I goti in Italia

La migrazione degli unni dalle steppe russe alla Pannonia, nel 370, ebbe delle profonde ripercussioni sulla vita delle tribù gote accampate oltre la foce del Don. Alcune di esse, vinte in battaglia, si unirono a loro, altre cercarono scampo spingendosi entro i confini dell’impero sotto la guida di diversi capi; molte conservarono la fede negli dei del paganesimo germanico, alcune si convertirono al cristianesimo. Non sarebbe stato l’unica trasformazione nel corso della tortuosa storia che li avrebbe condotti in Italia.

I goti provenivano dall’isola svedese di Gotland, “scandaza insula, vagina nationum”, scrive Iordanes nel IV libro della Getica. Raggiunsero il delta della Vistola, dove batterono i rugi, prima di essere sconfitti dai gepidi (P. Louth, La civiltà dei germani e dei vichinghi). Sulla strada del Mar Nero sottomisero i vandali e si stanziarono nell’area pontico-danubiana come riferito nella Germania di Tacito e nella Geographica di Strabone. Ancora Iordanes ci dice: “Quelli dei goti pertanto che, sotto la guida di Filimero, erano riusciti a passare il fiume e a giungere in Scizia prendendone possesso, com’era nei loro desideri, mossero subito contro gli spali, li combatterono, li vincero procedendo, ormai da vincitori, fino a quell’estrema parte di Scizia prossima al Mar Nero”(Getica, III, 16). Fu Cassiodoro Senatore a diffondere il nome di visigoti, dal goto wisi, ovvero “nobili”, per indicare i goti stanziati ad ovest, mentre quelli che avevano posto il loro insediamento oltre la foce del Don furono detti ostrogoti, dal goto ostgoten, ovvero “goti dell’est” (H. Wolfram, Storia dei goti).

Attraversato il Danubio, i goti di Atanarico ottennero ospitalità da Teodosio a Costantinopoli, forse memore della sconfitta subita ad Adrianopoli nel 378, quando morì l’imperatore Valente (Iordanes, XXXVI, 138), invece quelli di Alarico, re della dinastia dei Balti ed ex federato di Roma, furono sconfitti dal vandalo Stilicone, generale di Onorio, imperatore d’Occidente.

Questi uomini giungevano entro i confini dell’impero con un baglio di armi e tecniche militari già da tempo profondamente mutato, portavano la picca a ferro corto invece della lunga lancia germanica, impugnavano spade lunghe e flessibili lavorate mediante saldatura di acciai diversi ed avevano sostituito il caratteristico scudo esagonale con quello ovale in uso presso i nomadi iranici, in più, a conttto coi romani d’Oriente avevano fatto propri elementi del loro armamento e delle loro strategie. Parimenti profonde innovazioni ci furono in campo politico, i goti infatti ebbero per lungo tempo due re affiancati dai comites, una vera e propria aristocrazia guerriera che aveva declassato le vecchie assemblee tribali (vedi P. Louth)

Alla morte di Stilicone, i goti valicarono le Alpi Giulie portando disordine e miseria nel nord dell’Italia per quasi due anni. Ottennero da Onorio, col ricatto, 5000 libbre d’oro, 30000 d’argento e 300 di pepe con 4000 tuniche di seta. Non si fermarono e il 24 agosto del 410 saccheggiarono Roma. Abbandonata l’Urbe dopo sette giorni di scempi, percorsero con celerità la Campania con l’intenzione di spingersi sino in Calabria e poi in Sicilia e da lì raggiungere via mare l’Africa. La loro marcia fu rapida perchè avrebbero voluto evitare l’arrivo della cattiva stagione che poteva rendere impossibile la navigazione. Passarono per la via Appia, in tutta probabilità, si fermarono a Capua e la tennero a sacco, poi procedettero verso Napoli senza però espugnarla, fallirono infine nel loro scopo perchè, quando giunsero presso lo stretto di Messina, i venti autunnali rendevano ormai il mare tempestoso ed era impossibile salpare. Risalirono quindi la penisola e, morto Alarico, valicarono le Alpi sotto la guida del nuovo re, Ataulfo. In un primo tempo questi aveva nutrito clamorose pretese imperiali. Paolo Orosio in Historiarum adversos paganos libri VII, gli fa dire: “Ho deciso di aspirare alla gloria di restaurare nella sua integrità il nome romano grazie alla forza gotica. Spero di passare alla posterità come il restauratore di Roma”. Tuttavia prestò rinunciò ai suoi piani, sposò Galla Placidia e guidò il suo popolo nella Francia del Sud e nella penisola iberica.

L’Impero romano era oramai agli sgoccioli. Tartassato anche dai vandali, si apprestava a finire ancora sotto la scure dei barbari, nel 475, quando Odoacre deposte l’ultimo imperatore Romolo Augustolo e lo esiliò nel castrum Lucullanum di Napoli.

Odoacre fu forse di origine scira, uomo di notevole statura, dalla capigliatura rossa e dai baffi biondi (Eugippius, Vita Sancti Severini), fu capo capace e astuto e giocò bene le sue carte. Non uccise Romolo Augustolo, gli concesse una pensione annua di seimila soldi e lo tenne prigioniero nelle acque partenopee. Non si proclamò poi imperatore, ma rex gentium accattivandosi le simpatie dei bizantini ai quali spedì le insegne imperiali. Conservò il potere per circa diciassette anni, dal 476 al 493, si circondò di uomini di elevata cultura come Simmaco, Boezio, Probino e Anicio Fausto, ma quando, nel pieno della controversia tra ortodossi e monofisiti, provò a consolidare i suoi legami col papa per affrancarsi da Costantinopoli, s’inimicò l’alleato. Nel 488 Zenone, succeduto all’imperatore Leone II quattordici anni prima, volle punirlo e incaricò un altro goto, Teodorico, per l’occasione fatto magister militum et patricius, di riconquistare la penisola.

Teoderico, figlio di Teodemiro della dinastia degli Amali, proveniva dalle schiere ostrogote, era stato allevato alla corte di Bisanzio e ne aveva messo a soqquadro i domini balcanici. Chiamato all’impresa e allettato dall’idea di cingere il capo con una corona, sconfisse Odoacre una prima volta nell’agosto del 489 sull’Isonzo ed una seconda a Verona, nel settembre dello stesso anno. Costretto a rinchiudersi entro le mura di Ravenna, capitale del suo regno, Odoacre tenne testa ai nemici sino al 493 d. C. e diede loro in ostaggio suo figlio Telano, illudendosi di poter dividere il potere col nuovo arrivato. Aprì dunque le porte della città, assediata ormai da tre anni, e si riconciliò con Teodorico, dinnanzi al Vescovo Giovanni. La sua vita sarebbe finita nel giro di poche ore, durante il banchetto celebrativo: fu sgozzato direttamente per mano del rivale in una disputa accesasi all’improvviso, forse studiata ad arte.

Teodorico si mostrò da subito accorto e intelligente nel governo. Prescrisse ai suoi “di amare il Senato e il popolo romano e di conservare sempre l’amicizia dell’imperatore d’Oriente” (Iordanes, Getica, LIX). Con questa ricetta riuscì a governare per ben trent’anni e assicurò all’Italia una pace ed una stabilità politica che mancava da largo tempo. Lasciò inalterata la fisionomia amministrativa romana. La Penisola fu divisa in diciassette provincie, rette da diciassette presidi, affiancati da comes e consoli, che al tempo stesso erano giudici, amministratori e intendenti di finanza. Tutti dipendevano dal prefetto del pretorio che risiedeva a Ravenna. La ricerca di equilibrio politico, culturale e sociale però svanì alla sua morte, nel 526. Il suo regno cadde in balia di fameliche lotte intestine e fu travolto dall’esercito bizantino.

 

 

 

Autore articolo e foto: Angelo D’Ambra

 

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