olandese confinante con la Guyana francese e oggetto di numerosi atti di pirateria associati alla concentrazione di elementi criminali nella vicina coloniale penale.

La possibilità più concreta fu quella di ottenere dal sultano del Brunei la baia di Gaya, l’isola medesima e buona parte della punta del Borneo settentrionale (oggi stato malese del Sabah). Tant’è che vennero prodotte dalla missione italiana numerose e dettagliate relazioni sul clima, sulla natura e sull’ordinamento del posto (descritto dal capitano Recchia come la parte più bella e florida del Borneo). Tuttavia, la cosa si arenò nelle trame diplomatiche. A ciò si aggiunse una fuga di notizie a Londra, con la comparsa di un articolo sul “Times” che rivelò al pubblico inglese il piano italiano, contribuendo ad aumentare le diffidenze, curiosità e malumori nelle cancellerie internazionali, quali Spagna e soprattutto la già citata Olanda, determinanti nella fuoriuscita dell’Italia di quei giochi coloniali di cui di colpo, agli occhi di tutte le potenze, voleva partecipare.

La missione, che pure fece tentativi analoghi in Birmania (fruttando poi un trattato commerciale italo-birmano) e Cocincina (Vietnam), non ebbe esito positivo. Nel 1873 venne effettuata una seconda missione, affidata al solo Racchia, con una nave – la pirocorvetta Governolo – che ripercorse grosso modo gli stessi luoghi cercando spiragli tra il nord del Borneo e il sultanato di “Sooloo” (Sulu, Filippine).

A quel punto però la questione dei prigionieri italiani e meridionali, nonché il dissesto sociale provocato dalla guerra per l’Unità, trovò una sua soluzione come dire “naturale” con l’emigrazione di massa – la cosiddetta diaspora italiana, che caratterizzò il periodo di fine Ottocento, e che continuò praticamente fino al dopoguerra del secondo conflitto mondiale.

La storia di queste missioni nel Far East è stata in seguito dimenticata, non solo a causa della loro infruttuosità, ma probabilmente anche per quella tendenza registrata negli anni successivi e perdurata fino ai giorni nostri di affidare la storia del Risorgimento a narrazioni infiocchettate, piene di retorica e luoghi comuni, quando non apertamente agiografiche. Oggi abbiamo tutti bisogno di rileggere queste pagine del Risorgimento incompiuto. E tra esse quelle del brigantaggio, dei prigionieri dei Savoia e dei tentativi di creare cayenne italiane in giro per il mondo. Nel Borneo e nel Far East i progetti fallirono, mentre un altro tentativo di creare una colonia penale africana ad Assab abortì nel breve: rimase la famigerata colonia penale di Nocra, nelle isole Dahlak, dove sostituendosi ai Turchi gli Italiani crearono un terribile lager in cui rinchiudere i resistenti all’azione coloniale. Qualche anno dopo anche Rodolfo Graziani creò in Cirenaica terribili lager, che vennero adottati dai nazisti come modello per i campi concentrazionari della Shoah, e in Somalia il campo di concentramento di Danane, dove furono relegati gli abitanti del villaggio prossimo al monastero etiopico di Debra Libanos, e questo per cercare di cancellare la memoria dei brutali eccidi che Graziani stesso compì, come ritorsione per l’attentato subito ad Addis Abeba,  sterminando tutti i preti e i diaconi di quel monastero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Alessandro Pellegatta

Fonte foto: dalla rete

Per approfondire: Giuseppe Novero, “I prigionieri dei Savoia. La storia della caienna italiana nel Borneo”, Sugarco Edizioni, Milano, 2011; Ian Campbell, “Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna italiana”, Rizzoli, Milano, 2018; Alessandro Pellegatta, “Patria, colonie e affari”, Luglio editore, Trieste, 2020.

 

 

 

 

 

Alessandro Pellegatta è uno scrittore appassionato di letteratura di viaggio, storia coloniale e dell’esplorazione. Tra le sue ultime pubblicazioni storiche ricordiamo Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa (Besa editrice, 2019), Il Mar Rosso e Massaua (Historica, 2019) e Patria, colonie e affari (Luglio editore, 2020). Di recente ha pubblicato un volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana intitolato Esploratori lombardi.

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