I Bulgari nel Mezzogiorno longobardo

I Bulgari nel Mezzogiorno longobardo

La cronaca di Paolo Diacono ci riserva l’importante testimonianza del primo insediamento dei Bulgari nel Sud Italia.

E’ bene precisare che questi bulgari non possono essere annoverati tra i popoli slavi perché solo nel 679, attraversato il Danubio, svilupparono il nuovo tipo etnico slavo (M. RESETAR, Le colonie serbocroate nell’Italia Meridionale, Campobasso 1997, p. 27).

Paolo Diacono scrive (Storia dei Longobardi, V 29): “A quel tempo il duca dei Bulgari, Alzecone, non si sa per quale motivo, lasciata la sua gente ed entrato pacificamente in Italia con tutto l’esercito del suo ducato, venne dal re Grimoaldo e promise di porsi al suo servizio e di stanziarsi nella terra di lui. Questi lo mandò da suo figlio Romualdo, a Benevento, ordinando gli di concedere ad Alzeconde delle terre perché vi potesse abitare col suo popolo. E il duca Romualdo, accogliendoli benevolmente, assegnò loro una vasta regione, fino ad allora abbandonata, e le città di Sepiano, Boviano, Isernia e altre con i loro territori, e ordinò altresì che Alzecone mutasse il suo titolo e, anzicchè duca, fosse chiamato gastaldo. I Bulgari abitano ancor oggi in quei luoghi e, benché parlino anche il latino, non hanno tuttavia perso l’uso della propria lingua”.
Il motivo per cui Alzecone sarebbe giunto in Italia resta ignoto e parimenti la ragione per la quale il re Grimoaldo decise di inviare i Bulgari al Sud da suo figlio Romualdo, duca di Benevento. Secondo De Rubertis, Grimoaldo contro i Bizantini di Costante II aveva chiamato in suo soccorso dei Bulgari e dunque quelli di Alzecone potrebbero essere stati ricompensati per il sostegno fornito con delle terre, tuttavia nessun particolare della cronaca di Paolo Diacono lascia supporre ciò. Altri studi poi, identificano Alzecone in Alcek, quinto figlio di Kubrat, che fuggì in Baviera tra i Franchi di Dagoberto perché minacciato dagli Avari, suoi ex alleati. Dagoberto, che in un primo momento permise il loro insediamento, ne ordì lo sterminio e solo in 700 riuscirono a trovare riparo in Italia.

Ricostruzione di costume longobardo, Museo del Sannio, Benevento. Foto di Angelo D’Ambra

 

La Necropoli di Vicenne

Scavo recente e di grande importanza, la necropoli longobarda di Vicenne, a Campochiaro, dà sostanza alle affermazioni di Paolo Diacono (B. GENITO, La necropoli altomedievale di Vicenne a Campochiaro, in Samnium, Archeologia del Molise, Roma 1991, pp. 333-338 e 347-399).
Anche dopo il loro arrivo in Italia i Longobardi continuarono a seppellire i morti con un corredo funebre, usanza dismessa dalle popolazioni dell’Impero Romano, grazie alla quale siamo oggi in grado di avere una conoscenza profonda della cultura longobarda. I corredi pervenutici presentano “scramasax” , fibbie per cinture, parti del vestiario, suppellettili, gioielli, pettini, bicchieri, cesoie e strumenti da lavoro che altrimenti sarebbero andati perduti. Delle trecentocinquanta tombe finora portate alla luce nella piana del Tammaro, però, circa il 10% presenta un particolare di notevole interesse storico ed archeologico: si tratta di cavalieri sepolti con i propri destrieri, caratteristica questa propriamente nomade che testimonia l’insediamento di Bulgari in Molise.
Sepolture congiunte del cavaliere con il suo cavallo fino al rinvenimento delle tombe molisane erano state individuate solo nell’Europa centro-orientale e nell’Asia centrale.
Tra le tombe maschili, quelle che contengono anche un cavallo sono oltretutto le più ricche d’oggetti e considerato l’alto costo di un cavallo, la presenza dell’animale nelle tombe potrebbe anche indicare l’appartenenza del defunto ad un ceto alto, viceversa la sola deposizione della bardatura potrebbe caratterizzare l’appartenenza a ceti sociali più umili.

Civitas e gastaldato

Dalla cronaca di Paolo Diacono risulta che il duca Romualdo consegnò ai Bulgari “le città di Sepiano, Boviano, Isernia” (P. DIACONO, op. cit., V 29). Queste città costituivano una regione “vasta” e “abbandonata” dall’età dei Romani, dovevano essere poco sviluppate, con numerosi edifici in rovina e le mura difensive ridotte ad ammassi di macerie. L’uso urbanistico dei Bulgari doveva limitarsi alla chiesa ed a “zone centrali come semplici abitazioni per l’élite”, mentre anfiteatri e teatri divennero “i veri punti di riferimento amministrativi e militari” (G. DE BENEDITTIS, Il territorio di Rotello dai Longobardi ai Normanni in AA.VV., La Contea normanna di Loritello, Campobasso 2002, pag. 43 e segg.).
Paolo Diacono aggiunge inoltre che furono assegnate ai Bulgari anche altre città “con i loro territori” (P. DIACONO, op. cit., V 29). Quali fossero le aliae civitates assegnate ad Alzeco non è dunque esplicitato, tuttavia è possibile dedurre da alcuni toponimi quali fossero alcune di queste località (è il caso per esempio di Castropignano dei Bulgari in provincia di Campobasso), così come è opportuno considerare una influenza (se non proprio una origine) bulgara per le città dell’intero territorio della guastaldia di Bojano (anche Gallo Matese in provincia di Caserta. Vedi N. CONTE MILTENOVA, I Bulgari di Gallo Matese, Roma, 1993) e per quelle, tra Campania e Molise, fortemente legate a Sant’Andrea Apostolo (Solofra e Sant’Andrea di Conza in provincia di Avellino, Ruviano in provincia di Caserta, Sant’Andrea del Garigliano in provincia di Frosinone, forse anche di Gricignano, Sirignano e Capodrise in Campania): lo stesso “vicolo S. Andrea” nel cuore del centro storico di Campobasso “può essere un ricordo della venuta dei Bulgari a Campobasso” (A. BERNINI-CARRI, Lo sviluppo della Città di Campobasso dalle origini agli inizi del sec. XX, in Samnium 1958, pag. 32. cit. in E. DI IORIO, Campobasso: itinerari di storia e di arte, Campobasso 1977, pag. 50).

Campobasso. Fonte foto: dalla rete

In effetti ci sono due tracce che si potrebbero seguire. Paolo Diacono (op. cit. V 29) scrive che: “I Bulgari abitano ancor oggi in quei luoghi e, benché parlino anche il latino, non hanno tuttavia perso l’uso della propria lingua”. Dunque una traccia potrebbe essere quella linguista se si riuscissero a trovare nel dialetto locale segni del passaggio dei Bulgari. La traccia più evidente è però quella del culto a Sant’Andrea Apostolo, elemento caratterizzante il cristianesimo bulgaro.

Infine, proprio ai Bulgari sembra doversi anche la nascita del gastaldato. Alzecone, per ordine di Romualdo, dovette il suo titolo da duca a “gastaldo” (P. DIACONO, op. cit., Libro V 29). I versi di Paolo Diacono sono i primi in cui compare quest’etimo che sembra originarsi dalle “influenze e dalla commistione del derivato culturale longobardo-autoctono con la cultura bulgara”. E’ importante precisare che “la carica assunta dallo stesso Alzeco non giustifica l’interpretazione corrente che vuole questo personaggio unico gestore affidatario di queste civitates” (G. DE BENEDITTIS , op. cit.).

 

Dimensione multietnica del Mezzogiorno longobardo

Così si scopre uno degli aspetti che rende più affascinanti le cronache d’età longobarda: la molteplicità dei diversi protagonisti. Bizantini, Franchi, Saraceni, assieme ai Longobardi di Benevento, a quelli di Salerno, a quelli di Capua ed alle autonome città della Campania determinano un notevole pluralismo sociale, politico ed etnico cui si aggiungevano le migrazioni di altri popoli come i Bulgari.  Si definisce una realtà dinamicamente complessa, segnata dall’assenza di un unico centro politico e culturale, in cui interagiscono protagonisti con patrimoni culturali molto diversi.

 

Autore: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete, salve dove diversamente indicato

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