Memorie della Grande Guerra: il maggio del 1915

23 maggio del 1915, dopo mesi di dibattito e lavoro diplomatico, l’Italia dichiarò guerra all’Austria. Il Consiglio dei Ministri dispose la mobilitazione generale e interruppe le relazioni diplomatiche con le forze degli Imperi centrali.

Due giorni prima, il parlamento aveva votato la concessione di poteri straordinari al governo in caso di guerra. Avevan vinto gli interventisti. I socialisti di Turati avevano votato contro, si erano tenuti fedeli al principio di neutralità con la CGIL. Consegnata la dichiarazione, già allo sbiadire del meriggio, colpi di cannone austriaci s’erano abbattuti sulle postazioni italiane nella Carnia.

Il giorno dopo sul Corriere della Sera si poteva leggere: “Guerra! La parola formidabile tuona da un capo all’altro dell’Italia e si avventa alla frontiera orientale, dove i cannoni la ripeteranno agli echi delle terre che aspettano la liberazione: guerra! E’ l’ultima guerra dell’indipendenza… l’ultimo capitolo del Risorgimento!”. Dal Forte Verna, sulla linea del confine con il Trentino austriaco era stato sparato il primo colpo di cannone italiano ed all’alba il nostro esercito aveva varcato la frontiera sull’Isonzo. Alle 4 si era già avuto il primo caduto: sul Monte Colovrat un proiettile colpì a morte l’alpino Riccardo di Giusto, diciannovenne di Udine.

Da Roma, il re Vittorio Emanuele III annunciò l’ora solenne delle rivendicazioni nazionali ai suoi soldati, s’appellò all’esempio di suo nonno ed assunse il comando supremo delle forze militari: “Soldati! A voi la gloria di piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra”. A fine giornata l’esercito grigio-verde, guidato da Luigi Cadorna, aveva occupato tutti i passi al confine in Cadore, Caporetto, le alture tra l’Indrio e l’Isonzo ed il nemico era in ritirata. Il comando supremo italiano era acquartierato ad Udine. Mesi di preparativi segreti, congiunti alla mobilitazione parziale di fine aprile, avevano reso l’esercito già pronto a scendere in campo. La forza messa a disposizione del generale Cadorna era impressionante. Il suo esercito era  formato da 900.000 uomini e, calcolando le riserve di seconda linea, il totale comprendeva trentacinque divisioni di fanteria, una decina di divisioni di milizia territoriale e quattro divisioni a cavallo, oltre alla divisione bersaglieri. Vi erano anche cinquantadue battaglioni di alpini e quattordici di granatieri. L’artiglieria campale contava 467 batterie, quasi 2.000 pezzi tra cannoni ed obici. Vi erano poi i battaglioni di carabinieri e guardia di finanza. Le carenze più rilevanti però riguardavano l’artiglieria. Mancavano cannoni moderni, mitragliatrici e persino fucili. L’artiglieria campale leggera era abbastanza ben attrezzata, ma l’esercito non poteva contare che su pochi cannoni di montagna che invece erano fondamentali per il combattimento in quota che Cadorna si apprestava ad affrontare. Peggio ancora era il parco d’artiglieria pesante, con solo 112 cannoni. Questa carenza di grossi calibri e di mitragliatrici sarebbe stata cruciale.

Il 25 maggio fu occupato anche il Monte Baldo. Il giorno dopo arrivò la notizia che la Germania avrebbe inviato sul fronte italiano un suo contingente dell’Alpenkorps a sostegno del ridotto esercito austro-ungarico. Il nemico, infatti, contava solo il XV ed il XVI corpo, ciascuno composto da due o più divisioni di fanteria e truppe d’appoggio, in tutto cinque divisioni con effettivi inferiori all’organico e quaranta battaglioni di veterane truppe di montagna. Era stata poi costituita la 5° Armata con il compito di tenere la lina dell’Isonzo e controllare l’intero Litorale, dal Tricorno a Pola, ma da subito l’inferiorità numerica aveva costretto Vienna a ricorrere a fortificazioni campali per impantanare l’avanzata italiana.

Il generale Boroevic aveva ordinato di tenere le posizioni ad ogni costo. L’austriaco poteva inoltre contare su un armamento migliore, soprattutto mitragliatrici ed artiglieria media. Il 27 gli italiani occuparono Grado, Aquileia ed Alta, ma l’ordine di Cadorna fu quello di trincerarsi e mantenere le posizioni. Il 28 cade nelle nostre mani Cortina d’Ampezzo, fallirono invece gli assalti al Monte Sabotino, preso e poi abbandonato. Intanto, metà dei residenti di Gorizia evacuò volontariamente la città e così avvenne in gran parte dei paesi del Carso che si svuotarono ancor prima dell’inizio delle ostilità.

Maggio 1915 si chiuse con l’occupazione del Monte Nero da parte degli alpini. Nei ventinove mesi successivi, lungo l’Isonzo si sarebbe combattuta una guerra di trincee pienamente confacente alla strategia difensiva austriaca.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: R. Raja, La Grande Guerra giorno per giorno; A. Sema, La grande Guerra; J. R. Schindler, Isonzo. Il massacro  dimenticato della Grande Guerra

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