San Francesco Saverio a Goa

In questa lettera San Francesco Saverio dà informazioni sul suo viaggio da Lisbona al Mozambico sino a Goa e Melinda.

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Dovendo io di Lisbona partirmi col P. Paolo da Camerino, e col fratel Francesco Mansiglia, vi scrissi una lunga lettera di questa nostra spedizione all’India: ma, poiché arrivato che fossi, voi mi pregaste di darvene a mio bell’agio quanto prima l’avviso, ora vengo a ragguagliarvi di tutto questo nostro viaggio all’India. Noi di Lisbona ci partimmo addi 7 d’Aprile del 1541, ea6 di Maggio dell’anno seguente 1542 arrivammo all’Indie: sicché un’anno e più abbiamo speso in questa navigazione, quando tutta si suol fare in sei mesi.

Abbiamo navigato sull’istessa Nave del Viceré, da cui siarno stati molto onorevolmente trattati, e con buona salute siamo arrivati. In tutto questo tempo della navigazione non c’è mancata occasione di confessare Infermi, e Sani; ne s’è lasciato ogni Domenica di predicare. Debbo molto ringraziare Iddio, il quale  m’ha conceduto, traghettando il Regno dei pesci, di trovàr quivi ancora uomini, a cui poter predicare, e conferire il Sagranento della Penitenza, nientemeno necessario a  quegli, che navigano, che a quegli, che stanno in terra. In questo viaggio ci siamo fermati nell’Isola di Mozambiche, e quivi con cinque navi, che portavano gran numero di persone, abbiam passato sei mesid’inverno. Due Città sono in quest’Isola, l’una di Portoghesi con un buon presidio di Soldati del Re, l’altra di Saracini, amici de’Portoghesi. Di molti in questo verno son caduti malati, e ne sono morti da ottanta in circa. Noi nello spedale continuamente abbiam servito agl’Infermi. Il P. Paolo e il Mansiglia alla cura dei corpi, e io attendeva a quella dell’anima, confessando, comunicando, e ajutando a ben morire, sebbene io solo a tutti non potea soddisfare. Ogni Domenica, presente il Vicerè, predicavo a un gran popolo, forzato a dovere anche uscire fuori dello Spedale per confessare: mai un momento in ozio in tutto il tempo che in Mozambiche ci siam fermati. Il Viceré, la sua Corte, e tutta la soldatesca si sono mostrati molto cortesi verso di noi; e per la Dio grazia, passammo questi sei mesi con frutto grande spirituale, e ben veduti da tutti. Mozambiche, novecento leghe in circa, è lontana dall’Indie: il Viceré però sollecitava il viaggio. Ma perché molti de’suoi, stante la stagione cattiva, duravano tuttavia a star male, ci pregò egli di rimanere alcuno di noi in Mozambiche a sovvenimento di quegl’Infermi, che non potevano mettersi in mare, e passare avanti. Inclinava il Viceré che il P. Paolo, e il Manfiglia non abbandonassero que’malati, e che io seguitassi lui nel viaggio, che stava poco bene, per confessarlo, quando il male aggravasse. Con esso lui adunque è un buon pezzo, che sono arrivato all’India, dove aspetto tra pochi giorni anche i compagni da Mozamoiche colle navi, che di là sogliono arrivar di Settembre. Sono già cinque mesi, che io mi truovo in Goa, capo dell’Indie. Questa è una grande, e bella Città, tutta abitata da’Cristiani. C’è un Convento di Frati di S. Francesco molto numeroso: un Duomo magnifico, ò Cattedrale, con molti Canonici, e ragguardevoli: altre Chiese non poche. Possiamo certo congratularci con Dio, che il nome di Cristo fiorisca tanto in luogo cosi lontano, e di più, fra’Pagani. Da Mozambiche a Goa mettemmo due mesi: e pochi giorni ci fermammo in Melinda, Città marittima di Saracini, che in buona alleanza stanno co’Portoghesi, de’quali i più fono mercatanti. Questi morendo in detta Città si seppelliscono in sepolcri magnifici, a’ quali sanno la scoperta le Croci, che vi si piantano su. Gl’istessi Portoghesi, quasi in sulla porta della Città aveano alzata una Croce ben grande di pietra tutta dorata; alla cui vista, non vi posso dire, quanto mi consolassi, veggendo in mezzo alla Signoria di Barbari trionfar da vittoriosa la virtù della Croce. Il Re di Melinda venne in persona a complimentare il Viceré per fino alla Nave, e gli fece mille accoglienze. Trovandomi in Melinda, in occasione di doversi dar sepoltura a uno, che nella nostra nave era morto, mentre, al modo, che usa la Chiesa, era portato a sepellire, i Saracini facean le maraviglie veggendo con delle torce, croce, canto, e altre cirimonie accompagnato il Cadavero; e non finivano di lodare l’usanza dei Cristiani. Un Saracino di Melinda mi domandò, se le Chiese de’Cristiani erano frequentate; e come i Cristiani erano di voti, e pii nel culto divino, mostrando, che tra loro la pietà erasi raffreddata non poco, e perciò desiderava di sapere, se lo stesso accadeva tra Cristiani: che in Melinda, dicea, dov’erano diciassette templi, tra soli erano i frequentati, e questi ancora da’ pochi: di che davasi una gran pena, non sapendo rinvenire la causa, perchè mancasse la divozione ne’ suoi Saracini: immaginava bensì poter procedere da qualche scelleraggine da loro commessa. Dopo molte, e molte parole, che facemmo insieme, io risposi: che Iddio, come fedelissimo, ch’egli era, aveva in abbominio gl’Infedeli, e le lor preghiere: e per questa cagione voleva, che mancasse quella profanità di culto, che abbominava. Non soddisfacendo però a costui la risposta mia, un Cacize Saracino, sacerdote, e Maestro della Setta di Maometto, molto nella loro legge erudito, si fece avanti, e confermò la mia risposta con dire: che, se Maometto fra due anni non veniva a visitargli in persona, voleva egli abbandonar quella Setta. Certo che è cosa propria degli uomini infedeli, e sciaurati di menare una vita malinconica, e disperata: e ciò essere una grazia di Dio, l’avvisargli con quell’inquietudine, perché si convertano. Da Melinda navigammo verso l’Isola di Socotòra, che ha cento miglia di giro. Grande è il territorio, ma sterile d’ogni cosa: non v’è grano, non riso, non miglio, non vino, non frutti, mercè al terreno magrissimo, ed aridissimo, se non che abbondante solo di datteri, di cui fanno pane, e di bestiame: chi vi nasce campa di carrube, e di latte, e carne. Tanto vi può il Sole, che vi si brucia di caldo. Que’pochi Cristiani, che vi si trovano, dal nome in fuori, altro non anno di Cristiano. La gente è rozzissima, ed inettissima. Comunemente non si sa che cosa sia leggere, e scrivere; e per questo fra loro non c’è vestigio di lettere. Si gloriano però d’essere Cristiani. Veggonsi fra loro Chiese, e croci con lampane. Ogni villaggio ha il suo Cacize, ovvero Parroco, il quale in ignoranza non la cede a chi vi sia dei suoi Popolani. Non anno libri, solo recitano a mente alcune orazioni. Quattro volte il giorno vanno alle Chiese – a mezza notte, all’alba, a mezzo dì, e da sera. Non usano campane, ma tabelle, che fanno strepito, come si usa per la settimana Santa nella Chiesa Romana in vece delle campane, e con quel suono strepitoso chiamasi il popolo a venire alla Chiesa: delle orazioni, che recitano, beato chi ne intendesse parola, non che il significato, essendo in lingua Caldea, non intesa nemmeno dai lor Cacizi. Portano gran venerazione a S. Tommaso Apostolo, dicendo di venir da quelli, che il S. Apostolo ridusse alla S. sede. Nelle orazioni ripetono spesso una parola simile al nostro Alleluia. I Cacizi non battezzano, e’l peggio è, che non sanno che cosa sia Battesimo. Io adunque trovandomi in questo luogo, battezzai molti bambini, con buona grazia dei lor Parenti. Anzi molti di loro, più che volentieri, mi conducevano i lor figlioletti, e con molta liberalità m’offerivano quello, ch’avevano della loro povertà a tal che io non disistimava il regaluccio de’datteri offertimi cosi di buon grado. Mi pregarono con istanza di trattenermi con esso loro, promettendomi di battezzarsi tutti, onde io pregai il Viceré, che mi desse licenza di restar quivi, dove io vedea la messe già bionda, ed apparecchiata. Ma perché quest’isola non era presidiata da’Portoghesi, ed era esposta alle scorrerie de’Turchi, dubitò il Viceré, ch’io non fossi lì fatto schiavo, onde pensò egli di non sili ci lasciare. Rispose a quella Gente, ch’io doveva andare a trovare altri Cristiani di loro più bisognosi, e che in pro di questi l’opera mia sarebbe stata meglio allogata. Mi trovai presente al Vespro, che cantava un Cacize: durò una buon’ora, non finendo mai di ripetere le loro orazioni. Le lor Chiese piene sono d’odori e i Cacizi, ancorché ammogliati, sono nel mangiare molto astinenti: fanno di molti digiuni; e non solo s’astengono dalla carne, e dal latte, ma ancor da’pesci, di cui n’anno in gran copia: e più tosto si lasceranno morire, che in tempo di digiuno gustar di cotal cibi, bastando loro di pascersi di palme, ed’ erbaggi, anno due Quadragesime, e una, che dura due mesi. Se alcun del paese in tempo di tal digiuno, mangiasse carne, questi ha per penitenza di non mettere piede in Chiesa. In un villaggio trovai una Donna Saracina con due fanciullini; e non sapendo io che fossero figliuoli di Saracini, gli volea battezzare, ma ricorrendo essi alla Madre, con dirle, eh’ io gli volea battezzare, ella venne a trovarmi, dicendo, che non facessi tal cosa; esser lei Saracina, ne voler che i suoi figliuoli fossero Cristiani. Allora quei di Socotora dissero alla Donna, che degni non erano del Battesimo: e che quando eziandio il volessero, non gliel darebbono. Tanto fu l’odio, che concepirono contro dei Saracini.

Al fine di Febbrajo partimmo di Socotora, e li sei di Maggio arrivammo a Goa. Le cinque navi, che restarono in Mozambiche, salparono poscia a mezzo mese di Marzo. La maggiore di queste, carica di mercanzie di gran prezzo, naufragò, salve solo le persone, che v’eran sopra; l’altre arrivarono a Goa, dove ora mi trovo, abitando nello Spedal degl’Infermi, a cui amministro i SS. Sagramenti della Confessione, e Comunione. Oltre agl’Infermi, tanti sono quegli, i quali desiderano di confessarsi da me, che se fossi in dieci luoghi, avrei gente da confessare. Dopo aver dato soddisfazione agl’Infermi, m’applico la mattina a confessar quelli, che mi vengono a ritrovare. Dopo il mezzo dì vado alle carceri, e insegno a’ Prigioni il modo di confessarsi generalmente, e poi gli confesso. Dalle prigioni me ne passo a una Chiesa della Madonna vicino allo Spedale; e queivi a’ fanciulli insegno le cose necessarie per la salute, dichiarando loro il Simbolo della fede, e i Precetti del Decalogo. Il Vescovo ha ordinato, che ciò si pratichi ancora nell’altre Parrocchie, veggendo, che il frutto è molto grande, ed è alla Città di grandissima soddisfazione. Nella presata Chiesa all’Ospedale vicina, ogni Domenica, e Festa predico la mattina al popolo, e’l giorno esplico il Simbolo degli Aspostoli ai Cittadini di Goa, con tal frequenza, che il luogo non è capace di tanta calca. Fornito il Simbolo, piglierò qualche altra materia della Dottrina Cristina.a Prima dell’ora di predicare le Domeniche mi porto a dir messa ad uno Spedal di Lebbrosi fuori della città; ma prima gli confesso, e di mia propria mano dò loro il SS. Sagramento. La prima volta, che mi sentirono questi Lebbrosi parlare sopra d’un pulpito, mi restarono affezionatissimi. Ora per ordine del Vicerè mi porto ad un certo paese, dove c’è buona speranza, che molti si faran Cristiani. Conduco meco tre Alunni di quel luogo, due de’ quali sono Diacono, e sanno la lingua Portoghese, e della Patria, a cui vado: il terzo ha gli Ordini minori. Spero che farò del frutto. Tosto che da Mozamiche arriveranno il P. Paolo, e Francesco Mansiglia, il Vicerè ha promesso di mandargli ambidue, dove vado io.

Questo paese chiamasi Promontorio di Comorino, ed è distante secento miglia da Goa. Prego Iddio, e gli domando che per merito delle vostre orazioni si scordi dei miei peccati, e diami grazia di potere in quelle parti fruttificare di molto. Il travaglio d’una sì lunga navigazione, l’addossarsi gli altrui peccati, mentre pur troppo sono aggravato dai miei proprj, lo star lungamente in mezzo a’Pagani, in paese, in cui il sol cocente t’abbrucia, tutti questi travagli, dico, se patiscansi, come si debbe, per amore di Dio, certo che sono conforti grandi, e materia di molte, e gran consolazioni celesti. Io non peno niente a creder che quanti amano la Croce di Cristo, menino una vita beata nell’esercizio di travagli sì fatti, estimino una morte il fuggire, ò vivere senza Croce. Qual morte in vero puot’essere più acerba, che vivere senza Cristo e dopo averlo una volta gustato? Credetemi, non c’è Croce, non c’è, che si possa con questa paragonare. Al contrario, oh che beata cosa è mai questa, vivere ogni giorno morendo, e dando contro alle proprie voglie per cercare non gl’interessi nostri, ma quelli solo di Gesù Cristo.

Fonte foto: dalla rete

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