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Giovanni d’Austria

“Fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Joannes”. Queste parole del vangelo risuonarono sulla bocca di Pio V quando seppe che Giovanni d’Austria, il generalissimo della Lega Santa, aveva battuto i turchi a Lepanto. In molti ritenevano quel nemico imbattibile in mare, invece un principe della cristianità li aveva fermati.

Si è scritto che sia nato a Ratisbona nell’anno 1546 da Barbara Blomberg. L’unica cosa certa è che quando Carlo V si riunchiuse nel monastero di Yuste, raccomandò a suo figlio Filippo, re di Spagna, dell’esistenza di un fratellastro, posto sotto la tutela di Luis Quijada, maggiordomo imperiale. Nel 1559 finalmente il piccolo – battezzato col nome di Geronimo – arrivò in Spagna e fu presentato a Filippo II nel monastero di La Espina. Il re lo accolse con gentilezza, gli mise una spada in mano e gli concesse il Toson d’oro dicendogli: “Sii felice, fratello mio, sei il figlio di un uomo molto nobile. L’imperatore Carlo V, che è nei cieli, è padre mio e tuo”.

Prese a vivere a corte, ricevette gli onori e le distinzioni del rango della maestà reale e fu chiamato Giovanni d’Austria, come nipote della loca, Giovanna di Castiglia. Dapprima Filippo penso di destinarlo ad una vita religiosa, rispettando le indicazioni paterne, e si prese cura di completare l’educazione del ragazzo all’Università di Alcalá de Henares. Però Giovanni era decisamente poco incline a quegli studi, preferiva le armi. Si distingueva negli esercizi di spada tra tutti i suoi coetanei e nelle giostre mostrava abilità e spirito cavalleresco, evidentemente ereditati dal padre. Provocò non poche preoccupazioni a Filippo II quando decise di lasciare segretamente la corte per andare a Barcellona nel 1565, con l’idea di portare soccorso ai cavalieri di Malta, assediati dai turchi. Filippo II provò a contenere tanto ardore, ma mai contraddì le disposizioni naturali che si andavano manifestando nel fratellastro. L’occasione per iniziare i suoi servizi militari fu solo rimandata.

Giovanni fu affiancato al vecchio e infermo Garcia de Toledo a partire dall’ 1 gennaio 1568. L’ex viceré di Sicilia non potè però imbarcarsi per il cattiva stato di salute che lo perseguitava, ma si tenne in continua corrispondenza con Giovanni, informandolo di tutte le serie questioni di organizzazione e armamento. Giovanni per otto mesi guidò continue crociere nel Mediterraneo contro i barbareschi, ma fu il sollevamento dei mori di Granada – la cosiddetta rivolta di Las Alpujarras – a richiamarlo in Spagna, per operazioni sulla terra ferma. Era il 1569, aveva ventiquattro anni e si ritrovò vittorioso a capo di un esercito per la prima volta. Con quell’esperienza acquisì esperienza e sicurezza nel comando, doti necessarie per affrontare la tempesta minacciosa che incombeva all’orizzonte…

I turchi avevano raggiunto l’apogeo della loro grandezza con le vittorie di Solimano e Selim II, suo successore, intendeva ampliare ulteriormente i già considerevoli domini ottomani, a cominciare dall’isola di Cipro, di proprietà dei veneziani. Pio V fece sentire la sua voce, convocando tutti coloro che potevano fare qualcosa per fermare il terribile nemico. Con la sua parola persuasiva provò a formare una lega a scopo difensivo, ma fu difficile vincere rivalità e pretese che dividevano il mondo cristiano. Solo la Repubblica di Venezia, direttamente coinvolta per i suoi interesse a Cipro, e la Spagna, i cui re si fregiavano del titolo di campioni della fede, risposero all’appello papale. I plenipotenziari stabilirono le condizioni della Lega, la durata e l’oggetto dell’unione, la distribuzione delle spese, il contingente di navi e soldati, e si convenne d’affidare il comando a Giovanni d’Austria.

Il 6 giugno, dopo aver ricevuto le ultime istruzioni da suo fratello, Giovanni lasciò Madrid e si recò in pellegrinaggio a Monserrat, poi si imbarcò a Barcellona con 30 galee. Si diresse a Genova e poi a Napoli, dove gli ambasciatori pontifici gli consegnarono una spada, uno scettro e o stendardo della Lega, in damasco blu con un crocifisso ai cui piedi c’erano le armi pontificie, con quelle della Spagna a destra e quelle di Venezia a sinistra. Infine andò a Messina, dove le diverse squadre navali si unirono. Tra i comandanti c’era diversità di opinioni sul piano delle operazioni da seguire, ma le idee di Giovanni prevalsero. Saputo della capitolazione di Famagosta e della crudeltà usata verso i suoi abitanti, egli intese cercare il nemico e dargli battaglia senza indugiare ancora. La battaglia fu combattuta il 7 ottobre 1571 e fu un successo salutato da tutta la cristianità.

Giovanni rientrò a Messina riconosciuto come vero artefice della vittoria, rimorchiando le galee nemiche con la poppa in avanti in derisione e tenendo le bandiere a mezzaluna affogate nell’acqua. Fu accolto dalle salve d’artiglierie, dagli squilli delle trombe e dal clamore della folla che corse a salutarlo al porto. La città decise di erigere una statua di bronzo in onore del principe e gli offrì un regalo di trentamila corone che Giovanni accettò con gratitudine e destinò al soccorso dei feriti. Tutte le città d’Italia e di Spagna salutarono quella vittoria e il principe ricevette congratulazioni da ogni parte, soprattutto dal fratellastro. Ci volle poco e la Lega però finì disintegrata dalle solite invidie delle potenze cristiane…

Giovanni, senza i veneziani, nell’ottobre del 1573 lasciò la Sicilia con centoquattro galee e ventimila uomini e sbarcò in Tunisi, soggiogandola e conquistando centocinquanta pezzi di artiglieria e munizioni. Ma l’operazione che ebbe un così buon inizio fallì a causa di disaccordi con Filippo II che avrebbe voluto smantellare per sempre le fortezze tunisie e il castello de La Goletta, al fine di non preoccuparsi più del loro mantenimento e destinare tutte le risorse alla Fiandre. Giovanni invece intendeva mantenere il controllo della regione e fondarvi un regno cristiano. Per questo motivo, non solo non rispettò gli ordini ricevuti, ma iniziò a costruire un altro castello presso Tunisi, affidando i lavori al milanese Gabriele Serbelloni. La notizia giunse a Selim II che astutamente avviò una serie di contatti con le varie potenze europee nemiche della Spagna, ovvero la Francia, Guglielmo d’Orange ed i principi protestanti di Germania, elargendo loro dei finanziamenti con l’intenzione di far aprire subito un nuovo fronte di guerra in Europa per distrarre gli spagnoli dal Nord Africa. Nel frattempo Giovanni rientrò in Italia lasciando in Tunisia una guarnigione di 7000 uomini. Il 12 luglio 1574, nove mesi dopo la sua vittoria, una flotta musulmana di circa 250 navi e 75.000 uomini guidati da Sinan Pasha, con le truppe dei reggenti di Algeri e Tripoli, prese La Goletta. Giovanni aveva invano tentato di intervenire con una flotta di galee di Napoli e Sicilia. Cervantes, che dopo Lepanto fu tra i soldati che Giovanni d’Austria inviò in soccorso in Tunisia, affermò che gli ottomani condussero 22 attacchi al forte di Tunisi, perdendo 25.000 uomini, mentre sopravvissero solo 300 cristiani, la maggior parte dei quali finì schiavo. Una tempesta aveva impedito che i soccorsi di Giovanni potessero sbarcare. Filippo II ne fu profondamente stizzito perchè si ritrovò senza più Tunisi, finita nuovamente in mani musulmane, e con le Fiandre di nuovo in armi.

Quando Giovanni tornò in Spagna, Filippo II non gli riserbò la solita festante accoglienza. Erano subentrati rancori e gelosie. Il re lo volle nei Paesi Bassi, scuola di guerra e politica, diplomazia e intrighi. Dopo i deludenti risultati sia del Duca d’Alba sia di Luis de Requesens, il re di Spagna pensò che il fratellastro con le sue abilita militari avrebbe potuto risolvere il conflitto. Brevissima fu la sua avventura nelle Fiandre. L’assalto a Namur e la battaglia sulle pianure di Gemblous furono le sue glorie. Morì a Bouge, a 32 anni, dopo sedici giorni di febbri. Spirò in una baracca, assicurandosi alla Vergine. Imbalsamato e vestito dell’armatura e del Toson d’Oro, il suo feretro fu portato sulle spalle dai suoi maestri di campo, accompagnato da tutto l’esercito, tra picche e bandiere nere.

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

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Uno commento

  1. adriano verani

    Lepanto. Venezia, da sola aveva contribuito alla Lega Santa con oltre meta di tutte le navi presenti. Altre navi erano quelle del Papa e di Regni italiani anche se dipendenti dalla Corona di Spagna. Soo un numero minore erano del tutto non italiane. Vi era, pro veritate, come fanteria imbarcata il Tercio. La mia domanda è se si può dare con giustizia il merito di Lepanto a don Juan de Austria e non piuttosto a Sebastiano Venier, vecchioo ed esperto marinaio ? Come mai un giovane poco più che ventenne poteva avere non solo una grande esperienza di guerra terrestre ma addirittura di manovra navale – difficilissima – , e di tattica navale ? Cosa dicono gli esperti ? Non sarà un’altro degli innalzamenti con cui sia francesi che spagnoli sono specialisti ? Cosa dicono gli storici veneziani ?

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