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Il gotico alla corte angioina di Napoli

L’enorme impiego di artisti franco-provenzali chiamati in città da Carlo d’Angiò e dai suoi successori diede meravigliosi risultati architettonici nelle chiese Napoli.

Il nostro viaggio potrebbe iniziare dalla Chiesa di San Pietro a Maiella, costruita alla fine del Duecento, con il goticismo di archi, volte delle navate minori e campanile. L’opera delle maestranze transalpine trovò espressione soprattutto negli accostamenti di giochi chiaroscurali, interni alti, austeri e maestosi e tipici archi a sesto acuto. L’esempio più fulgido di queste presenze doveva essere il Duomo, ma oggi esso appare profondamente diverso nel suo aspetto da quello voluto da Carlo II. Alla fabbrica angioina appartengono i due leoni stilofori del portale maggiore e la Madonna con il bambino della lunetta, opera di Tino da Camaino, mentre, all’interno, solo la Cappella di Sant’Aspreno presenta ancora forme gotiche, nel profilo delle ogive, negli archi, nelle navatina, nella diffusa decorazione vegetale. Alterazioni profonde ha subito anche la chiesa di San Domenico Maggiore, anch’essa voluta da Carlo II, ma colpita da un grave incendio nel 1506 e quindi rifatta in stile barocco. Qui, nella Cappella Brancaccio, sono tornati alla luce, dopo i restauri del 1953, affreschi trecenteschi di Pietro Cavallini, raffiguranti la Crocifissione e Storie di san Giovanni Evangelista e Maria Maddalena e santi Pietro e Andrea.

Maestosa è l’antica Chiesa di Santa Chiara, in tufo giallo e piperno, che conserva ancora i tratti dell’antica struttura gotico-provenzale del Trecento e che accoglie la sepoltura di re Roberto d’Angiò e frammenti di affreschi di Giotto lungo le pareti del coro. Affreschi di Giotto sono presenti anche nella Cappella di Santa Barbara, la sola parte strutturalmente superstite di Castel Nuovo, simbolo di Napoli. Ovunque si ripetono le caratteristiche di verticalità e slancio verso l’alto.

Sepolcro di Maria d’Ungheria, Chiesa di Donnaregina vecchia. Foto di Angelo D’Ambra

Interessantissima è la Chiesa di Donnaregina Vecchia, restaurata nel 1928 senza perdere il suo volto angioino. Donnaregina fu eretta nel 1307 da Maria d’Ungheria, moglie di Carlo II, ed ospita il sepolcro della regina, opera di Tino da Camaino. Lungo le pareti del coro delle monache è conservato il più grande ed uno dei più importanti cicli di affreschi del XIV secolo a Napoli attribuibili a Pietro Cavallini o Filippo Rusuti. In questa chiesta è possibile comprendere l’estetica della luce propria del gotico, capace di enfatizzare la dimensione verticale e quella longitudinale attraverso un’illuminazione calda, uniforme e morbida che nell’universo mentale medievale simboleggiava la rivelazione divina.

Affreschi del coro delle monache, Chiesa di Donnaregina vecchia. Foto di Angelo D’Ambra

Ciò che meglio conserva i tratti originari è però indubbiamente la Chiesa di Sant’Eligio con il portale strombato, i maestosi interni a tre navate che rilucono l’antico splendore gotico e, all’esterno, la bellissima abside poligonale, la torre campanaria e l’attiguo Arco dell’orologio con decori dagli elementi zoomorfi e fitomorfi. Sant’Eligio, in tufo giallo e piperno come Santa Chiara, è al contempo la prima fabbrica angioina a Napoli e l’esempio più importante di architettura francese nell’Italia meridionale. La fondazione risale al 1270, quando Carlo d’Angiò accordò del terreno alla confraternita dei santi Eligio, Dionigi e Martino.

Portone ed Arco dell’Orologio, Chiesa di Sant’Eligio. Foto di Angelo D’Ambra

L’orologio del S. Eligio è decorato con due testine di marmo, una maschile e barbuta ed una femminile. Si narra da secoli di una vicenda che sconvolse la Napoli medievale. Intorno all’anno 1500 un nobile napoletano teneva prigioniero il padre di una fanciulla che intendeva insidiare, promettendo clemenza al soggiacere della fanciulla alle sue brame. Il nobile cavaliere raggiunse lo scopo, ma tale deplorevole azione fu rivelata alla reggente Isabella, figlia di Alfonso II d’Aragona, che fece giustiziare il cavaliere in Piazza Mercato.

Importantissima nella storia di Napoli e del suo Regno, la Chiesa di San Lorenzo fu iniziata sotto Carlo d’Angiò e terminata da Roberto. Annessa porta un convento nel quale si riunivano i Parlamenti ed ancora oggi presenta sulla facciata i simboli dei sette antichi seggi cittadini, istituiti proprio da Carlo d’Angiò. In questa chiesa Giovanni Boccaccio conobbe la sua musa ispiratrice Fiammetta e qui, tra l’altro, ricevette l’ordine sacerdotale Ludovico d’Angiò, figlio del re Carlo II e futuro vescovo di Tolosa, canonizzato nel 1317. Conserva il sepolcro di Caterina d’Austria, moglie del duca Carlo di Calabria, figlio di re Roberto d’Angiò, opera di Tino di Camaino. La chiesa custodisce pure l’unico monumento medievale con iscrizioni gotiche in francese della città partenopea: la tomba dell’alto dignitario napoletano Ludovico Aldemoresco, fedele ai Durazzo, opera di Antonio Baboccio da Piperno.

Monumento funebre a re Ladislao, Chiesa di San Giovanni a Carbonara. Foto di Angelo D’Ambra

Tuttavia l’esempio più brillante dell’architettura religiosa dei Durazzo resta la Chiesa di San Giovanni a Carbonara con il grande monumento funebre fatto erigere dalla regina Giovanna II in onore di suo fratello Ladislao, re di Napoli.

 

 

 

Autore Articolo: Angelo D’Ambra

In copertina il particolare della facciata del Duomo di Napoli è tratto dalla rete.

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