San Francesco Saverio in Giappone

Nel 1549, i primi missionari gesuiti arrivarono in Giappone. Erano Francesco Saverio, Cosimo de Torres e Juan Fernandez. Avevano viaggiato dal porto di Malacca direttamente verso l’impero del Sol Levante a bordo dell’imbarcazione del pirata cinese Awan.


Il 15 agosto, il giorno della festa dell’Assunta, la nave ormeggiò nel porto di Kagoshima, in provincia di Satsuma, nel sud del Kyushu, la più meridionale delle grandi isole dell’arcipelago giapponese.

Le grandi prospettive di profitto che il commercio col Giappone forniva spinse il Regno del Portogallo ad indentificare gli scambi. Così, l’arrivo dei religiosi era stato preceduto da quello dei mercanti portoghesi, alcuni si erano anche stabiliti nell’arcipelago, ma la maggior parte di essi si spostava nelle isole stagionalmente per fare i propri affari e tornare nell’India portoghese.

In Giappone, San Francesco Saverio si immerse in un continuo e faticoso lavoro di evangelizzazione che portò numerose conversioni e la crescita del numero dei missionari europei. Furono fondate case religiose e chiese in molti luoghi, soprattutto a Kyushu e Gokinai, nelle cinque province che circondavano la capitale, sull’isola di Honshu. Furono istituiti ospedali, collegi per la nobiltà, seminari per chi volesse avviarsi alla vita religiosa. La lettera con le prime impressioni del santo sull’arcipelago e sui suoi abitanti, scritta a Kagoshima nel novembre del 1549, fu ampiamente diffusa in Europa, edita a Coimbra già nel 1551, suscitando grande fascino.

San Francesco Saverio fu accolto molto bene, grazie anche all’aiuto di Angiró, il primo giapponese convertitosi al cristianesimo.

Durante il suo soggiorno in Giappone, tracciò alcune linee guida sull’attività missionaria. Sviluppò soprattutto un particolare modello di adattamento culturale al contesto locale. Questo modello di evangelizzazione propugnava un atteggiamento più aperto e comprensivo nei confronti della cultura delle società che i missionari cercavano di convertire. Il cristianesimo stesso si seguiva secondo norme e rituali propri della società giapponese al fine di renderlo meno estraneo agli occhi dei locali. Allo stesso modo l’architettura religiosa gesuitica si adattò agli altri edifici tradizionali del Giappone. I gesuiti poi vollero indossare i vestiti dei bonzi buddisti.

Il Giappone alla metà del sedicesimo secolo era un paese afflitto da una guerra civile, senza un potere centrale in grado di porvi fine. Era devastato dalle guerre e dalla fine della effettiva autorità dello shogunato. L’assenza di un potere centrale esteso a tutto l’arcipelago ha portato alla nascita della cosiddetta daimyo Sengoku ovvero “la nazione in guerra tra Signori feudali”. Se l’assenza di un potere centrale estensibile in tutto il Giappone impedì la diffusione del cristianesimo su base nazionale, favorì invece il pieno radicamento in piccole unità locali. Nelle lettere dell’Apostolo delle Indie, chiaramente si insisteva per la conversione dell’imperatore al fine di ottenere l’autorizzazione per la libera predicazione in tutto il paese, ma ciò si rivelò un fallimento. Francesco Saverio trovò la capitale in rovine, travolta in incendi e decadente. Si rese conto che l’imperatore non aveva un effettivo controllo di quel territorio, così, deluso, rivolse l’attenzione dei suoi missionari sulle aristocrazie militari locali, l’unico potere di fatto nel Giappone di quel tempo.

Poco prima di lasciare l’arcipelago, ottenne incontri con i due più grandi guerrieri del Giappone sud-ovest, Ouchi Yoshitaka e Otomo Yoshishige. La figura del santo nelle sue poveri vesti, privo di doni e incapace di parlare correttamente la lingua, non l’aiutarono. Mutò il suo atteggiamento nel secondo incontro, presentandosi come ambasciatore nel Viceré dell’India, esibendo ricchi paramenti e offerte come un orologio, un fucile da caccia, occhiali, telescopi e tessuti pregiati. Così ottenne la loro autorizzazione alla predicazione. Questo fu il più grande successo raggiunto da San Francesco Saverio nei rapporti con le autorità giapponesi. Tuttavia anche questi incontri non portarono alla conversione dei due capi.

Francesco Saverio però ebbe un forte impatto su quelle comunità di pescatori e contadini. Aveva portato con sé i dipinti della Vergine e di Gesù e questi dipinti lo aiutarono molto a spiegare il cristianesimo ai giapponesi, dal momento che la barriera della comunicazione era enorme. Tuttavia Francesco Saverio ebbe grandi difficoltà a spiegare loro il concetto di Dio. Al di là di ciò, la missione si rivelò molto fruttuosa perché riuscì a creare congregazioni a Hirado, Yamaguchi e Bungo. Il santo lavorò per altri due anni con grande zelo, imparando il giapponese e scrivendo libri in tale lingua. In seguito fu sostituito da altri sacerdoti gesuiti, che supervisionò per un certo periodo poi tornò in India per continuare nelle sue opere evangeliche.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

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