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L’ultimo viaggio di Manfredi di Svevia

Come molti di voi sapranno il 22 febbraio del 1266 si consuma l’ultimo atto della vita di uno dei più affascinanti sovrani del sud Italia. L’ultimo viaggio di Manfredi di Svevia.

Uomo di profonda cultura, aveva studiato a Parigi e Bologna dopo essersi formato alla corte del padre Federico II; amava la poesia e la filosofia, secondo le cronache del tempo era di animo nobile, cortese, ed estremamente cavalleresco. Era poi anche di bell’aspetto Manfredi, insomma un giovane che non sarebbe passato inosservato nemmeno al giorno d’oggi.

Lui ed il fratellastro Enzo erano i figli prediletti da Federico II, che non faceva mistero di amare particolarmente Manfredi, nato da una relazione more uxorio con la nobildonna piemontese Bianca, della famiglia Lancia. D’altronde nemmeno Dante Alighieri nasconde di provare una particolare simpatia per il giovane sovrano svevo quando nell’ormai noto passo del purgatorio composto circa un cinquantennio dopo la morte di Manfredi, lo descrive semplicemente: “…biondo era, e bello e di gentile aspetto…” (purgatorio canto III, vv. 103-145).

Nella storia che voglio raccontare gioca un ruolo centrale proprio il Sommo Poeta fiorentino.

La Commedia viene pubblicata come abbiamo detto circa un cinquantennio dopo i fatti di Benevento e Dante incontra Manfredi in Purgatorio.

Facciamo un passo indietro. Manfredi era stato scomunicato, Manfredi era un acerrimo nemico del papato, o meglio, i papi lo avevano detestato più di quanto egli detestasse loro. Anzi a dirla tutta Manfredi aveva tentato in ogni modo di ottenere dal papa l’investitura del Regno di Sicilia trovando però la fiera opposizione dei pontefici che miravano al controllo diretto del sud Italia costringendo di fatto il giovane svevo a conquistare da se quel titolo, prima come vicario del giovane nipote Corradino, alla morte di suo fratello Corrado IV, poi facendosi incoronare egli stesso a Palermo nel 1258.

Dunque Manfredi che la curia aveva vituperato con epiteti come “verde basilisco”, “sultano di Lucera”, viene collocato da Dante non all’inferno, dove invece sarà collocato il padre Federico II, bensì in Purgatorio, attraverso l’espediente letterario di un pentimento in punto di morte, che poteva essere solo fittizio dato che nessuno se non Dio poté mai raccogliere le ultime parole dello svevo morente. E che ci dice poi Dante di Manfredi? Secondo alcuni studiosi la descrizione della morte di Manfredi denota da parte del Poeta fiorentino una certa conoscenza di fonti di prima mano molto circostanziate. Vediamo le terzine dantesche:

Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:

biondo era e bello e di gentile aspetto,

ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso”

Quand’io mi fui umilmente disdetto

d’averlo visto mai, el disse: “Or vedi”;

e mostrommi una piaga a sommo ’l petto“.

Qui Dante ci sta dando alcuni indizi importanti: innanzitutto si dispiace di non riconoscere il proprio interlocutore, e poi ci sta dicendo che quest’uomo, di bell’aspetto e biondo ha una profonda ferita sul volto e un’altra al petto.

Benevento – 1266: quel giorno l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia galoppa coraggiosamente, lancia in resta, contro le schiere dei cavalieri francesi che stanno per avere la meglio sui suoi guerrieri tedeschi. Manfredi è seguito dalla sua guardia saracena, e da una parte dei suoi feudatari regnicoli. Una parte, appunto, perché alcuni di loro diserteranno e abbandoneranno il sovrano nel momento più buio.

Manfredi scomparve così nella mischia dell’ultimo assalto.

Il primo mistero riguarda la sorte di Manfredi. Nessuno riesce a trovare il suo corpo tra quelli dei caduti. Che sia riuscito a fuggire? E’ inizialmente una delle maggiori preoccupazioni che attanagliano colui che dal campo di Benevento era uscito vincitore, quel Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, che si appresta a cingere la corona di Sicilia.

Questa sua preoccupazione emerge dalla prima lettera che lui stesso invia a papa Clemente IV subito dopo lo scontro militare. E’ infatti datata 26 febbraio, il giorno della battaglia, la missiva che giunge da Benevento alla cancelleria pontificia, nella quale il francese annunciando la vittoria, con tono freddo e quasi burocratico, afferma di non avere nessuna certezza della sorte di Manfredi: “De Manfredo autem, utrum ceciderit in conflictu, vel captus, vel fuerit, aut evaserit, certum adhuc aliquid non habetur“.

Carlo sa che per legittimare appieno la sua vittoria sul campo ha estrema necessità di trovare Manfredi, o quel che ne resta, mostrando a tutti che non esiste più chi possa insidiare la sua pretesa al trono. Alcuni lo avevano visto cadere poco dopo il suo ingresso in battaglia, ma quello che farà propendere verso l’ipotesi della morte del sovrano svevo, sarà il ritrovamento del suo destriero personale presso un cavaliere francese che probabilmente lo aveva trovato scosso sul campo di battaglia. Dove mai poteva essere andato Manfredi senza il suo cavallo? Essere disarcionati in quel carnaio equivaleva ad essere morti.

Dunque Manfredi deve essere caduto ma, essendo sceso in guerra in maniera del tutto inusuale senza alcun segno distintivo della propria regalità, soltanto chi lo conosceva di persona avrebbe potuto riconoscerlo tra tutti quei cadaveri.

I corpi addossati gli uni agli altri erano migliaia sul campo, e finito l’eccidio una frotta di uomini, in prevalenza fanti al seguito dei cavalieri, cominciarono a depredare i cadaveri.

Fu così che il corpo di Manfredi venne alfine ritrovato, nudo, spogliato di armi e corazza. Sappiamo che si trattava proprio di lui perché a riconoscerlo furono alcuni dei suoi più leali compagni e parenti catturati dagli angioini tra i quali v’era il fedele Giordano D’Agliano, che appena lo videro ruppero in pianto. Ed è proprio Carlo d’Angiò ad annunciarlo al papa con un’altra lettera datata 1 marzo 1266: “investigare feci in campo corpora mortuorum […] Contigit quod die dominica XXVIII mensis februarii corpus eius inventus est nudum inter cadavera preremptorum

Dunque la battaglia si è combattuta di venerdì 26 febbraio e Carlo dice al papa che domenica 28 febbraio il corpo di Manfredi è stato rinvenuto, nudo, tra gli altri cadaveri.

Carlo d’Angiò aveva fama di essere un uomo duro, spartano, a tratti spietato, eppure in quel frangente pare avere avuto pietà del giovane svevo. Non potendo concedergli degna sepoltura in terra consacrata essendo Manfredi scomunicato, ordinò di scavare una fossa ai piedi del ponte sul Calore presso il quale si era combattuto, e come per rendere omaggio al coraggio del suo avversario fece sfilare le truppe davanti a quel giaciglio ordinando ad ogni milite di posare una pietra a segnare il tumulo. E’ questa “la grave mora” presente come riferimento nei versi danteschi, sotto la quale riposano inizialmente le spoglie di Manfredi.

Per anni gli studiosi si sono accapigliati anche su quale fosse precisamente il ponte sotto il quale Carlo fece seppellire Manfredi, apportando ognuno valide argomentazioni con le quali non voglio tediarvi troppo. Se vi fidate di me personalmente trovo credibile l’ipotesi del ponte detto della Maurella (oggi ponte Vanvitelli).

La decisione di quello che si avviava ad essere il nuovo re di Sicilia non piacque affatto al rancoroso Clemente IV che avrebbe preferito veder sparire nel nulla il corpo del miscredente svevo.

La tomba di Manfredi era ancora lì presso il ponte sul fiume Calore a Benevento nel maggio del 1266, due mesi dopo la battaglia, e lo sappiamo perché il rancoroso papa Clemente IV scriveva questa lettera al cardinale Ottobuono di Sant’Adriano: “Il nostro carissimo figlio Carlo, illustre re di Sicilia, possiede in pace tutto il regno incluso il putrido cadavere di quell’uomo puzzolente, la moglie, i figli e il tesoro

Ma l’odio che ancora veniva vomitato addosso alle spoglie di Manfredi così come si evince anche da questa missiva, doveva portare il pontefice a compiere uno dei gesti più abbietti che un prelato possa concepire: inviò uno dei suoi uomini fidati a dissotterrare il corpo per farlo poi sparire nel nulla. Dante lo fa dire proprio a Manfredi:

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia

di me fu messo per Clemente allora,

avesse in Dio ben letta questa faccia,

l’ossa del corpo mio sarieno ancora

in co del ponte presso a Benevento,

sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento

di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,

dov’e’ le trasmutò a lume spento“.

Le spoglie di Manfredi dunque “or le bagna la pioggia e move il vento“.

Da qui parte l’indagine di decine di appassionati che si sono scervellati su quel “di fuor dal regno, quasi lungo ‘l verde” luogo in cui il cardinale di Cosenza trasmutò il corpo “a lume spento“, notte tempo, di nascosto. Dove sarà mai stato portato il corpo di Manfredi, ultimo re svevo del Regno di Sicilia? Qualcuno nel corso dei secoli ha tentato di addossare la responsabilità della sparizione del corpo di Manfredi a Carlo d’Angiò, ma Carlo non avrebbe avuto nessun interesse a sbarazzarsi di Manfredi dopo averlo fatto tumulare in pompa magna, anzi era suo interesse dimostrare come lo Svevo fosse morto e sepolto e che la sua discendenza era nelle sue mani: la povera moglie di Manfredi e i tre figli infatti venivano trattenuti in varie prigioni del regno. Nessuno dunque avrebbe potuto attentare alla sua autorità. Quella tomba per Carlo era un manifesto.

Certo incorreva nel rischio di creare una sorta di luogo della memoria per tutti i ghibellini filo svevi della penisola, ma si trattava di un fenomeno che tutto sommato avrebbe potuto controllare.

Qualcun’altro ha provato ad affermare che la sparizione del corpo di Manfredi fu un atto concepito dal crudele arcivescovo di Cosenza Bartolomeo Pignatelli, ma diciamoci la verità, quale arcivescovo avrebbe mai potuto prendere una decisione del genere senza l’avallo del papa?

Il papa, dunque, con molta probabilità, ordinò al Pignatelli di far sparire l’odiato svevo.

Già, ma dove venne portato quel corpo, e perché nessuno seppe poi identificare il luogo con precisione?

Innanzitutto dobbiamo dire che qualcuno qualcosa doveva sapere, anche perché è improbabile che l’arcivescovo abbia caricato sulle proprie spalle il cadavere di Manfredi. Ad aiutarlo ci saranno stati con ogni probabilità chierici, frati e qualche garzone, oltre alla sua guardia personale, tutta gente che difficilmente avrebbe mantenuto il segreto a lungo. Per non parlare del fatto che alla curia di Roma di certo oltre al papa altri prelati conoscevano il segreto.

E’ per questo che molti ritengono che Dante Alighieri in persona abbia saputo del luogo con buona precisione descrivendolo poi in quel bollettino di pettegolezzi medievali che fu anche la sua Commedia.

Ricordiamoci che Dante, di parte guelfa, a Campaldino (1289) combatté in prima linea contro i ghibellini aretini e che aveva diversi amici che oggi potremmo definire altolocati, in stretto contatto con la curia papale dai quali avrebbe potuto ricavare facilmente notizie di prima mano.

Ritorniamo a quel verso 124 del Canto III della Divina Commedia.

Abbiamo già detto che il pastor di Cosenza con ogni probabilità è Bartolomeo Pignatelli, e come vediamo già Dante attribuisce la indegna decisione di disseppellire Manfredi direttamente al papa, ergo i tentativi postumi di ridurre la responsabilità del pontefice per scaricarla sul solo Pignatelli o peggio su Carlo d’Angiò risultano posticci.

Le ossa di Manfredi sarebbero ancora sotto il ponte di Benevento, protette da “la grave mora”, l’insieme di pietre poste a tumulo dai soldati francesi, se il papa non avesse inviato il pastor di Cosenza a disseppellirle.

Ma i versi che interessano di più per l’indagine che andremo ad intraprendere sono i seguenti: Ora [le spoglie mortali del re svevo] sono mercé delle intemperie, le bagna la pioggia e move il vento, DI FUOR DAL REGNO, QUASI LUNGO ‘L VERDE.

Che cosa ha voluto dire Dante con queste parole, quale luogo ci sta descrivendo?

 

 

Autore articolo: Giuseppe De Simone

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia:

C. Minieri Riccio, Alcuni studi storici intorno a Manfredi e Corradino; G. Di Cesare, Storia di Manfredi; AA.VV., Eclisse di un regno – L’ultima età sveva – Atti delle diciannovesime giornate normanno-sveve, Bari, 12-15 ottobre 2010; G. Iorio, La Battaglia di Benevento nei cronisti coevi – Schola Salernitana – Annali XXI, 2016; F. Morante, Manfredi di Svevia da Benevento al Verde – da atti del convegno “Da Benevento all’Oblio – l’ultimo viaggio di re Manfredi”, Ceprano 8 ottobre 2017; P. Grillo, L’aquila e il Giglio; C. A. Mangieri, Le ossa di Manfredi – da miscellanea di studi critici in onore di Pompeo Giannantonio vol I: Studi danteschi “critica letteraria”, 1995; M. Zabbia, Manfredi di Svevia nella cultura storiografica delle città italiane tra due e trecento – Istituto storico per il medioevo – Scritti per Isa, 2008; E. Pispisa, Il regno di Manfredi – Proposte di interpretazione, Sicania, 1991

 

 

 

 

Giuseppe De Simone, laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, presso la Sapienza – Università di Roma, con una tesi in Storia Militare su “L’esercito francese e la Guerra d’Algeria”, è studioso di storia del Mezzogiorno d’Italia.

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