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La Guerra Italo-Turca

Il 4 ottobre del 1911 millecinquecento marinai italiani sbarcarono a Tobruk principiando l’occupazione che avrebbe sottratto la Libia all’Impero Ottomano. Un mese dopo, un decreto regio proclamò la sovranità italiana sulla Tripolitania e la Cirenaica. Nel giro di un anno tutto fu consolidato, ma la Guerra Italo-Turca sembra assente dalla memoria storica del Paese, tutto è caduto nel dimenticatoio.

Le ambizioni coloniali dell’Italia di Giolitti si concentrarono sui domini ottomani, sconvolti dai fermenti politici del movimento di Ataruk. Sì guardò però alla Libia, non alla Turchia in sé, e per ragioni molto pratiche. La presenza di navi italiane nel Mar Rosso fu leggera, pressoché rivolta a bloccare i trasporti di truppe, munizioni, armi, vettovaglie, sostanzialmente frenata da trame politiche. A gennaio 1912 la Regia Marina bombardò Akaba e Moka, poi stabilì il blocco di Hodeida e Loheua, e bombardò pure Giabanah. A febbraio il Calabria bombardò Scheik-said, mentre la Divisione navale dell’Ammiraglio Revel distrusse l’incrociatore turco Aumillah e la torpediniera Antallia nel porto di Beirut, in quella che fu chiamata Battaglia della Prevesa. Alcuni punti fortificati della costa anatolica furono ancora bombardati, i Dardanelli furono forzati, ma non si credette opportuno operare contro certi obbiettivi perché troppo grandi erano gli interessi commerciali in gioco sugli stretti. Certamente più insistente fu quella nel Mar Egeo con la totale occupazione degli isolotti turchi, anzitutto Rodi.

Il corpo di spedizione in Libia invece ebbe ruolo da protagonista. I suoi avversari furono tre, le tribù barbaresche, pagate dai comandi turchi, il contrabbando delle armi al nemico da Tunisi e dall’Egitto e le tempeste che resero pericolosa la navigazione in mare e spesso vietarono per più giorni le operazioni di carico e scarico negli stessi porti. Una prima ricognizione della nostra aviazione rilevò le posizioni e le forze del nemico valutate complessivamente in dodicimila arabi e circa tremila turchi ad Aziziah e venticinquemila beduini e circa 600 regolari turchi in Cirenaica, sparsi tra Bengasi, Derna e Tobruk. Il governo italiano, invece, a gennaio portò in Libia 87 battaglioni con 92 mitragliere, 12 squadroni, 254 pezzi di calibro diverso e 20 compagnie del genio per un totale di 93.000 uomini con 3000 ufficiali e 15.000 quadrupedi.

Si susseguirono missioni per il rilievo topografico della regione e subito, i porti presi, vennero fatti oggetto di studio e lavoro per il loro miglioramento. Egual cosa si dica della costruzione dei tronchi ferroviari. Questi lavori, concentrati a Tripoli, Bengasi, Derna e Tobruk, furono portati avanti sempre respingendo i ripetuti assalti nemici rinvigoriti dal contrabbando. Lo stanziamento delle truppe proseguì sino a dicembre 1911 senza grandi scontri. I combattimenti non furono mai di grande entità. Le cose mutarono leggermente solo col nuovo anno.

Il 1912 fu il vero anno della guerra. Intorno a Tobruk gli italiani costruirono alcuni forti che, sul finire di gennaio, risultavano completi d’armamento. Si segnalò, con arditi voli d’esplorazione e bombardamento sugli accampamenti nemici, l’aviatore Carlo Montù, poi premiato con la Medaglia d’argento al valor militare e promosso maggiore per meriti di guerra, ed il più importante combattimento si tenne l’11 marzo: fu una battaglia vinta con ripetuti attacchi alla baionetta e l’impiego tempestivo di truppe fresche al fianco sinistro del nemico che si ritirò con la perdita di diverse centinaia d’uomini. Furono ancora molti gli scontri, i combattimenti rapidi ma impetuosi ed il 25 maggio, il generale Carlo D’Amico, mobilitatosi in difesa del tracciamento di un forte, dovette respingere un’offensiva ed un subitaneo contrattacco, guadagnandosi la Croce di cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. A luglio fu infine distrutto un accampamento di quattro mila turchi e arabi con l’impiego di batterie da 149, trainate fino a portata utile.

A Derna il colonnello Ismail Enver bey, il 7 gennaio, tentò di sorprendere il battaglione Saluzzo, sulla destra dell’Uadi, ma fu respinto alla baionetta e dal fuoco dell’artiglieria. La cosa si ripeté nel febbraio, con attacchi beduini scagliati contro le postazioni italiane. Di essi il più duro avvenne il giorno 17, respinto alla baionetta e segnato da numerosi nemici morti nei reticolati. La principale sconfitta di Enver bey avvenne il 3 marzo quando fu travolto da nove battaglioni italiani e dalla prolungata azione di fuoco delle nostre batterie. Tra gli italiani morirono otto ufficiali e cinquantadue soldati. Cinquecento furono i caduti turchi. Un nuovo attacco turco si tenne il 16 aprile, contro il forte Lombardia, ma ancora fu respinto. Enver bey si limitò, nel mese di luglio, a cannoneggiare ora un forte, ora l’altro, con pochi danni per gli italiani.

A Bengasi la situazione era la stessa. Nuclei di beduini impegnavano gli italiani in combattimenti rapidi e disperati di cui il più importante si ebbe il 12 marzo, la Battaglia delle Due Palme, che portò all’accerchiamento delle forze arabe ed al loro annientamento.

In Tripolitania, nella zona di Homs controllata dal generale Ezio Reisoli, le acque furono più agitate. Il 27 febbraio, Reisoli bloccò le forze nemiche a Sliten, con un bombardamento ed uno sbarco simulato, mentre grandi operazioni portarono all’occupazione del Margheb. Quel pomeriggio respinse un attacco di cinquemila nemici e tenne le postazioni per poi, nel mese di maggio, passare all’offensiva attaccando le trincee nemiche presso Lebda. Reisoli fu insignito del titolo di Commendatore dell’Ordine militare di Savoia.

A Tripoli gli italiani occuparono l’oasi di Gargaresch, il 18 gennaio, per poter lavorare alle vicine cave di pietra ed estrarre quanto serviva per i lavori del porto cittadino. Un attacco nemico fu respinto con 150 morti, poi i turchi assalirono Ain-zara, il 28 gennaio, ancora respinti. Sul finire di maggio, i nemici si raccolsero nell’oasi di Zanzur e furono gli italiani ad attaccarli. In quella che fu chiamata Battaglia di Zanzur, le Brigate Fara e Rainaldi avanzarono sulle alture di Sidi, Abdul e Gebil e conquistarono le postazioni nemiche riuscendo pure ad arrestare i rinforzi arabi con l’impiego della Divisione De Chaurand. Caddero in quei giorni circa duemila arabi e turchi. A Felice De Chaurand fu attribuita la Croce di commendatore dell’Ordine Militare di Savoia.

Per quel che concerne le operazioni marittime in Libia, furono continue e numerose.  Il 17 gennaio fu bombardata Zuara, presa però solo il 5 agosto con lo sbarco della brigata Tassoni. Il 27 gennaio furono bombardate Sliten e Misurata. A febbraio, l’ammiraglio Leone Viale sostituì Faravelli, costretto per malattia a lasciare il comando della forza navale. Numerose furono le circostanze in cui le navi italiane furono impegnate a disperdere carovane di contrabbandieri transitanti in vista delle città libiche. Le pagine più interessanti della nostra marina furono sicuramente l’Impresa di Macabez del 10 aprile, quando un convoglio nella notte iniziò lo sbarco della Divisione Garioni sulla penisola di Macabez sfidando la furia del mare e consentendo la conquista del forte di Bu-Cahmez, e la Conquista di Misurata, con lo sbarco della Divisione Camerana nella baia a sud di Ras-Zuruk, il 16 giugno, e la sua protezione col tiro dei cannoni, l’8 luglio, nella marcia vittoriosa su Misurata.

L’ultima operazione militare fu forse quella del 20 settembre 1912, la Battaglia di Sidi Bilal con l’occupazione italiana di quelle alture. L’Italia in definitiva occupò l’area costiera mentre i turchi abbandonavano la guerra lasciando l’iniziativa ad alcune tribù locali.

Nel conflitto non mancarono le atrocità. Il 23 ottobre 1911, quasi 500 soldati italiani furono massacrati dalle truppe turche a Sciara Sciatt, alla periferia di Tripoli. Come ritorsione, il giorno dopo, le truppe italiane uccisero migliaia di civili, andando di casa in casa ed incendiando la moschea nella quale si erano rifugiati un centinaio di uomini e donne.

Tantomeno mancarono gli scandali: il 15 gennaio 1912 fu catturato il Monouba e condotto a Cagliari, il 18 fu preso il Carthage, il 25 il Favignam. Erano tre piroscafi francesi con a bordo turchi e monete d’oro, sul Carthage si trovò persino un aereo…

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: AA.VV., L’Italia a Tripoli. Storia degli avvenimenti della Guerra italo-turca

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