Enrico IV, l’umiliato di Canossa

Quando Enrico IV di Franconia venne al mondo, nel Kaiserpfalz di Goslar l’11 novembre 1050, il Sacro Romano Impero della nazione germanica era probabilmente al suo apogeo. Governato da 26 anni dalla dinastia Salica si ergeva in Europa incontestabilmente come la maggiore entità politica esistente. L’imperatore comandava le risorse dei tre regni di Germania, d’Italia e di Arlés e amministrava l’impero per il tramite dei grandi signori laici ed ecclesiastici.

Le terre dell’impero erano divise tra terre allodiali e terre di proprietà della corona. Mentre le terre allodiali erano in possesso ereditario di antiche stirpi nobili le terre della corona erano affidate dagli imperatori in amministrazione a diversi personaggi. Questi possono essere ridotti, in pratica, ai nobili, già titolari di terre allodiali, che ricevevano terre della corona in feudo con facoltà di trasmissione ereditaria; ai ministeriales, individui non nobili e non liberi, legati al signore (in questo caso l’imperatore), con facoltà, talvolta, di trasmissione ereditaria; e infine, cruciali nella amministrazione imperiale, ai grandi funzionari ecclesiastici, vescovi e abati, ove era esclusa la trasmissione ereditaria, ritornando alla morte del titolare il feudo nella disponibilità della corona.

Gli imperatori concedevano le terre in feudo a funzionari di provata fedeltà e dovevano prestare la massima attenzione a questo fatto.

Il territorio del regno di Germania (per Italia e Arlés era leggermente diverso) era a sua volta soggetto ad una suddivisione tradizionale in ducati, i cosiddetti ducati tribali, retaggio dell’impero carolingio. Tali ducati erano Sassonia, Franconia, Lotaringia, Svevia e Baviera. La loro definizione territoriale era piuttosto incerta, i duchi avendo l’autorità più che sui territori sui nobili titolari in primo luogo di beni allodiali tradizionalmente appartenenti alla medesima stirpe. La monarchia era elettiva ma i sovrani tentavano sempre di assicurarla ai propri eredi attraverso l’espediente di farli eleggere come successori con loro ancora in vita; ma per far questo avevano bisogno dell’appoggio di questi duchi che erano nei fatti gli elettori. Al re i duchi chiedevano sempre e comunque la cessione in feudo a se stessi e ai nobili da loro dipendenti di terre della corona quale compenso per l’appoggio al momento dell’elezione e anche in seguito, perché raramente, anche se il primato regio non veniva messo in discussione, essi al re obbedivano ciecamente, essendo più spesso che no propensi a ribellioni e insurrezioni. In tale sistema il potere del sovrano di nominare i grandi dignitari ecclesiastici era cruciale poiché costoro erano in fin dei conti i personaggi cui veniva delegata l’amministrazione di vaste proprietà della corona senza il rischio che esse finissero in successione ereditaria e che quindi, prima o poi, uscissero dalla disponibilità della corona stessa. Disponibilità che, ricordiamolo ancora, era indispensabile per legare al sovrano o ricompensare i grandi signori laici quando inclini alla ribellione.

Il risvolto negativo della medaglia quando si guardava al mondo ecclesiastico è che questi prelati erano alla fine molto simili ai signori laici, spesso lontani dalla cura delle anime e attenti soprattutto ai propri affari terreni, per cui erano disposti ad investire risorse al fine di essere nominati vescovi o abati incorrendo quindi nel peccato di simonia. Tale atteggiamento degli alti prelati tendeva altresì a trasferirsi negli ecclesiastici di rango inferiore, via via sino ai preti più poveri, per cui la Chiesa in senso lato era abbastanza screditata. Il capo della Chiesa, il vescovo di Roma, esercitava un’autorità estremamente limitata su tutta la gerarchia ecclesiastica, ed era o espressione delle fazioni dell’aristocrazia romana oppure di espressa nomina imperiale.

Nell’ambito di tale situazione, in seno alla comunità cristiana, a partire dalla prima metà del sec. XI, si svilupparono dei movimenti di riforma. Uno di questi, la riforma cluniacense, volto a recuperare gli originali valori monastici, fu indirettamente all’origine, grazie all’opera di prelati e pensatori di grande valore, di un movimento, poi chiamato riforma gregoriana, che riconobbe la necessità per riformare la Chiesa di intervenire sull’istituto pontificale, sottraendolo di fatto alla nomina politica, nonché di avocare al papa la nomina dei grandi dignitari ecclesiastici, in modo che essi tornassero ad essere in primo luogo pastori di anime. Ma così facendo tale movimento minò alle fondamenta il sistema amministrativo dell’Impero Romano-Germanico.

Enrico III, padre e predecessore di Enrico IV, era stato un convinto sostenitore della riforma quale agente moralizzatrice della Chiesa, e ne aveva dato prova quando aveva esercitato il potere imperiale di nomina pontificia nominando una serie di papi di origine germanica di elevate qualità intellettuali e morali. Ma chissà se sul letto di morte, a soli 39 anni, il 5 ottobre 1056, poteva prevedere quello che sarebbe successo al figlio bambino.

Ad Enrico IV andò tutto storto sin dall’inizio. Ascese al trono sotto la reggenza della madre, Agnese d’Aquitania, che poté garantirsi l’appoggio dei grandi signori laici solo mediante una sistematica distribuzione di terre della corona, situate soprattutto in Sassonia. In più sotto la reggenza andò perduto il controllo di fatto che Enrico III aveva stabilito sull’elezione papale. I prelati e i clerici riformisti, tra cui si distinguevano Umberto di Silva Candida e Ildebrando di Soana, alla morte dell’ultimo papa tedesco, Vittore II, nel 1057, riuscirono a eleggere una serie di papi, Stefano IX, Niccolò II e Alessandro II, senza che l’imperatrice reggente avesse alcuna voce in capitolo. Non solo, nel 1059, all’elezione di Niccolò II, codificarono in qualche modo le regole dell’elezione papale affidandola all’assemblea dei cardinali e senza prevedere alcuna proposta o approvazione imperiale. Ultimo, e decisivo colpo alle prerogative imperiali, si era infine avuto con il trattato di Melfi in cui Nicolò II aveva investito i normanni Roberto d’Altavilla e Riccardo Drengot delle loro conquiste nell’Italia meridionale quali vassalli di Santa Romana Chiesa.

A ciò si aggiunga che, in occasione della elezione di Alessandro II nel 1061, buona parte dei prelati tedeschi si rivoltarono al papa eleggendo un antipapa, il vescovo di Parma Cadalo, con cui si schierò l’imperatrice. I prelati “filo-romani” allora arrivarono nientemeno che a organizzare il rapimento del dodicenne Enrico, che fu attuato nel famoso colpo di Kaiserwerth dell’aprile 1062. In tale occasione Enrico, per sfuggire ai propri rapitori, si gettò nelle acque del Reno rischiando la vita.

Agnese a questo punto fu esautorata dalla reggenza e si ritirò di buon grado, venendo sostituita dai due arcivescovi Annone di Colonia e Adalberto di Brema che ressero l’impero sino alla maggiore età di Enrico nel 1065 in accordo con i grandi aristocratici, ai quali continuarono ad alienare terre della corona. Questi fatti contribuirono a rendere Enrico estremamente diffidente e sospettoso verso i grandi personaggi, spingendolo spesso ad appoggiarsi a consiglieri di bassi natali con conseguente disdegno dei nobili, e questo avrebbe manifestato significativi effetti in seguito.

Maggiorenne dal 1065, Enrico contrasse matrimonio con Berta di Savoia nel 1066 poi iniziò a dedicarsi a rafforzare la propria base di potere. Esiziale in tal senso era il recuperare buona parte delle terre della corona che erano state alienate ai magnati dai reggenti durante la sua minore età. Per far questo Enrico si avvalse in primo luogo di ministeriales a lui fedeli provenienti dalla Svevia, che furono spediti in Sassonia a indagare sulle circostanze della cessione e appropriazione delle terre imperiali. Questo fatto scatenò l’ostilità e la reazione sassone con le prime avvisaglie degli scontri successivi. E sassoni erano non solo signori propriamente basati in Sassonia ma anche altri che detenevano in Sassonia terre allodiali ma erano stati nominati ad altre cariche, come per esempio il potentissimo Ottone di Nordheim, duca di Baviera.

Il primo round di Enrico con i sassoni non fu particolarmente violento e diede al re una confidenza nella propria forza che in seguito contribuì a tradirlo.

Abbiamo già visto come la nomina dei vescovi fosse un cardine nel sistema amministrativo dell’impero. Fu un fulmine a ciel sereno il primo conflitto con il papato che scoppiò nel 1070 quando Enrico nominò Gottifredo da Castiglione alla carica di arcivescovo di Milano; Gottifredo era stato il segretario del precedente arcivescovo Guido da Velate, in odore di simonia, osteggiato dalla fazione riformista milanese dei Patarini. Il pontefice Alessandro II bocciò la nomina imperiale scomunicando Gottifredo e questo fatto, inaudito, diede forza alle fazioni riformiste che in altre occasioni, a Costanza e a Reichenau, rifiutarono i candidati imperiali.

Nel 1073 Alessandro II morì e al suo posto fu eletto il riformista Ildebrando di Soana, Gregorio VII. Costui era convinto fautore non solo della necessità di riformare la chiesa e di garantirne l’indipendenza ma si spingeva più in la, teorizzando la subordinazione dell’imperatore al papa.

Il conflitto scoppiò dopo una violenta rivolta sassone, nel 1073-1074, che Enrico a fatica soppresse con le armi. La causa fu ancora una volta la sede di Milano. Enrico nominò Tedaldo, forse anche lui appartenente ai capitanei di Castiglione, ma Gregorio lo scomunicò. Offeso nelle proprie prerogative imperiali, o meno prosaicamente avendo intuito la minaccia che questo significava per l’impero, Enrico convocò un sinodo a Worms atteso dalla maggioranza degli alti prelati tedeschi che dichiarò l’elezione di Gregorio VII invalida e ne domandò l’abdicazione. A questo il papa rispose scomunicando il re, il 24 febbraio 1076. Il fatto era senza precedenti ed ebbe gravissime conseguenze. I grandi nobili e i grandi prelati ne approfittarono immediatamente intimando al re di sottomettersi al pontefice e accettare le sue pretese, vedendo in questo soprattutto una via per rientrare al comando nell’amministrazione del regno: non solo, intimarono al re di ottenere la revoca della scomunica entro il 24 febbraio 1077 pena la sua deposizione. I Sassoni ne approfittarono per ribellarsi nuovamente. Enrico IV appariva finito. Ma a questo punto si ebbe il “coup de theatre” che rese il re famoso nella storia. Con la moglie incinta e pochi seguaci Enrico varcò il Moncenisio nel dicembre 1076 in condizione terribili e il 25 gennaio 1077, sorprendendo tutti, si presentò sotto le mura del castello di Canossa, ove si trovava il pontefice ospite della contessa Matilde di Toscana. La storia è nota: vestito di un semplice saio Enrico avrebbe atteso tre notti fuori dalle mura del castello implorando l’assoluzione che il pontefice non poté rifiutarsi di concedergli. Ritornava il re di Germania nella pienezza dei suoi diritti e dei suoi poteri in armonia con il pontefice.

I grandi laici non erano però pronti a questo esito e portarono la loro ribellione alle estreme conseguenze eleggendo un anti-re, Rodolfo di Rheinfelden, duca di Svevia, e facendo causa comune con i sassoni. Enrico ebbe pochi sostenitori tra i grandi nobili, tra i duchi solo quello di Boemia, ma raccolse l’adesione della nobiltà minore, dei contadini e delle nascenti borghesie cittadine. I grandi ecclesiastici furono divisi, ma in genere il clero tedesco fu più vicino al re. Gregorio VII fu all’inizio neutrale ma la sua pretesa di rinunzia da parte di Enrico al diritto di investitura lo portò alla fine dalla parte dei ribelli, scomunicando nuovamente il re e riconoscendo l’anti-re; ma questa seconda scomunica non ebbe lo stesso effetto della prima. Fu guerra civile in Germania, con grandi battaglie campali, sino a quando l’anti-re Rodolfo, pur vincitore, cadde nella battaglia di Höhenmolsen il 14 ottobre 1080.  I nobili gli elessero un successore, Ermanno di Salm, ma con poco successo. I Sassoni, anch’essi stanchi delle continue lotte, riconobbero Enrico. Questi a questo punto, vincitore in Germania, risolse di regolare i conti con Gregorio in Italia. Già nella primavera 1080, ad un sinodo a Bressanone, Enrico aveva fatto eleggere il vescovo Guiberto di Ravenna quale antipapa come Clemente III. Con poche milizie tedesche, e appoggiandosi soprattutto ai propri sostenitori italiani, Enrico scese in Italia, sconfisse la contessa Matilde e alla fine occupò Roma, mentre Gregorio VII si rifugiava in Castel Sant’Angelo. Qui l’antipapa gli pose finalmente sul capo la corona imperiale il 1º aprile 1084. Gregorio VII fu alla fine liberato dai normanni, che arrivarono in suo soccorso costringendo Enrico alla fuga ma ponendo la città a sacco, e con i normanni abbandonò Roma; scomunicò Enrico per la terza volta ma questa volta in pochi se ne curarono e infine morì a Salerno il 25 maggio 1085.

La storia di Enrico IV dall’incoronazione imperiale alla morte è per certi versi triste. In Germania fu una serie ininterrotta di rivolte e di insurrezioni, in generale di modesta entità, ma continue. Il re si dovette sempre confrontare con i grandi magnati e i sassoni, mentre il clero fu diviso e la nobiltà minore e le città generalmente lo appoggiarono. Dopo la morte di Gregorio VII e quella del suo successore Vittore III l’elezione di Urbano II portò contro il re un altro grande antagonista che con un colpo da maestro nel 1089 concluse il matrimonio della matura contessa Matilde con il giovanissimo Guelfo, figlio diciottenne di colui che era ora il principale dei magnati, il duca Guelfo I di Baviera. L’imperatore scese nuovamente in Italia ma questa volta con l’ausilio delle milizie bavaresi la contessa Matilde poté sconfiggere l’esercito imperiale nelle montagne intorno a Canossa nell’autunno 1092. Enrico fu costretto a restare in Italia poiché il duca di Baviera gli impediva il passaggio verso la Germania e fu costretto altresì ad assistere alla ribellione del proprio figlio primogenito Corrado, il successore designato, che rinnegò il padre accedendo a tutte le pretese ecclesiastiche trasformandosi a sua volta in anti-re. Ma se anche la rivolta di Corrado fu soffocata e il matrimonio bavarese di Matilde fu dissolto Enrico non riuscì a riguadagnare un vero e stabile potere in Germania, ormai ridotta in una condizione di semi-anarchia. Il paese rimase estraneo al richiamo di Clermont e al movimento crociato. Solo Enrico si distinse nel tentare di proteggere gli ebrei della Renania dalle mattanze scatenate dal passaggio dei crociati. I grandi magnati acconsentirono alla nomina del suo secondogenito, Enrico, come successore, ma anche da questo secondo figlio Enrico fu alla fine tradito e imprigionato. Riuscito a fuggire l’imperatore chiamò ancora a raccolta con successo i propri sostenitori e dalla Lotaringia riprese la lotta con qualche successo. Era ospite del vescovo Otberto quando in Liegi venne improvvisamente a morte il 7 agosto 1106, su di lui gravante ancora la terza scomunica lanciata da Gregorio VII nel 1084.

Questa, per sommi capi, la movimentata vicenda terrena di Enrico IV di Franconia.

Tradizionalmente la figura di Enrico IV di Franconia fu vista come quella di un imperatore perverso, debosciato e tiranno, oppressore della Chiesa, contro cui si ersero le figure di pontefici come Alessandro II, Urbano II e soprattutto il grandissimo Gregorio VII. Figure che, soprattutto quest’ultimo, diedero corpo ad una riforma ecclesiastica che lanciò la Chiesa da una posizione subordinata alle vette dell’universo medievale. Eppure è evidente come Enrico, trascurando le accuse personali mosse dai sostenitori della fazione avversa, fu un grande lottatore e un grande difensore di un’istituzione che minacciava di crollare. La lotta per il diritto all’investitura non fu lotta contro la Chiesa in se ma lotta per garantire la sopravvivenza dell’impero, che in assenza delle investiture ecclesiastiche e della fedeltà dei vescovi non sarebbe potuto sopravvivere alle pretese dei duchi e dei grandi signori, la cui potenza avrebbe progressivamente costretto un monarca elettivo all’impotenza. Non solo. La vicenda personale di Enrico IV durante le reggenze influenzò grandemente il modo di pensare dell’imperatore, che per primo scelse di appoggiarsi non sui grandi magnati ma sulla piccola nobiltà, sui ministeriales e sulle nascenti borghese e aristocrazie urbane. Questo conflitto con la grande aristocrazia, solo, permise la vittoria della Chiesa, che altrimenti, come dimostrarono le vicende del 1081/1084, avrebbe potuto essere sottomessa quasi solo dalle forze italiane filo-imperiali. La caparbietà, la resistenza alle continue avversità, la ferrea volontà di Enrico IV permisero al Sacro Romano Impero di non implodere a fronte di una riforma che lo minava nelle fondamenta. In tale senso ha ragione Ferdinando Gregorovius quando, in un eccesso forse di retorica nazionalistica ottocentesca, scrive che in Enrico IV, l’umiliato di Canossa, la Germania ebbe un grande e tragico campione.

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Valerio Lucchinetti, laureato in Discipline Economiche e Sociali all’Università Bocconi di Milano con tesi di storia economica sui mercati granari in Lombardia nel XVIII secolo. Attivo professionalmente nel settore della gestione di portafogli azionari è appassionato di storia, con preferenza per il Medio Evo e l’età moderna sino alla Rivoluzione Francese.

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: Brooke e Zachary, Gregory VII and the First Contest between Empire and Papacy; Brooke e Zachary, Germany under Henry IV and Henry V; G. M. Cantarella, Il sole e la luna. La rivoluzione di Gregorio VII papa; H. Fuhrmann, Germany in the high middle ages c.1050-1200

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